#‎ticuntu‬… I mulini ad acqua delle Aci

‪Ringrazio la prof.ssa Mariella Di Mauro per avermi postato questa sua preziosa ricerca e il sito ecodelleaci.it per l’immagine allegata!
Questa breve storia parte dal territorio dell’antica Aci, il quale comprendeva, all’incirca, tutti i piccoli comuni che ne presero il nome. In questa zona, che aveva come centro la “Reitana”, settecento anni di storia hanno visto svilupparsi la via dei mulini che ha resistito al tempo, ma non alla speculazione edilizia che ebbe inizio negli anni settanta, del nostro secolo, e all’incuria di noi esseri umani. Solo un occhio attento e amante della nostra storia riuscirebbe, ancor oggi, a distinguere tracce di questi antichi mulini. Insieme a loro sono scomparsi, anche, vecchi mestieri, testimoni di tradizioni, ma, anche, di una sofferenza millenaria.
L’acqua è stata sempre sinonimo di vita e di ricchezza. Il suo controllo, in ogni parte del mondo, ha causato nei secoli contese da parte dei detentori del potere e dell’economia. Anche la nostra zona ha conosciuto lunghe dispute per il controllo delle acque.
Il nostro territorio, formato in prevalenza da terreni vulcanici, soffre, proprio per la sua struttura, della mancanza di sorgenti acquifere usufruibili, infatti, molti fiumi, per lunghi tratti, scorrono sottoterra. Nella zona a monte della Reitana, posta tra Acireale, Acicastello e Aci San Filippo, un substrato argilloso, privo della copertura lavica, permette l’affioramento di una falda acquifera che nei tempi passati si credeva fosse un ramo del famoso fiume Aci. A conseguenza di ciò, molte fonti naturali sgorgano in vari punti disseminati lungo tutto il territorio, che va dal piano Reitana , a Santa Venera (sorgente termale), fino ad arrivare a Capo Mulini, molte altre, invece, scorrono sottoterra e poi si gettano direttamente nel mare. Quest’area divenne, nel corso dei secoli, attenzionata lungamente, per svariati ed importanti utilizzi. L’acqua che fluiva nel nostro terreno, argilloso o vulcanico, si arricchiva, e si arricchisce tutt’oggi, della ricchezza delle sostanze che la nostra terra ci dona gratuitamente. Ma, oltre ad irrigare i terreni agricoli e dissetare sia gli uomini che gli animali, venne impiegata in diverse altre attività: pulitura dei panni di lino localmente prodotti, macerazione del lino e della canapa, lavorazione del riso, concia delle pelli, depurazione dei lupini, per finire, addirittura con la produzione della seta, che, a fine 400, era già diffusa in tutta la zona. Appena il bozzolo era pronto, si doveva estrarre il lungo filamento di seta ed era necessario disporre dell’acqua, indispensabile per la sua lavorazione.
Tanti, quindi, i suoi utilizzi, ma a questi dobbiamo aggiungere l’energia che dava alle macchine idrauliche, come i famosi e numerosi mulini, sparsi lungo tutto il territorio, per la produzione della farina, segherie per il taglio del legname, trappeti per la lavorazione delle canne da zucchero, paratori per la lavorazione della lana.
Si evince che in tutta la zona ferveva una incessante attività. Attorno a quell’area, infatti, ruotava un piccolo universo di attività umane, alle quali si dovevano per forza aggiungere muli che, per le “trazzere” disagiate, e sotto il sole cocente, trasportavano merci da lavorare o già lavorate. Appena arrivati a destinazione, le saie e gli abbeveratoi davano ristoro, a uomini e animali, dopo il lungo cammino, pronti, comunque, a riprenderlo non appena la merce sarebbe stata pronta. C’erano, poi, mandrie di pecore e capre, buoi e vacche che pascolavano vicino ai corsi di acqua ricchi di vegetazione. Si dovevano sentire, abbastanza spesso, le voci di giovani donne che si dirigevano verso i lavatoi con i cesti colmi di panni da lavare, accompagnate dalle anziane che oltre a chiacchierare, vigilavano severe sui loro “civettii”. Non mancavano, di tanto in tanto, uomini sul tetto armati di “scopetta” a mo’ di protezione dal pericolo delle scorribande dei turchi.
Solo quando il sole tramontava dietro l’Etna, “a muntagna”, i contadini riponevano gli attrezzi, e riprendevano la via verso casa. La rada, così animata di giorno, rimaneva sola, desolata, buia, rischiarata solo dalla luna e dal cielo stellato.
Arrivati alla seconda metà dell’800, però, si comincia ad assistere alla lenta, ma progressiva, chiusura dei mulini: il motore a vapore, di recente scoperta, aveva cominciato a soppiantare l’energia dell’acqua, in più, gli impianti molitori potevano essere posizionati il località più vicini ai centri abitati e, quindi, molto più funzionali.
Anche la molitura fu azionata da motori a vapore, prima, ed elettrici, dopo. Oggi, l’unico mulino rimasto integro, soprattutto grazie alla perseveranza del suo padrone, è il mulino “Pigno”, gli altri continuarono a funzionare fino al dopoguerra, per essere chiusi definitivamente negli anni ’50.
Oggi dei mulini ad acqua rimane poco più di una leggenda, qualche nome di luoghi di intrattenimento, e, di tanto in tanto qualche giornata culturale, guidata da qualche romantico studioso, sognatore, che, malgrado siano passati diversi secoli, continua a visitare spesso questi luoghi, cercando e trovando segni di piccole “manifestazioni edilizie” che l’occhio comune vedrebbe solamente come comuni “ciottoli”.
Mariella Di Mauro

