#ticuntu… Sant’Antoni pani dintra e bracia fora!

Il 17 gennaio si festeggia Sant’Antonio Abate. Ora, onestamente, da piccolino non comprendevo del perché questo santo si festeggiasse due volte! Eh si perché tanta era la mia confusione che lo scambiavo con l’altro Antonio da Padova che si festeggia il 13 giugno. Comunque questo Santo incorpora in se tutte le tradizioni antiche e moderne di tante civiltà mondiali. Sant’Antonio abate, detto anche sant’Antonio il Grande, sant’Antonio d’Egitto, sant’Antonio del Fuoco, sant’Antonio del Deserto, sant’Antonio l’Anacoreta (Nato a Qumans, 251 circa – morto nel deserto della Tebaide, 17 gennaio 357), fu un eremita egiziano, considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati. A lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale, abbà, si consacrarono al servizio di Dio. La sua vita è stata tramandata dal suo discepolo Atanasio di Alessandria. È ricordato nel Calendario dei santi della Chiesa cattolica e da quello luterano il 17 gennaio, ma la Chiesa copta lo festeggia il 31 gennaio che corrisponde, nel loro calendario, al 22 del mese di Tuba. E’ raffigurato come un monaco anziano con barba bianca, vestito della tonaca da frate col cappuccio. Il bastone su cui si appoggia è spesso a forma di stampella, emblema tradizionale del monaco medievale il cui dovere era di aiutare gli zoppi e gli infermi, oppure è semplicemente un bastone pastorale. Spesso il manico del bastone è a forma di T, o in alternativa può comparire la lettera tau sulla sua tonaca, all’altezza della spalla. Questo simbolo richiama la croce egizia, antico simbolo di immortalità poi adottato come emblema dai cristiani alessandrini. Secondo un’altra interpretazione la lettera tau allude alla parola “thauma”, che in greco antico significa “prodigio”. Sotto la tutela di questo Santo il popolo ha messo il maiale. Il maiale, compagno inseparabile del santo in tutte le sue rappresentazioni, nel corso del medioevo, che aveva ancora l’aspetto del cinghiale, era infatti l’animale allevato dai monaci antoniani e secondo la tradizione il suo grasso era un antidoto contro l’herpes zoster, noto come il fuoco di sant’Antonio. Nell’acese, oltre al maiale, alla tutela del Santo stavano i cavalli, gli asini, i muli che si paravano con fettucce e si menavano in chiesa per averli benedetti. Il prete che benediceva riceveva una elemosina e dava una figurina di Sant’Antonio abate e un panellino (piccola pagnotta); questo si dava a mangiare agli animali, mentre la figurina si attaccava ad una parete della stalla. Si vendevano certe ciambellette di pane, che poi si davano ai bambini; vi erano però famiglie e persone che si astenevano dal mangiar pane come si faceva per S. Lucia.
Un altro protettorato ha S. Antonio: quello del fuoco; perciò chi aveva nell’acese de’ covoni di lino, fieno, paglia prometteva ed offriva al Santo delle elemosine per essere protetto e guardato dal fuoco distruttore. Tutti coloro che hanno a che fare con il fuoco vengono posti sotto la protezione di sant’Antonio, in onore del racconto che vedeva il Santo addirittura recarsi all’inferno per contendere al demonio le anime dei peccatori. Oggi con fuoco di sant’Antonio si intende, volgarmente, l’Herpes zoster, malattia virale a carico delle terminazioni nervose che, come evidente manifestazione clinica, presenta «un’eruzione di vescicole».
Un adagio celebre in buona parte d’Europa come in Sicilia ricorda il gran freddo di questo giorno:
“Sant’Antoni la gran friddura,
San Lorenzu la gran calura.
L’unu e l’autru pocu dura”.

e perciò il bisogno del fuoco:
“Sant’Antoni;
Pani dintra e bracia fora”.

Una pratica abbastanza ingenua delle ragazze modicane per sapere l’età del futuro loro sposo era quella di affacciarsi alla finestra e di vedere il primo che passava. Gli anni di lui significavano gli anni del marito ch’esse avrebbero preso. Il giorno di S. Antonino è designato a questa pratica come a pratiche simili a quelle della notte di S. Giovanni Battista.
U Purcidduzzu di S. Antoni si dice in molti comuni una conchiglia che si appendeva al collo dei bambini travagliati da vermini; ed in tutta l’isola viene chiamato così l’oniscus di Linneo, un insetto che abita nei luoghi umidi, grigio, ovale, con quattordici piedi.

Libro d’Ore di Catherine de Cleves 1440 circa The Morgan Library Museum