#ticuntu… 11 gennaro 1693 a Noto

L’ anno 1693 sotto il governo del viceré duca Uzeda successore del duca di S. Stefano , la notte del giorno di
venerdì nove gennaro ad ore quattro della nolte , Noto e la sua valle intese un gran scotimento di terra che rovinò molte fabbriche di quella città ; e vi morirono duecento e più individui. Li popolo notino la domani mattina corse alle pianure dentro e fuori Noto , e vi si trattenne a tutta la notte del sabato giorno dieci ; ma non essendosi inteso altro scotimento di terra , la mattina della domenica undeci gennaro ciascuno ritornò a casa sua. Alle ore diciasette s’ intese altro scotimento di terra , ma senza che fosse accaduto alcun danno. Il timore si accrebbe negli animi ; una voce che tra la plebe serpeggiava , diceva che il terremoto allo ore quaranta dovea sentirsi nuovamente ; e ch’ era espediente lo abbandonare le case , perchè la città sarebbe ita in rovina. Quindi fu che i cittadini tutti fuggirono , e corsero nuovamente alle pianure , onde porsi in salvo la vita. In quel medesimo giorno appena segnate le ore ventuno, compiendo le ore quaranta , a contare della prima scossa intesa nel giorno di venerdì , fuvvi un terzo scotimento di terra così terribile , a segno che la terra , come scrisse il p. Turtura , sembrava innalzarsi ed ondeggiare a guisa d’ un mare: i monti diroccarono ; e la città tutta in un momento crollò. Lo scotimento di terra , di cui parola , era della seconda spezie , mentovata da Aristotile e Plinio, cioè una pulsazione, o successione perpendicolare , dalla somiglianza del lor moto a quello del bollire. Osservazione che fu fatta dal nobile letterato Vincenzo Bonajuto , dal signor Harton e dal p. Alessandro Burgos ; non che dal p. Antonio Serravita quando accadde quel terremoto ; eglino si trovarono nelle vicinanze di Catania osservarono che il suolo si alzava da circa due
palmi. In Noto dunque morirono sotto le rovine da circa un migliajo di persone , tra i quali si contarono il preposito e parroco Francesco di Lorenzo ; i fratelli Bartolomeo e Stefano Landolina ; il primo , cantore della collegiata della matrice chiesa , il secondo, canonico arcidiacono della chiesa del santissimo Crocifisso ; ed altri non pochi della nobiltà e delle persone distinte. De’ plebei non pochi ne morirono sotto le rovine della chiesa de’ pp. Camiciani , ove erano entrati per levare l’ immagine della santissima Vergine , e condurla in processione sino al piano de’ pp. Cappuccini, ove il popolo era occorso per salvarsi. Un certo Corrado Alliotta clerico nel recarsi in villa a cavallo ad una giumenta , arrivato vicino la chiesa vecchia di s. Antonio delle Darbe, la terra gli si fendè sotto i piedi dell’ animale, e fu inghiottito dalla stessa. In quello scotimento
di terra , dacchè rovinarono tutti gli edificj , innalzossi una nuvola di polvere che soffocava gli astanti. Il cielo si ottenebrò , e si ebbero pioggia e grandine seguite da vento e tuoni ; e queste meteore proseguirono nel corso di tutta la notte, nella quale si contarono circa cento e dieci scotimenti di terra. A si terribil flagello il popolo notino non fece che implorare la divina misericordia. Il domani spuntato il sole , s inlese correre voce , che si dovea ciascuno allontanare , ed ire ad asilarsi tre miglia lungi dalla distrutta città , a motivo che il colle su del quale restavano le rovine, sarebbesi subissato , e si sarebbe formata una grandissima voragine. Atterriti com’ erano gì’ infelici notini , non riflettendo a nulla , se ne andarono tutti quanti per le campagne. Ciò che portò la trista conseguenza , che tanti sgraziati , che sebbene sotto a delle rovine trovavansi , e che si sarebbero salvati , laddove per avventura si sarebbero soccorsi , per mancanza di aiuti si morirono. I malvagi intanto trovandosi soli , si diedero a commettere de’ furti. Per causa di quel terremoto si mori il gesuita Antonio Marescalco in età di anni ottantotto : fu egli uno de’ più dotti notini del suo tempo. Scorsi alcuni giorni , i notini si animarono a ritornare nella distrutta città , e conobbero l’inganno nell’ essersi allontanati, per le rapine che si erano commesse nella lor assenza. Ciascuno alla meglio che potè , costruì con delle tavole la sua abitazione. Per effetto del terremoto i mulini s’ erano diroccati ; e quindi fu giuoco forza che i notini si fossero cibati di frumento bollito. I malvagi in quell’ incontro , nulla temendo , si diedero a dispreggiare la nobiltà, e le autorità , e proseguivano a rubare a man franca ; con commettere degli stupri. A riparare un tanto disordine , il viceré Uzeda scelse per vicario generale delle due desolate valli di Noto e Demone Giuseppe Lanza duca di Camastra , il quale porta cosi a visitare le città tutte danneggiate dal terremoto ; diede gli opportuni provvedimenti. La città di Noto allorchè in gennaro 1693 fu dal terremoto distrutta conteneva il monastero dell’ ordine de’ Circestiensi sotto titolo di s. Maria dell’ arco, il cui fondatore si fu s. Niccolò Moreggia notino ; il convento de’ pp. Minori conventuali ; il tempio di s. Elia : sopra la soglia della porta del quale v’ erano scritti questi versi :