#ticuntu… Carnaluvari e Diri

L’antico carnevale di Mascalucia di M.G. Sapienza Pesce. Il periodo carnascialesco cominciava con il giovedì delle comari ed era usanza che si pranzasse insieme con i vari compari di San Giovanni ovvero i Padrini e Madrine di Battesimo dei propri figli, ed infine ecco giungere il sospirato giovedì grasso, gioia di tutti, ma specialmente dei bambini e dei macellai che in quell’occasione vendevano moltissima carne di maiale, infatti in questa giornata si è soliti preparare per menù, pasta di casa o maccheroni a cinque “purtusi” il tutto condito con abbondantissimo sugo con carne di maiale. Mangiate pantagrueliche innaffiate da litri e litri di vino della contrada “Ombra”, Dolci tipici cannoli alla ricotta (famosi i cannoli di donna Angela). Il ballo in piazza Chiesa Madre, però era quello più atteso dai giovani che dagli anziani. Le ragazze indossavano il “dominò ” per poter ballare inosservate agli sguardi dei curiosi, con i ragazzi che da tempo facevano loro l’occhiolino. Le maritate, anch’esse rese irriconoscibili dal dominò, la mascherina ed i lunghi guanti, scherzavano e ballavano con i parenti o con gli scapoli spacconi; durante le manovre la dona non doveva mai parlare, ma solo ballare e ammiccando, alla fine convinceva il Cavaliere ad invitarla da “Teresino ” o da “Caruso” e lì si facevano regalare una scatola di cioccolatini. L’euforia, i colori, i fiori, ed il ritmo che caratterizzavano il carnevale di Mascalucia, attiravano moltissimi abitanti del paesi viciniori che si lasciavano prendere dalla voglia di divertirsi e di farsi contagiare dalla sana follia di questo periodo. Altra tipica usanza, molto più antica, erano i “diri ” che venivano recitati da persone di tutte le età che giravano per le strade del paese recitando confare scherzoso rimate favolette a doppio senso. Giuseppe Pitrè così parlava di questa usanza: ” In quel vago, gentile e pittoresco comune, è costume nel Carnevale recitarsi dal popolo commedie satiriche in maschere nelle pubbliche piazze, e Sciddica-sapuni (soprannome di un Vito Mangano [1807-1870]), poeta popolare estemporaneo, le componea anno per anno… Nella Donna Natala è sceneggiato e messo in mostra il modo con cui procuratori, fattori, massari ecc. spogliano proprietari, e la moralità è evidente e profìcua „.
Eccone la licenza:
Cari Signuri, l’aviti sintutu:
Cui ‘un è fidili ni lu praticali
Arresta sbriugnatu e dibbulutu,
E di tutti si fa murmuriari.
L’ormi onestu di tutti è benvulutn,
Non c’è pirsuna chi lu pò sparrari;
Ppi mia, viva l’onuri ! e vi salutu,
Mmaliditta la robba e li dinari !
Vi sentii a tutti assai ringraziari
Di quantu onuri ca m’aviti datu;
Si c’è mancanzia, m’aviti a scusari,
La Comica ‘un l’avemu studiatu;
Nui non sintemu li genti sparrari,
Si qualchedunu si senti lagnatu;
Sti mascarati si solinu fari
Pirelli ogn’annu stu stili ci ha statu.
Carnalivari si senti lagnatu;
Ca ‘na carizza nun s’ ha vistu fari;
Sibbeni aguannu ppi tutti angustiata,
Ca tutti semu scarsi di dinari;
Oggi si mancia sasizza e stufatu,
Li maccarruni tutti v’ hati a fari,
A la fmuta poi eh’ hati manciatu,
‘N brinnisi si cci fa a Garnalivari

