#ticuntu… Bon Capu d’Annu, bon Capu di misi!

Passato bene S. Silvestro? Spero proprio di si, soprattutto se lo si è passato in compagnia con le persone amate. Questo primo giorno dell’anno ha sempre avuto qualcosa di magico. Per i siciliani è stato voluto lieto e prospero: una contrarietà qualunque riterrebbesi come di sinistro augurio, perché potrebbe, chi sa quante volte, ripetersi per tutto l’anno; e si dice “Cu’ è malatu a Capudannu, è malatu tuttu l’annu”. Quindi dalle prime ore del nuovo anno ognuno dovrebbe analizzarsi e dovrebbe sottolineare tutti gli aspetti positivi affinchè si ripetano per tutto l’anno! Durante le mie ricerche ho scoperto che specialità culinaria di questo giorno sono certe larghissime lasagne incannellate, dette scibbò o sciabbò (pappardelle) condite con ricotta; mentre invece mangiare maccheroni non è tanto consigliato perché un antico detto dice: Cu mangia a Capudannu maccarruni, tuttu l’annu a ruzzuluni. Chissà perché! Amici vi auguro un buon inizio di anno e … mangiate pure i maccheroni che con ragù sono una delizia! Auguri!

#ticuntu… u Natali de’ nostri Avi

Amici carissimi diversi impegni hanno fatto si che non potessi essere presente all’appuntamento del 25 dicembre qui in questa pagina. Perdonatemi! Oggi vorrei parlarvi del Natale dei nostri avi. Da bambino in casa mia si è sempre fatto il presepe. Ogni volta che lo si preparava era un momento magico. Mio padre, di ingegnose idee, ogni anno lo costruiva adattandolo alle varie esigenze: un anno su un vecchio disco in vinile con incollati sopra i pastorelli e con al centro la grotta, esso girava e scompariva in un punto dove vi era una sorta di grotta di carta; un altro anno il presepe sorgeva sopra una fonte di acqua fatta con una pompa della lavatrice guasta, era bellissimo ma … quanta acqua cadeva per terra tra le urla di mia madre! E poi a gennaio avveniva la conta dei “morti di Natale”, ossia dei pastorelli che si erano spezzati e che attendevano il momento di essere riparati… cioè MAI se non prima del successivo Natale. Oggi il mio presepe è più piccolo ma rievoca in se’ l’amore e la tradizione che mio padre profuse!
La festa di Natale è la festa della pace, della concordia e dell’amore e nessuno sin dall’antichità si è mai sottratto alla magia del tempo. Nell’ottocento, anche prima, il 16 dicembre a Palermo i ciechi cantastorie andavano in giro per vendere la novena; essi accanto avevano un uomo che con essi alternava le canzoni della canzoni della novena. Fermatisi di giorno davanti agli usci delle case essi intonavano qualche strofetta sul violino e sul sistro (composto da un sostegno e da file di campanelli fatti di bronzo o di acciaio. Il suono viene prodotto da un martelletto che può essere di legno o di acciaio, a seconda del materiale dei campanelli). Se l’orazione era gradita la padrona di casa accettava la novena; ed allora con un carbone veniva segnata casa quasi come fosse segnale di accaparamento. Le sonate e cantate natalizie, di solito notturne, erano chiamate ninareddi. Era un piacere, prima del 1867, ascoltare in piena notte i ninareddi, specie in serate fredde, con la pioggia o con il vento; poi con l’entrata dei Savoia questa tradizione venne permessa nelle ore mattutine, perdendo il fascino antico. I canti dei ciechi non avevano un canovaccio, si tramandavano di padre in figlio, raccontavano di un Viaggiu dulurusu di Maria SS. e lu Patriarca S.Giuseppi in Betlemmi ed erano divise nei nove giorni (novena) che precedevano il S. Natale. Ogni giorno era cantato in nove strofe di versi ottonari e queste sul violino cantano ed alterna alla voce del cieco il nuovo compagno aggiuntosi. La novena dei cantastorie cominciava e finiva un giorno prima della novena del calendario. E da ciò venne il proverbio: “L’orvi fannu nàsciri a lu Bamminu un jornu prima”.
A Catania, forse per la presenza della montagna, le novene venivano fatte dai cantastorie, accompagnati dal trittico di strumentisti (violino, contrabasso, flauto), e dai Ciramiddari. Essi, sin dalla prime luci dell’alba, andavano in giro tutto il giorno. Chi voleva la loro sonata se li impegnava davanti il novenario; ed essi dovevano suonare davanti ad un quadro della Sacra Famiglia, o un bambinello di gesso o cera, parate con fronde d’aranci forti, cariche di frutta (‘a Cona). Stavano accese davanti a queste immagini nove candele di cera, numero dei giorni della novena, e mentre i Ciramiddari o i suonatori suonavano le sonate (divise in quattro pezzi detti caddozzi), i fanciulli furtivamente mangiavano la frutta a corredo della Cona e da qui il famoso detto “Ti calasti nà Cona”.
All’interno di ogni casa siciliana vi era sempre “u prisepi”. Esso di varia grandezza, da mezzo metro quadrato a due e più metri, a volte occupava addirittura stanze intere richiamando l’attenzione del vicinato. Rappresentava la vita agreste e bucolica siciliana del 600 e riproduceva nei pastori gli antichi mestieri. Il presepe ancor oggi si rinnova ogni anno dall’otto dicembre e si distrugge (si sconza) dopo l’Epifania, ultima rappresentazione natalizia.
Vorrei concludere con un canto popolare antico che recita:
Quantu è bedda la notti di Natali
Ca parturiu Maria senza duluri!
E fici un figghiu ch’è degnu d’amuri,
Ca cu’ lu vidi s’adduma d’amuri