Quae fuerant quondam moles operosa gigantum
Caeptus in hac vivens Haelias aede coli
Oltre al magnifico e forte castello, nel di cui cortile v’ era il gran tempio del ss. Crocifisso innalzato su di un gran ponte . Nel mezzo della piazza v’ era un’ altro gran tempio ch’ era la matrice chiesa sotto titolo di s. Niccolò vescovo , che fu edificato dai francesi con alto e maestoso campanile , che terminavano a forma di piramidi , su delle quali, in una vi era la statua della Vergine , e nell’ altra quella dell’ angelo Gabriele. Oltre al descritto convento de’ minori conventuali, si contavano altri dieci conventi , quello de’ pp. Predicatori fondato nel 1444 dal re Alfonso ; il convento de’ pp. Minori osservanti sotto titolo di s. Maria di Gesù ; quello de’ pp.Carmelitani , il quale aveva una bellissima chiesa ; quello de’ pp. Cappuccini sotto titolo di s. Antonio di Padova ; L’ oratorio de’ pp. di s. Filippo Neri sotto titolo di s. Catarina con maestoso tempio. Il collegio de’ pp. Gesuiti sotto titolo di s. Carlo Borromeo fondato da Carlo Giovante barone di Entello nel 1606 ; il convento de’ pp. Pavolotti; Io spedale de’ Benfratelii di s. Giovanni di Dio. Ed aveva tutti i monasteri di donne e reclusorj che di presente esistono nella moderna Noto. Vi erano inoltre in quella città trentaquattro chiese oltre di quelle da noi mentovate , delle quali cinque erano parrocchiali. Fuori della città v’ erano altre quattordici chiese. Aveva un seminario per la gioventù fondato nel 1654 da Giuseppe Ragusa. La città era decorata da due collegiate , cioè quella della madrice chiesa , e quella nella chiesa del santissimo Crocifisso , fondata quest’ ultima da Eleonora Landolina vedova di don Lopes Pons de’ Leon marchese di Terzano nel 1669. V’erano de’ magnifici palagi , tra i quali si distinguevano quello del marchese di Terzano D. Pietro Landolina barone di Belladia ; quello della famiglia Impellizzeri ; quello della famiglia Deodati ; della famiglia di Lorenzo , quello della famiglia Landolina ; della famiglia Sortino , ed altri non pochi. Nella piazza maggiore v’ era la casa senatoria. V’erano sei fonti ; uno nel piano del santissimo Crocifisso ; uno nel lato del monastero di s. Giuseppe nella piazza di s. Venera ; uno nel piano di S. Giovan Battista ; uno nella piazza maggiore laterale alla madrice chiesa ; ed uno nel piano del convento di s. Domenico. L’ acqua in detti. fonti vi si portava dalla sorgente nella contrada detta Ranidi , la quale scorrendo per acquidotti , perveniva nel castello per mezzo di archi , e si comunicava in quelli fonti. Inoltre nel basso de’ lati della città v’ erano delle fonti di limpidissima acqua , uno delli quali era detto Fontana grande. Quelle acque erano sì copiose che bastavano a dar moto ed attivavano diciotto mulini. Nel 1693 in Noto fiorivano le famiglie Landolina , Impellizzeri, Sortino , Cappello , e le famiglie di Deodato , Pepi , Cannizzaro , Arezzo , Salonia , Statella , Racedi ,Scarrozza , Prado , Borgia , Dilorenzo , Tagliaferro , e le famiglie Settimo , Calvo ; e molte altre. Si mantenevano le dette famiglie con lustro e decoro ; e non la cedevano ad alcuno in dovizie , nel seguito de’ servi , e nelle carrozze ; e queste erano al numero di trentacinque. Noto poco prima del terremoto del 1693 contava un clero di numero 120 preti ; 160 regolari. I nobili ascendevano al numero di 87 ; e tra questi si numerano quattro marchesi , e ventiquattro baroni ; duodeci dottori in legge: gli artegiani erano al numero di cinquecento. La popolazione di Noto nel 1630 val quanto dire anni 62 prima del tremuoto ammontava a ventisei mila ; che poi pella morìa si ridusse a dodici mila. Oltre al tremuoto di cui abbiamo ragionato ; nel medesimo anno 1693 in Noto fuvvi un epidemia , che ammazzò da circa tremila individui , tra’ quali il virtuoso giovane Giovan Battista Landolina e Salonia figlio di don Francesco, ed altri non pochi illustri personaggi si morirono per effetto di quell’ epidemia. Distrutta Noto dallo sconvolgimento di terra del giorno undici gennaro 1693 , si pensò a voler nuovamente riedificare la città. Il vicario generale duca di Camastra avea ordinato di rifabbricarsi nel sito istesso della distrutta città. Ma ciò non piacque a taluni notini ; chiesero un altro sito. Fu designata la valle del feudo delle mete. Ma il vicario generale ordinò di fabbricarsi la nuova città nel rialto di detto feudo delle mete , detto popolarmente il pianazzo. Indi fu destinato commessario generale Giuseppe Asmundo da Catania , il quale a domanda di taluni notini destinò il sito della nuova città nel poggio di detto pianazzo.
(Storia della città di Noto – Salvatore Russo Ferruggia – 1838)