Mascalucia vista dalla macchina fotografica di G. Verga

#ticuntu… la Venerabile Lucia Mangano

Lucia Mangano nacque a Trecastagni (CT) l’ 8 aprile del 1896, quarta di nove figli. Il padre Nunzio e la mamma Giuseppina Sapienza erano poveri contadini, ma di una profonda bontà e timorati di Dio. La piccola venne presto portata nella campagna, dove suo padre era colono di un grosso podere coltivato a vigneto e uliveto. Fin dall’infanzia ebbe da Dio grazie specialissime. A circa otto anni, innamorata dell’Eucarestia, si accostò, da sola, alla prima Comunione, chiedendo a Gesù di essere tutta sua, di non cadere in peccato e di provare in sé le sue sofferenze. Nutriva grande compassione per i poveri e sapeva mortificarsi per soccorrerli, nascondendo le sue privazioni. Era d’intelligenza pronta, intuitiva e vivacissima per carattere. Amava tanto la campagna e i giochi infantili e spesso dall’alto degli alberi soleva cantare felice: “Voglio sposare un Re che mi farà regina”. Era questo il suo grande sogno di fanciulla: divenire la Sposa di Gesù. All’età di 15 anni si trasferì con la famiglia a San Giovanni La Punta, vicino alla chiesa della Ravanusa. A 17 anni, per necessità familiari, fu posta dal padre a servizio dei signori Marano di Catania e un anno dopo presso la famiglia Guarnaccia, praticando le virtù dell’umiltà, dell’obbedienza e della pazienza, che le attirarono l’affetto e l’ammirazione dei padroni. Colpita dalla febbre di Malta, dovette ritornare a casa. “Furono giorni di grazie segnalate”, che ella chiamò principio della sua conversione. Verso i 18 anni ebbe la certezza di consacrarsi al Signore e conobbe per una luce superiore il genere di vita che avrebbe abbracciato. Nel 1919 venne a conoscenza della Compagnia di S. Orsola, comunemente detta delle Orsoline, fondata a Brescia nel 1535 da S. Angela Merici. Lucia vide che l’Istituto di S. Angela corrispondeva perfettamente a quel genere di vita che il Signore le aveva fatto conoscere e lo scelse, assimilando la profonda spiritualità mericiana, eminentemente evangelica, di contemplativa e di apostola. Ella amò tanto la Compagnia da poter affermare: “Se nascessi mille volte, mille volte mi farei Orsolina. La regola di S. Angela è un tesoro che Gesù ci ha affidato”. La sua vita fu, infatti, delle più ordinarie, ma abbellita da un esercizio continuo di virtù eroiche: vita di nascondimento e di silenzio, di gratuità, amore e donazione, di contemplazione e penitenza, come la Madre Angela. Sebbene sapesse appena leggere e scrivere, dettò e scrisse cose sublimi, riguardanti la più alta contemplazione con tale esattezza, semplicità e grazia da restarne ammirati teologi e letterati. Nel 1923 emise l’arduo voto di eseguire nelle sue azioni ciò che le sembrasse più perfetto e di maggior gloria di Dio. Nel 1925 ricevette l’incarico di Sostituta-Superiora delle Orsoline di S. Giovanni La Punta, ufficio che tenne fino alla sua morte con perfetto equilibrio e prudente fermezza. Nel febbraio del 1929 fu nominata maestra delle novizie dell’Arcidiocesi di Catania. Il 28 aprile 1932 fece voto, col permesso del suo Padre spirituale, il servo di Dio Padre Generoso Fontanarosa, Passionista, di far conoscere e amare la Vergine Addolorata e Gesù Crocifisso, la cui Passione visse giorno dopo giorno nella sua carne. Improvvisamente, nelle prime ore del 10 novembre 1946, nell’istituto delle Orsoline di S. Giovanni La Punta, questa creatura benedetta spiccò il volo per il cielo. La sua fama di santità si diffuse ovunque e il 28 aprile 1947, la venerata salma venne trasportata dal cimitero, dove era stata sepolta, alla Cappella dell’Istituto delle Orsoline di S. Giovanni La Punta, come ella aveva predetto. L’undici gennaio 1955 fu aperta a Catania la prima sessione pubblica del Processo Diocesano per la Causa di Beatificazione di Madre Lucia con moltissime e autorevoli adesioni. Il 2 luglio 1994 il Santo Padre, Giovanni Paolo II, firmò il decreto, con cui venne riconosciuta l’eroicità delle virtù della Serva di Dio Lucia Mangano, conferendole il titolo di Venerabile.
Giorno 8 novembre alle ore 19,30 presso il teatro delle Orsoline di San Giovanni La Punta, in occasione del 68° anniversario della morte di Lucia Mangano, a conclusione di un momento intenso di preghiera, si vivranno gli ultimi momenti della Venerabile tratta da Fimmini di Sicilia di Davide Gullotta, produzione di Sotto il Tocco di Michele Russo con Giusy Vinciguerra e Francesca Tringali. Riportiamo la preghiera di Lucia:
“Viva Gesù Crocifisso! Padre mio, un giorno dopo la festa del Corpus Domini, mi sentivo assai amareggiata. Allora in un raccoglimento mi sembrò che Gesù con il Cuore aperto che mandava fiamme, tutto pieno di amore prese a dirmi: Diletta mia, perché affliggerti tanto, mentre Io in questa casa ho posto la mia compiacenza e la mia delizia? Poi cambiando tono e con aspetto solenne disse: – Ciò che ora disprezzano, poi in ciò conosceranno ed esalteranno la mia gloria! E continuando a parlare con tono misterioso, soggiunse: – Mi servo delle cose più deboli per confondere gli uomini. Dopo la tua morte, in seguito alle contraddizioni, il tuo corpo ritornerà e sarà conservato in questa casa, dove si esalterà la mia gloria. Poi Gesù, riempendomi di Se stesso, mi lasciò riposare in una quiete nella quale non sentivo altro che amare ed essere amata. Viva Gesù sempre! Mi benedica forte forte! Lucia”