Auguri dagli amministratori di TI CUNTU!

#ticuntu… Santa Lucia

Santa Lucia
Supra un màrmuru chi chiancìa.
Vinni a passari nostru Signuri Gèsu Cristu:
– Chi hai, Lucia, chi chianci?
– Chi vogghiu aviri, patri maistusu!
– M’ha calatu ‘na resca all’occhi;
Nun pozzu vuduru, né guardari.
– Va’ a lu me jardinu,
Pigghia birbina e inocchiu.
Cu li me’ manu li chiantai,
Cu la me’ vucca l’abbivirai,
Cu li me’ pedi li scarpisai:
S’è frasca va a lu voscu,
S’è petra va a mari,
S’è sangu squagghirà.

Questa leggenda in forma di orazione veniva recitata dai campagnoli sopra gli occhi dei malati. Quello che colpisce è che si dava fiducia a gente ignorante che aveva la presunta facoltà di guarire da qualunque malattia agli occhi su suggerimento della Santa. Dappertutto chi si vota a S.Lucia veste di color verde con un cordone bianco come guarnitura. Ma perché a questa Santa le sono attribuiti gli occhi? Alfonso Vigliega che è stato un celeberrimo predicatore spagnolo, nato nel 1534 e morto nel 1615, nel suo Flos Sanctorum scrive: “La Santa comunemente è tenuta per avvocata della vista perché essendosi invaghito un giovane de’ suoi occhi e sollecitandola a corrispondenza, ella riflettendo alla dottrina del suo amantissimo Salvadore, che insegnò: Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te… comprendendo il documento secondo il senso letterale, si cavò gli occhi e mandolli all’importuno giovane in un piatto. Quindi è avvocata degli occhi, e dai dipintori si rappresenta con un piatto nelle mani con due occhi in esso. Anticamente in quasi tutta la Sicilia il 13 dicembre non si mangiava pane per ricordare quello che la leggenda popolare la vuole accecata da un imperatore romano alle cui voglie malsane non cedette. Ma in compenso e come penitenza si mangiavano legumi, verdure, pattona e cose simili da sole o assieme. Si mangiava anche la Cuccia, grano ammollato e cotto con altri legumi o in acqua semplice o in latte. Pare che questo piatto venga dall’Egitto col nome di Kesc. Ma la cosa strana è che il Kesc lo si mangiava col grano novello, nel mese di luglio. Mons. Pompeo Sarnelli scrive: Essendo accaduta nel dì 13 dicembre meravigliosa pioggia di frumento, se ne rinnovi ogni anno la rimembranza nel divisato giorno dedicato per avventura a S. Lucia col mangiarlo cotto in acqua.
Per tornare alla cucina di questo giorno: si mangia di tutto purchè non si mangi farina di frumento perché solo così si è certi di aver conservati gli occhi…un attimo! Ma il frumento non è la materia prima della farina? Certo che si, ma non è farina! La farina entra nel pane, nella pasta, e per questo non se ne mangia. E per arricchire il pasto ecco che la cuccia viene unita alla ricotta… e credetemi… una delizia assicurata!
La notte di Santa Lucia è la più lunga dell’anno: “Santa Lucia, la cchiu longa nuttata chi cci sia”, questo proverbio è molto antico, ancor prima del calendario Gregoriano in cui S.Lucia cadeva il 25 dicembre.
A Catania si dice proverbialmente Timpesta di S.Lucia perché una forte tempesta si abbattè nella prima metà del settecento sulla città provocando moltissimi danni. Sempre a Catania si ricorda un forte terremoto avvenuto nella notte di S.Lucia nel 1990, destò tanta paura ma fortunatamente non si ebbero gravi danni.

#ticuntu… Franca Viola “a piccatura”

Franca Viola (classe 1947) era figlia di una coppia di coltivatori diretti ed, all’età di quindici anni, con il consenso dei genitori si fidanzò con Filippo Melodia, nipote del mafioso Vincenzo Rimi e membro di una famiglia benestante. Tuttavia in quel periodo Melodia venne arrestato per furto ed appartenenza ad una banda mafiosa e ciò indusse il padre di Franca, Bernardo Viola, a rompere il fidanzamento; per queste ragioni, la famiglia Viola fu soggetta ad una serie di violente minacce ed intimidazioni: il loro vigneto venne distrutto, il casolare annesso bruciato e Bernardo Viola addirittura minacciato con una pistola al grido di “chista è chidda che scaccerà la testa a vossia” ma tutto ciò non cambiò la sua decisione. Infine il 26 dicembre 1965, all’età di 17 anni, Franca Viola fu rapita (assieme al fratellino Mariano di 8 anni, subito rilasciato) da Melodia, che agì con l’aiuto di dodici amici, con i quali devastò l’abitazione della giovane ed aggredì la madre che tentava di difendere la figlia. La ragazza fu violentata e quindi segregata per otto giorni in un casolare al di fuori del paese e poi in casa della sorella di Melodia ad Alcamo stessa; il giorno di Capodanno, il padre della ragazza fu contattato dai parenti di Melodia per la cosiddetta “paciata”, ovvero per un incontro volto a mettere le famiglie davanti al fatto compiuto e far accettare ai genitori di Franca le nozze dei due giovani. Il padre e la madre di Franca, d’accordo con la polizia finsero di accettare le nozze riparatrici e addirittura il fatto che Franca dovesse rimanere preso l’abitazione di Filippo, ma il giorno successivo, 2 gennaio 1966 la polizia intervenne all’alba facendo irruzione nell’abitazione, liberando Franca ed arrestando Melodia ed i suoi complici. Secondo la morale del tempo, una ragazza uscita da una simile vicenda, ossia non più vergine, avrebbe dovuto necessariamente sposare il suo rapitore, salvando l’onore suo e quello familiare. In caso contrario sarebbe rimasta zitella, additata come “donna svergognata”. All’epoca, la legislazione italiana, in particolare l’articolo 544 del codice penale, ammetteva la possibilità di estinguere il reato di violenza carnale, anche ai danni di minorenne, qualora fosse stato seguito dal cosiddetto “matrimonio riparatore”, contratto tra l’accusato e la persona offesa; la violenza sessuale era considerato oltraggio alla morale e non reato contro la persona. Il caso sollevò in Italia forti polemiche divenendo oggetto di numerose interpellanze parlamentari. Durante il processo che seguì, la difesa tentò invano di screditare la ragazza, sostenendo che fosse consenziente alla fuga d’amore, la cosiddetta “fuitina”, un gesto che avrebbe avuto lo scopo di ottenere il consenso al matrimonio, mettere la propria famiglia di fronte al fatto compiuto e che il successivo rifiuto di Franca di sposare il rapitore sarebbe stato frutto del disaccordo della famiglia per la scelta del marito. Filippo Melodia fu condannato a 11 anni di carcere, ridotti a 10 e quindi a 2 anni di soggiorno obbligato nei pressi di Modena. Pesanti condanne furono inflitte anche ai suoi complici dal tribunale di Trapani, presieduto dal giudice Giovanni Albeggiani. Melodia uscì dal carcere nel 1976 e fu ucciso da ignoti, il 13 aprile 1978, nei dintorni di Modena, con un colpo di lupara. Franca Viola diventerà in Sicilia un simbolo di libertà e dignità per tutte quelle donne che dopo di lei avrebbero subito le medesime violenze e ricevettero, dal suo esempio, il coraggio di “dire no” e rifiutare il matrimonio riparatore.
In occasione della rappresentazione teatrale di Fimmini di Sicilia, studio in due atti, di Davide A.S. Gullotta, che si terrà sabato 20 settembre ore 20,45 presso Chiostro Minoriti, via Etnea 73, Catania, leggiamo interpretata da una splendida Giusy Vinciguerra un pezzo di Franca Viola:
Franca
– Ricordo ancora l’umanità e la saggezza del Presidente Albeggiani, il tono dolce e paterno con cui ha proceduto all’interrogatorio di mio fratello Mariano: Picciriddu bieddu, veni ‘cca, assiettati. T’arricordi comu fu u fatto ? Non voglio ricordare quei momenti. Vederli alla sbarra che sogghignavano e mi prendevano in giro mi ha lasciato addosso un amaro che il tempo ha addolcito. Filippo oggi non è più… è morto ammazzato non so dove… io per il paese rimasi “a Piccatura” solo perché mi sono ribellata ad un uomo che non amavo e che mi ha fatto del male…