Venerabile Lucia Mangano

Lucia Mangano e Maria Lanza

Mons. Scalia, Padre Generoso, Lucia Mangano, Maria Lanza

Giusy Vinciguerra in Lucia Mangano tratta da Fimmini di Sicilia di Davide Gullotta

#ticuntu… Guvernu ‘talianu si veru buttanu… i fatti di Bronte 2 agosto 1860

Guvernu ‘talianu si veru buttanu
ci suchi lu sangu a lu pover’omu
Li tassi chi metti su’ cosi trimenti
chi fannu trimari li spaddi a li denti
C’è tassa pi tuttu: Manciari e vivìri,
vigghiari e durmiri, campari e muriri
C’è sulu du’ cosi nâ chistu mumentu
chi ‘un sunnu suggetti a lu tassamentu…

Guvernu ‘talianu ti riŋràziu
ca pi pisciari nun si paga ‘u daziu
e chi pi fàrisi ‘na ca-ca-ca …cantàta
nun c’è bisognu di carta bullata.

Cu l’occhi chini e la panza vacanti
‘na manu darrèri, e l’autra davanti
Chî peri scàusi, e li causi strazzàti
jemu furriannu pi sti strati strati
Semu arriddùtti comu l’armi santi
nudi allu ‘nfernu, ‘nta lu focu ardenti
e c’è di luntanu cu nni fa la cucca
ca tutti li cosi si cogghi e s’ammucca

Guvernu ‘talianu ti riŋràziu
ca pi pisciari nun si paga ‘u daziu
e chi pi fàrisi ‘na ca-ca-ca …cantàta
nun c’è bisognu di carta bullata.