Franca Viola all’epoca dei fatti

Giusy Vinciguerra in Franca Viola in “Fimmini di Sicilia”

#ticuntu… Un uomo e tre gambe comu a Sicilia

Frank (Francesco, Francisco) Lentini (Rosolini, 18 maggio 1889 – Jacksonville, 22 settembre 1966)
Figlio del contadino Natale Lentini e di Giovanna Falco, Francesco nacque con tre gambe, quattro piedi (uno dei quali attaccato al polpaccio della terza gamba), sedici dita dei piedi e due paia di organi genitali perfettamente funzionanti. I medici hanno stabilito che dato che il suo gemello era collegato alla sua spina dorsale, la rimozione avrebbe potuto provocare la paralisi. Francesco nacque il 18 maggio del 1889 nell’allora via Granati Nuovi in una casetta di due stanze. Secondo le dicerie di allora il bambino nacque così perché la madre, durante la gravidanza, fece visita a un mastru carraturi, il falegname che costruiva i carri per i cavalli, e rimase impressionata dal tavolo che utilizzava l’artigiano: un piano, con un buco al centro, poggiato su tre gambe. A questo punto esistono due versioni sul futuro del bambino che ad onor di cronaca riporto entrambe anche se ritengo vera la prima versione come confermò lui in seguito:
1) Francesco fu mandato a scuola come gli altri bambini. I suoi genitori, ricordati in paese come «benestanti», lo sottoposero a viaggi della speranza ante litteram, cercando un medico che gli amputasse una gamba. Ma senza alcun risultato. Francesco e il padre emigrarono in America. Era il 28 giugno 1898, quando salparono dal porto di Liverpool con destinazione Boston. Due mesi dopo li raggiunse la madre.
1) Poiché i suoi genitori si erano rifiutati di riconoscerlo, fu cresciuto da sua zia, ma alla fine fu affidato ad una casa per bambini disabili. Lentini aveva odiato profondamente il suo corpo, fino a quando non arrivò nella casa di cura, dove potè incontrare bambini sordi, ciechi e muti. Imparò a camminare, pattinare sul ghiaccio e saltare la corda. All’età di otto anni si è trasferì negli Stati Uniti
Il ragazzino entrò subito nel “Ringling Bros” e poi nel celebre “Barnum&Bailey”, dove lavorò fra il 1899 e il 1935 girando tutta l’America come “The Three Legged Sicilian”. Si parla di lui nel “Wild West Show” di Buffalo Bill. Nella sua gioventù, Lentini ha usato la sua terza gamba straordinaria per dare calci a un pallone sul palco. Da qui deriva il suo nome d’arte Three-Legged Football Player. La sua terza gamba era diversi centimetri più corta delle altre e anche le gambe primarie erano di due diverse lunghezze. Nel 1907 sposò Theresa Murray, del Massachussets, di tre anni più giovane di lui e hanno avuto quattro figli. Ha ottenuto la cittadinanza statunitense all’età di 30 anni. Lentini proseguì la sua carriera fino agli Anni 50, con un Carnival tutto suo. Nel 1952 cala il sipario: si stabilisce in Florida. Fino alla morte, nel 1966, alla non trascurabile età di 77 anni.
Dalla sua mini-autobiografia di poche righe «La mia vita è felice», stampata in unbooklet, che si comprava agli spettacoli cita: «La mia terza gamba non mi infastidisce per nulla. Posso andarmene in giro tranquillamente e con la stessa naturalezza di qualsiasi persona normale: camminare, correre, saltare…».
«Di scarpe ne compro due paia e regalo la scarpa sinistra in più a un amico che ha avuto la sfortuna di perdere la gamba destra, così ogni volta che compro un paio di scarpe faccio una buona azione».
«Per i miei genitori fu uno shock, ma quando capirono che ero perfettamente normale sotto qualsiasi altro aspetto cominciarono a prenderla con filosofia. Ho viaggiato per la maggior parte della mia vita e ne ho apprezzato ogni singolo momento».

 

#ticuntu… addevu di Sicilia!

Sin quasi alla metà del Novecento, avere un maschio in certe zone dell’Italia contadina era considerata una benedizione; non solo braccia in più per il lavoro, ma anche un aumento di forza e cultura dentro casa.
Questo perché il maschio avrebbe certamente seguito almeno gli studi elementari, mentre la femmina era destinata al lavoro casalingo.
Mentre il bimbo metteva il capìno fuori e ancora non si sapeva il suo sesso, tutte le donne presenti al parto recitavano giulive:
“S’è masculiddu lu chiamamu Cola
ca quannu crisci lu mannamu a scola
S’è fimminedda la chiamamu Rosa
ca quannu è granni ‘nni scupa a casa”
E poi si procedeva alla tortura delle fasce, strettissime attorno al corpo, capo compreso, a mo’ di mummietta, nell’intenzione di rendere perfettamente ritte braccia, gambe e schiena e anche perché vigeva il terrore che “prendesse freddo “; infatti durante l’età neonatale veniva lavato pochissimo.
La storia del ciuccio è molto antica ed è in relazione con tutti quegli aneddoti e rimedi casalinghi utilizzati sin dall’antichità per calmare il pianto dei bambini. Tra i vari rimedi c’era, in particolare, l’abitudine di annodare vari pezzi di stoffa all’interno dei quali erano poste piccole quantità di sostanze dolci, come ad esempio il miele, il laudano dolce (una mistura di oppio e alcol) o i semi di papavero; altre volte, invece, questi ciucci di stoffa erano imbevuti nel latte zuccherato.
Proprio come per i moderni ciucci, anche questi antichi succhietti venivano annodati alle lenzuola o ai vestiti dei bambini, in modo da essere sempre a disposizione nel momento del bisogno.
Nel corso dell’Ottocento, però, con il fiorire delle varie discipline mediche, questo tipo di rimedi iniziarono ad essere sconsigliati: questi ciucci, infatti, alteravano il normale sviluppo della bocca e dei denti e potevano essere vettori di malattie soprattutto perché, prima di darli ai bambini, le balie e le madri avevano l’abitudine di inumidirli mettendoli in bocca loro stesse.

#ticuntu… Mamà u picciriddu si fici mali!