La mattina del 2 agosto, giovedì, il paese si trovò militarmente assediato da ogni parte. Chi voleva uscire era fatto tornare indietro con le buone o con le cattive: «Dobbiamo dividerci i beni del Comune, gridavasi, questi signori ci hanno succhiato il sangue nostro, ce lo devono restituire».
«In paese era grande agitazione e scompiglio; un correre qua e là popolarmente, tumultuaria­mente chiamando e invitando alla sommossa. «Chi non è con noi e contro di noi». «Guai a chi è contro il popolo!».
E molti di buone famiglie borghesi, volenti o nolenti, ingrossavano lo stuolo dei faziosi.
«Verso mezzogiorno la piazza vicino al Casino dei civili, era un nero bollimento. Un’onda di popolo incalzava e contrastavasi mugolando e urlando: Vogliamo la divisione delle terre.»
«Giunsero dai boschi i carbonari con le loro grandi accette. – scrive un testimone oculare, il filo borbonico padre Gesualdo De Luca – Alle ventitre del giorno si unirono armati sul largo di S. Vito i masnadieri ed i costretti da quelli. Suonarono quella campana a stormo, e tosto divisi in due falangi scesero nel paese. La più grossa scese a sinistra per la via dei Santi, fermossi più volte, tremando verga a verga, pel sospetto di aversi scariche di fucilate dalle case dei ricchi. Ma quando tra palpiti e furore percorse libere le strade giunsero al Casino di Compagnia dei civili, e lo trovarono sgombro; un delirio febbrile l’invase, guastarono ogni cosa di quel luogo, e corsero agli incendii ed ai saccheggi.»
Fra posti di blocco istituiti per evitare la fuga dei “cappelli” e gli incendi del teatro, dell’archivio del Comune (posto allora nei locali del Collegio di Maria all’epoca adibiti a sede della Cancelleria comunale), del “Casino dei civili” (alla fine furono 46 le case incendiate), i rivoltosi, come branco di lupi famelici, desiderosi di vendette covate e tramandate di generazione in generazione per secoli, di sangue e di rapine, invasero le strade; sbucavano da ogni vicolo, saccheggiavano, incendiavano, uccidevano.
«Nicolò Lombardo, – scrive Salvatore Scalia – che si è battuto e ha sofferto per la causa dei comunisti, davanti a quell’esplosione incontrollata di ferocia si sente perduto: i suoi seguaci non sono più dalla parte del diritto. La loro causa non può più essere la sua. “Cercò di ammansire quelle belve”, scrive Benedetto Radice che guarda i rivoltosi con gli occhi dell’avvocato. Ma invano: la rivoluzione, che aveva ardentemente sperato e gli era sembrata a portata di mano con la venuta di Garibaldi, si muta repentinamente in una tragica disillusione.»
La prima vittima del furore popolare fu la guardia municipale Carmelo Luca Curchiurella, trucidata vicino al Carcere Bovi, perchè andava prendendo nota dei preposti alla custodia dei posti di blocco.
«Stanchi – continua il Radice – irrompono nelle cantine, aperte dai proprietarii per evitare il sacco alle loro case. Mangiano, bevono rinfrescano le arse gole, ed ebbri alla fine di vino e di furore, al comando degl’improvvisati generali, come torrenti di lava, dagli squarciati fianchi d’un vulcano, corrono qua e là a nuovi saccheggi, a nuovi incendi.»
In una fitta sequenza di scene feroci, fra il 3 ed il 4 agosto, furono crudelmente trucidati civili e “cappelli” più un rivoltoso (Nunzio Bertino, di 36 anni) colpito per sbaglio da una pallottola vagante.
Sedici i morti: furono barbaramente uccisi, fra gli altri, il notaio Ignazio Giuseppe Maria Cannata (notaio della Ducea Nelson) ed il figlio Antonino, il cassiere comunale Francesco Aidala, la guardia municipale Carmelo Luca, l’impiegato del catasto Vincenzo Lo Turco, Rosario Leotta contabile della Ducea, l’usciere Giuseppe Martinez.
Dietro questi eccidi vi erano una fame secolare di terre, odi mai sopiti, soprusi mai scordati, un’estrema miseria, ma anche desiderio di libertà e ansie generose risorte di fronte a quella che appariva la splendida e rapida azione di Garibaldi con le sue promesse di dare soddisfazione immediata alle rivendicazioni contadine.
Il Comitato di guerra, creato in maggio per volere di Garibaldi e Crispi, decise di inviare a Bronte un battaglione di garibaldini agli ordini del genovese Nino Bixio per sedare la rivolta e fare giustizia in modo esemplare. Secondo Gigi Di Fiore (Controstoria dell’unità d’Italia) e altri studiosi, gli intenti di Garibaldi probabilmente non erano solo volti al mantenimento dell’ordine pubblico, ma anche a proteggere gli interessi commerciali e terrieri dell’Inghilterra (Bronte apparteneva agli eredi di Nelson), che aveva favorito lo sbarco dei Mille, e soprattutto a calmarne l’opinione pubblica.
Quando Bixio iniziò la propria inchiesta sui fatti accaduti larga parte dei responsabili era fuggita altrove, mentre alcuni ufficiali colsero l’occasione per accusare gli avversari politici.
Il tribunale misto di guerra, in un frettoloso processo durato meno di quattro ore, giudicò ben 150 persone e condannò alla pena capitale l’avvocato Nicolò Lombardo (che, acclamato sindaco dopo l’eccidio, venne ingiustamente additato come capo rivolta, senza alcuna prova), insieme ad altre quattro persone: Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri e Nunzio Samperi. La sentenza venne eseguita mediante fucilazione l’alba successiva: per ammonizione, i cadaveri furono lasciati esposti al pubblico insepolti.
« Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! ma niuno osò muoversi »
(Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille)
“Gli assassini, ed i ladri di Bronte sono stati severamente puniti – Voi lo sapete! la fucilazione seguì immediata i loro delitti – Io lascio questa Provincia – i Municipi, ed i Consigli civici nuovamente nominati, le guardie nazionali riorganizzate mi rispondano della pubblica tranquillità!… Però i Capi stiino al loro posto, abbino energia e coraggio, abbino fiducia nel Governo e nella forza, di cui esso dispone – Chi non sente di star bene al suo posto si dimetta, non mancano cittadini capaci e vigorosi che possano rimpiazzarli. Le autorità dicano ai loro amministrati che il governo si occupa di apposite leggi e di opportuni legali giudizi pel reintegro dei demanî – Ma dicano altresì a chi tenta altre vie e crede farsi giustizia da se, guai agli istigatori e sovvertitori dell’ordine pubblico sotto qualunque pretesto. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole. Il comandante militare della Provincia percorre i Comuni di questo distretto. Randazzo 12 agosto 1860.”
IL MAGGIORE GENERALE G. NINO BIXIO.

No comment!

piazza S.Vito a Bronte sede della fucilazione ad opera di Bixio

 

#ticuntu… I Principi Di Giovanni di Trecastagni

Nell’area etnea i messinesi Di Giovanni ed i palermitani Riggio acquistarono dal demanio alcuni popolosi casali etnei. Costruirono palazzi, ville, teatri, innalzarono, ristrutturarono chiese e conventi. Ma, intelligentemente, stabilirono stretti e solidi legami con le famiglie importanti del luogo e, in seguito al disastroso sisma del 1693, proposero progetti di ricostruzione basati su nuove concezioni urbanistiche e architettoniche. Sotto il principato di Scipione Di Giovanni, Trecastagni emerse come la piccola capitale dello Stato. Fu completata la costruzione del palazzo che il padre aveva iniziato anni prima: l’edificio ebbe forma quadrata, con una monumentale scala esterna e grandi saloni abbelliti con arazzi, tappeti e tendaggi; sul davanti si trovava un ampio cortile in cui si fermavano le carrozze dei nobili che avevano rapporti politici e sociali con i signori, e tutt’attorno si estendeva un verdeggiante giardino. Feste, balli, cacce nei boschi vicini, allora ricchi di selvaggina, raduni mondani, furono occasione d’incontro e di divertimento per molti nobili siciliani e per parecchi hidalgos spagnoli che gravitavano nell’orbita dei Di Giovanni. Il Teatro, costruito nell’altro centro di Pedara, si componeva di una grande sala e di una più piccola costruzione che serviva da palcoscenico, su cui venivano impiantate scenografie di mari, fiumi e paesaggi strani e appariscenti che scatenavano spesso entusiasmo popolare. Ogni anno vi si rappresentavano diversi drammi musicali e varie recite sacre con attori e musici provenienti dalle più importanti città del Regno.