…quando ci si ‘spaccava la testa’, anticamente si usava ‘u piddu’, che era l’infiorescenza del giunco. Qualcuno invece usava ‘a pala di ficurinia’, ovvero il succo della grassa foglia della pianta del ficodindia, o magari sottili fette della stessa. Ma il rimedio per eccellenza, istantaneo, veloce, abbondante, era lo zucchero..! E spesso, il ‘fittulicchiamentu’ delle vicine era tale, che si verificava il bis, tris ecc. di zucchero in testa.
… quando ci si procurava un taglio profondo ma sottile nel ginocchio bisognava stare per 48 ore, a tenere il ginocchio leso, teso ed appoggiato su una sedia (ovviamente supportati nei bisogni con mezzi idonei). Sulla ferita, si poneva con infinita pazienza, la pellicina dell’uovo freschissima (che assomiglia all’attuale Teflon..!), che vi aderiva a meraviglia.
… se invece il bambino si prendeva un grosso spavento, tutti i presenti, vicine comprese, lo interrogavano per capire quale fosse il grado di paura. Ma in ogni caso, doveva ‘far la pipì subito’ o il sangue si sarebbe ‘ammalignato’..! Non era un problema far la pipì quanto il fatto che, si doveva fare in un angolo, davanti ai presenti, per tranquillizzarli.
… E poi c’era la temuta pertosse intesa come ‘tussi cummissiva’. I bimbi avevano vere e proprie crisi di soffocamento, arrivando ad ‘anniricare’. Li si metteva a testa in giù tenendoli per i piedi come i polli e scuotendoli con vigore o addirittura lanciandoli sul materasso. Nei casi più ostici, si ricorreva ai metodi tradizionali. Ad esempio, portarli a ‘ciaurari a picireca’ (annusare la pece greca, alias asfalto) o fargli ‘tagliare l’aria’, portandoli ‘a Muntagna o lo stallatico.
… Dalla ‘ciaurata’ del petrolio o la mattina a digiuno spicchio d’aglio schiacciato a mò di compressa in caso di vermi, di asfalto in caso di pertosse, stelo di prezzemolo intinto d’olio nel buchino del culetto in caso di stipsi, affumicamento con carta di giornale imbevuta d’olio all’ingresso anale (e relativa preghierina) in caso di emorroidi, un giorno di digiuno, mangiando solo 200 grammi di bruscolini, in caso di tenia (‘vemmu tagghiarinu’), ma, soprattutto, la ‘lavanna’..! Si trattava di un vero e proprio blitz per acchiappare figli o nipotini e somministrar loro l’odiato clistere di acqua e bicarbonato o sapone di marsiglia con acqua, che, a parer loro, ‘pulizziava i vuredda’ (puliva gli intestini). Era una terapia preventiva e appezzabile, siamo d’accordo ma… guai se un bimbo mollava una scorreggia che faceva ‘fetu’ (puzza): doppia razione!

#ticuntu… Monete e misure di Sicilia

N’tari’ n’tari’n’tari’
setti fimmini e n’ tari’,
n’ tari’ e’ troppu pocu
setti fimmini e nu piricocu
u piricocu e’ troppo ruru
setti fimmini e n’mulu
u mulu ietta cauci
setti fimmini e na fauci
a fauci e’ tagghienti
setti fimmini e n’sirpenti
u sirpenti e’ pizzicaghiolu
setti fimmini e n’ cannolu
u cannolu e’ ri canna
setti fimmini e na manna
a manna e’ troppu fina
setti fimmini ‘n carina

L’unità base per il conteggio a Napoli agli inizi del secolo XVIII era il ducato che si divideva in carlini, grana (o grani) e cavalli:
1 ducato = 10 carlini
1 carlino = 10 grana
1 grano = 12 cavalli.
Era anche in uso il tarì napoletano, pari a 2 carlini, ed il tornese pari a 6 cavalli ovvero ½ grano. Nello stesso periodo, l’unità base per il conteggio in Sicilia era l’oncia, o meglio l’onza:
1 onza = 30 tarì di Sicilia
1 tarì = 20 grana
1 grano = 6 piccoli o piccioli o denari.
Con legge del 19 dicembre 1745 […] il carlino di Napoli venne equiparato al tarì di Sicilia:
1 carlino = 10 grana di Napoli = 1 tarì di Sicilia = 20 grana di Sicilia.
Il grano siciliano valeva evidentemente la metà di quello di Napoli. Dopo la restaurazione borbonica e l’unificazione dei due regni di Napoli e Sicilia sotto Ferdinando I, con la legge N.° 1176 del 20 aprile 1818 vennero effettuate alcune modifiche per pervenire ad un sistema di monetazione decimale. Il ducato venne così suddiviso:
1 ducato = 10 carlini = 100 grana di Napoli
1 grano = 10 cavalli (a Napoli) o piccioli (in Sicilia)

RAGGUAGLIO TRA I PESI E LE MONETE SCILIANE DEL SECOLO XVIII E I PESI E LE MONETE ITALIANE DEL SECOLO XIX.
Una salma = ad ettolitri 2, 74.
Un quintale (rotoli 100) = chilogr. 80.
Un rotolo = ettogr. 7, 9 decagr.
Un’oncia = decagr. 7.
Un’onza = lire 12, 75.
Un tarì = lire 0,42.
Un grano = lire 0,02.
Uno scudo = lire 5,10.
Un ducato = lire 4,25.