Palazzo dei principi Di Giovanni a Trecastagni

#ticuntu… i “Spiddi” da Mascalucia

A Mascalucia, paese in provincia di Catania, c’è una vecchia villa abbandonata che sorge di fronte al cimitero comunale. Quello che più colpisce è il fatto che una villa così bella ed elegante con un giardino intorno ben curato sia disabitata. Si narra che, alla fine del 1800, la villa fosse abitata da un barone che per ragioni poco chiare morì suicida al suo interno e secondo leggende metropolitane, essendo suicida, fu seppellito nel seminterrato senza lasciar traccia della tomba. E così da quel giorno chiunque ha provato a viverci (ad eccezione dei giardinieri che sembrano immuni a questa terribile maledizione, poiché da circa due secoli, generazioni si occupano del giardino) ha trovato la morte dopo poco tempo o è fuggito nottetempo. I proprietari tengono molto alla villa che conta ben 16 stanze. Chi ha avuto il piacere di entrare all’interno della villa ha parlato di un’atmosfera tranquilla mista a strani fenomeni non troppo frequenti come rumori di passi provenienti dai piani superiori ed interruzioni improvvise della corrente elettrica. Alcuni sostengono invece di aver avvertito rumori e lamenti provenienti dall’interno misti a sensazioni di freddo improvviso. Altre strane esperienze sono capitate a coloro che hanno attraversato il sentiero solo dopo il tramonto come quella di aver visto la sagoma di un bambino con la presenza di un forte odore d’incenso. E così questa bellissima villa domina indisturbata, all’entrata di Mascalucia, guardando il Cimitero e nascondendo in se arcani misteri.

La villa “infestata” dagli spiriti

#ticuntu… era il Teatro Bellini di Acireale

Opera dell’ingegnere catanese Carmelo Sciuto Patti fu inaugurato nel 1870. All’inaugurazione debuttò l’artista Emma Albani e il tenore Sirchia che rappresentarono la Sonnambula e la Lucia. Il Teatro Bellini di Acireale, era il “Salotto Buono” degli acesi fino al 1952, anno in cui fu distrutto da un misterioso incendio. Era il 15 febbraio 1952, ed il caso volle che il 16 febbraio 1952 venisse inaugurato il cinematografo-teatro Maugeri con una capienza di 1500 posti. Da allora e nonostante ci siano già stati due interventi di ricostruzione, il primo negli anni settanta, il secondo nel decennio successivo, il Teatro acese resta ancora ben lontano dall’essere completamente restaurato. Esiste una malandata facciata ma con l’interno completamente distrutto. Vorrei ricordarlo in una foto d’epoca quando offriva cultura a tutta la Sicilia orientale.

Teatro Bellini di Acireale del 1870

#ticuntu… I tre Santi

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Nel 250, l’imperatore Decio emanò un editto secondo cui ogni persona doveva effettuare un sacrificio alle divinità della Religione romana; il rifiuto avrebbe significato il rifiuto di sottomettersi all’impero e la pena sarebbe stata la condanna a morte. Verso la fine del 251, mentre era a capo dell’impero Treboniano Gallo, succeduto a Decio, un plotone di soldati romani si presentò a Vaste nel leccese, nella casa patrizia di Vitale e Benedetta da Locuste. Avevano l’ordine incarcerare i loro tre giovani figli, Alfio, Cirino e Filadelfo, rei di avere infranto la legge con la professione cristiana. Dopo vari trasferimenti, per essere processati, presso i consoli e patrizi romani dell’Italia meridionale i tre fratelli finirono in Sicilia, ove governava Tertullo, giovane patrizio romano che aveva fama di funzionario autoritario. Sbarcati a Messina il 25 agosto del 252, Alfio, Cirino e Filadelfo subirono un primo processo a Taormina. Passarono poi dall’attuale Trecastagni, alle falde dell’Etna, dove durante una sosta, una donna pietosa donò ai tre fratelli altrettante castagne, che loro piantarono nel terreno. È, d’altra parte, possibile che il racconto delle castagne origini dalla cattiva interpretazione dell’espressione “tre casti agni”, cioè agnelli, nome con cui sarebbero stati indicati originariamente i tre. Vennero infine condotti a Lentini dove Tertullo li affidò al suo vicario Alessandro. Viveva allora a Lentini Tecla, nobile e cugina di Alessandro che da oltre sei anni era stata colpita da paralisi alle gambe. Sapendo dei poteri taumaturgici dei tre fratelli, chiese al cugino di poterli incontrare, per ottenere, per loro tramite, la guarigione. I tre fratelli rimasero commossi alla vista di quella bella giovane immobilizzata sul letto e le promisero che avrebbero pregato per lei. Durante la stessa notte a Tecla sarebbe comparso in sogno l’apostolo Andrea, il quale, segnatala con un segno di croce, le assicurò che sarebbe guarita grazie all’intercessione di quei giovani incarcerati da Tertullo. La leggenda racconta che ella si svegliò guarita e volle recarsi subito al carcere per ringraziare i tre giovinetti che, da allora, continuò a visitare ogni giorno di nascosto, assistendoli, confortandoli e portando loro da mangiare. Ma Tertullo, arresosi di fronte allo loro inflessibile costanza nella fede in Cristo, emanò la sua sentenza, seguita dall’immediata esecuzione: dopo averli fatto girare ammanettati e frustati per le vie di Lentini, ad Alfio venne strappata la lingua (per questo motivo è considerato il patrono dei muti), Filadelfo fu bruciato su una graticola, Cirino fu immerso in una caldaia di olio bollente. Era il 10 maggio del 253 ed Alfio aveva 22 anni e 7 mesi, Filadelfo 21 anni, Cirino 19 anni e 8 mesi. Su ordine di Tertullo, i loro corpi martirizzati furono legati con funi e trascinati in una foresta, chiamata “strobilio” per la gran quantità di pini esistenti. Le spoglie vennero buttate in un pozzo secco, vicino alla casa di Tecla, ormai convertita, la quale, nella notte tra il 10 e l’11 maggio, accompagnata dalla cugina Giustina e da undici servi (di cui cinque donne), estrasse i corpi e, trasportatili in una campagna vicina, diede loro degna sepoltura, sfruttando una piccola grotta, quella oggi contenuta nella chiesa di Sant’Alfio e sulla quale successivamente, nel 261, placatesi le persecuzioni, venne eretto un tempio ed essi dedicato. Il primo vescovo di Lentini fu Neofito, nuovo nome di quell’Alessandro, vicario di Tertullo, convertitosi anch’egli al cristianesimo e consacrato nel 259.

I tre Santi: Alfio, Cirino e Filadelfo

Chiesa dei tre Santi a Lentini (SR)

Santuario di Sant’Alfio – Trecastagni (CT)

 

 

#ticuntu… Bronte e Horatio Nelson

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Nel Dicembre 1798 re Ferdinando I delle Due Sicilie dovette abbandonare Napoli e rifugiarsi con l’aiuto di Nelson in Sicilia, a Palermo. L’anno dopo re Ferdinando fu rimesso sul trono di Napoli, grazie all’aiuto inglese e di Horatio Nelson e in segno di riconoscenza, concesse a Nelson, in perpetuo, l’Abbazia di Maniace, le terre e la città di Bronte nello stesso modo come in passato erano appartenuti all’Ospedale di Palermo. La munificenza regale non si limitò ad offrire la sola Bronte ma una terna di allettanti doni. L’ammiraglio poteva optare fra i feudi di:
Bisacquino, posto nelle vicinanze della felix Palermo, appartenuto alla Chiesa di Monreale;
Partinico, un tempo proprietà della Badia di Santa Maria di Altofonte;
Bronte, ex proprietà dell’Ospedale di Palermo, già affrancatosi dopo secoli di lotte e grandi sacrifici.
Horatio Nelson non deluse il re: preferì scegliere Bronte e del perché di tale scelta si pensa all’origine greca del nome (che significa “Tuono”) o per la maestosità dell’Etna che lo sovrasta; oppure per i versi del poeta palermitano Giovanni Meli. Probabilmente scelse il territorio di Bronte perché si identificò con il mitico Ciclope: anche lui aveva un solo occhio. Al caro Ammiraglio venne anche conferito il titolo di Duca di Bronte e fu esentato dalla grossa somma che bisognava pagare alla Regia Corte. Re Ferdinando gli concesse pure la facoltà di trasmettere la Ducea, a suo piacimento, non solo a qualsiasi dei suoi parenti ma pure ad estranei.
L’Ammiraglio e la sua amante ufficiale, lady Hamilton non ebbero però il tempo nè la fortuna di mettere piedi nei possedimenti siciliani e di abitarvi. Alla sua morte i suoi parenti, i Bridports, ereditarono le proprietà e la mantennero visitandola e vivendoci stabilmente fino a pochi decenni fa.
Il nome “Bronte” divenne così prestigioso che l’irlandese Patrick Prunty, grande ammiratore di Nelson, mutò il suo cognome in Brontë, la dieresi sta a indicare che la lettera ‘e’ finale non è muta come suggerirebbe la regola dell’inglese moderno, e come Brontë divennero famose le sue tre figlie Emily, Charlotte e Anne scrittrici di fama internazionale.

Horatio Nelson

Ducea di Nelson a Maniace-Bronte (CT)

Emily Bronte. Il cognome originario del padre era Prunty.