#ticuntu… austu e riustu è capu r’ invernu e a vara e i giganti di Messina

La Vara, inizialmente nata come “carro trionfale” per celebrare l’entrata di Carlo V a Messina nel 1535, fu successivamente trasformata in “Machina” devozionale da un certo Radese raffigurante l’Assunzione della Vergine in Cielo, con le sue otto tonnellate di peso ed i suoi 13.50 metri d’altezza. Partendo dalla piattaforma del “cippo”, sulla quale è rappresentata la “Dormitio Virginis” (morte della Vergine) la cui bara era contornata dai dodici apostoli secondo la disposizione canonica delle pitture bizantine, la cosiddetta “koìmesis toù theothòkou”, salendo sono raffigurati i “Sette Cieli” (il Paradiso) che l’Anima della Madonna attraversa durante la sua ascensione; quindi, in aderenza alla concezione tolemaica dell’Universo – la Terra al centro e il Sole, la Luna e gli altri pianeti ruotanti intorno ad essa – il Sole e la Luna girano sorreggendo, nei rispettivi raggi più lunghi, fanciulli vestiti da angioletti. In origine tutte le raffigurazioni della “Vara” erano viventi, ma, a poco a poco, dopo gli incidenti del 1681 e del 1738, risoltisi miracolosamente senza vittime i bambini viventi furono tolti nel 1866 e sostituiti da angioletti di legno e di cartapesta. Munita in origine di ruote, dopo il 1565 queste furono sostituite da pattini in legno (oggi d’acciaio) per consentirne il trascinamento sul selciato. E a trascinare la Vara, mediante lunghe gomene, è il popolo messinese, al grido di “Viva Maria!”. La processione si svolge il 15 Agosto con la partenza che avviene, puntualmente come ogni anno, alle ore 19,00. Allo sparo dei mortaretti, il comandante della Vara dà il segnale di partenza, in piazza Castronovo, agli oltre mille tiratori che iniziano il traino al grido di “VIVA MARIA”, guidati dagli oltre 50 timonieri e vogatori che, facendo forza e leva su delle lunghe stanghe di legno, imprimono la giusta traiettoria impedendo spostamenti laterali che potrebbero portare la Vara fuori strada, o addirittura al suo capovolgimento. Dietro il “cippo”, partecipano alla processione il sindaco con tutte le autorità civili, militari e religiose. Per tradizione, poi, ci si reca in Fiera e sul lungomare per assistere ai fuochi pirotecnici eseguiti da tre diverse ditte, che illuminano di spettacolari e policromi bagliori le placide acque del mare sotto la Madonnina benedicente del porto. Secondo alcuni studiosi prima della costruzione della “Vara”, si conduceva una statua a cavallo rappresentante Maria. La sella era di velluto cremisino riccamente d’oro a tronconi.
Legata alla tradizione della Vara vi è anche quella dei Giganti. Mata e Grifone sono due statue gigantesche che, nei secoli sono state accostate a varie figure mitologiche: Crono e Rea (ovvero, nella tradizione latina, Saturno e Cibele), Cam e Rea, Zanclo e Rea, infine Mata e Grifone. Le versioni del mito di Mata e Grifone sono diverse, alcune narrano che il gigantesco guerriero e la regina bianca rappresentino i veri fondatori di Messina, mentre altre ritengono che siano i prigionieri musulmani fatti dal condottiero Ruggero D’Altavilla nel 1086. La costruzione di queste statue è attribuita al fiorentino Martino Montanini, allievo del Montorsoli su incarico del Senato di Messina intorno al 1550. La più accreditata delle leggende si riferisce al 964, quando Messina era l’ultimo baluardo siciliano che resisteva all’occupazione araba. Un generale invasore di nome Hassas Ibn-Hammar, durante l’assedio alla città, vide la bella Mata figlia di un commerciante messinese. Innamoratosene costrinse con la forza il padre a dargliela in sposa. Le mille attenzioni del saraceno non furono sufficienti a far innamorare la candida fanciulla, solo la sua conversione al cristianesimo riuscirono ad intenerirne il cuore. Il nome di Hassan diventò Grifo ribattezzato Grifone per la sua mole. I due innamorati prosperarono e vissero… felici e contenti.