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#‎ticuntu‬… lettera dal fronte

Zona di guerra 22 novembre 1915
Papà amato,
sto bene; sono arrivato là dove tuona il cannone. La neve è alta quanto non l’avevo vista mai in vita mia. Eppure si cammina in mezzo ad essa come su terreno piano. Che bel divertimento, starsene da queste parti, in mezzo a tanta neve, e tra lo scoppiar di qualche grossa granata! I nostri pezzi combinano un’armonia divertente assai; e difeso da questi, spero di fare il mio dovere. Animo, che sia scritto tutto quello che deve avvenire. Per ora si va avanti.
Sto meglio di come non stavo costì, ma mi trovo là… dove molto si percote. Se avessi un’idea di quello che succede qui, e di come mi ci sono uniformato, “come se l’avessi passata sempre qui la mia vita!” ti metteresti a ridere! Già non so quello che mi succede all’intorno: i cannoni sparano e lanciano certe caramelle che fanno un rumore assordante. La neve è alta: la temperatura bassa: figurati 18 sotto zero. Si avanza. Se mi accadesse qualche disgrazia, ricordati di mia madre. Per ora basta di questo. Sono stanco e confuso. Ti scriverò appena potrò.
Francesco Gesualdo

(Nacque a Mazzarino il 9 agosto 1895; finite le scuole elementari si iscrisse al ginnasio di Piazza Amerina, e poi al Liceo di Caltanissetta ove conseguì brillantemente la licenza liceale nell’anno scolastico 1913-14. Nel 1915 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Roma. Sognava di diventare un avvocato, un magistrato, per mettere la sua opera a difesa degli umili, di quegli umili che lui conosceva per nascita e per vita, in pari tempo faceva tutti gli sforzi per esserne degno e studiava e si migliorava, si perfezionava instancabilmente, rimordendogli del tempo poche volte speso malamente. A vent’anni si doleva di essere a carico dei suoi, e a Roma intendeva trovarsi una occupazione che gli consentisse di vivere con le proprie forze e senza dover ricorrere all’aiuto paterno. Nel luglio 1915 lo vediamo allievo ufficiale a Palermo e nel novembre dello stesso anno è già sottotenente di fanteria a Col di Lana, sulla cima delle Dolomiti a quota 2464, in zona di guerra. Dopo due lunghi anni di guerra cadde eroicamente sulla Bainsizza, altopiano della Venezia Giulia, in provincia di Gorizia, il 25 agosto 1917, convinto fermamente che « non avrebbe potuto chiudere la sua esistenza in modo migliore ». Il Ministero della Guerra gli conferì la medaglia d’argento al valor militare, e ‘l’Università di Roma la laurea ad honorem. La sua Mazzarino gli dedicò una piazza. )

#‎ticuntu‬… la grande guerra

A Catania, Il 24 aprile 1915 una imponente manifestazione patriottica di studenti, al grido di “Abbasso l’Austria”, si avviò verso il Consolato austriaco, un forte contingente di forza pubblica impedì ai dimostranti di proseguire oltre. Il 14 maggio si ebbe un’altra dimostrazione degli studenti. Disertarono le aule dandosi convegno in piazza Dante e proclamando lo sciopero generale. In colonna attraverso la via Lincoln (oggi via di Sangiuliano), raggiunsero via Etnea, dirigendosi verso il consolato austro ungarico. Gli agenti si scagliarono in maniera feroce contro i giovani investendoli e ferendoli. Un cittadino grondante di sangue gridò: “Vergognatevi, siti chiù sanguinari dill’assassini austriaci. Semu taliani, vata luvari u cappeddu!

La battaglia fu violenta. L’obiettivo era quello di impossessarsi dello stemma. Ma essendo molto alto si ebbe l’idea di usare l’inchiostro. In una cartoleria vicina furono acquistati tutti i calamai che furono lanciati contro lo stemma. E così l’aquila bicipite scomparve in un mare di inchiostro. Anche in piazza Mazzini ci furono disordini perchè lì vi era la sede del consolato germanico. Gli studenti, in via Etnea, alla fine ebbero libertà di azione. Strapparono lo stemma del consolato austriaco ammaccandolo e distruggendolo. Il pezzo più grosso venne issato su un bastone e usato come vessillo al grido di Abbasso la Germania.

Il sindaco Gaetano Majorana stampò un manifesto dove con toni pacati volle calmare gli animi dei dimostranti:” Cittadini, l’amore per la nostra grande Patria qui , come altrove, ha oggi determinato vive esplosioni di risentimento. Comprendiamo e dividiamo lo sdegno e il timore di quanti generosamente sono turbati dai nuovi indirizzi di politica soverchiamente prudenti, che condurrebbero la Nazione alla inferiorità morale di tempi ormai passati, e che frustrerebbero insieme alle antiche mai dimenticate aspirazioni tutti i non pochi e non lievi sacrifici serenamente sopportati per la preparazione militare. […] Aspettando che si decidano le sorti dell’Italia, come il popolo ha proclamato, noi rivolgiamo a voi, cittadini, vivissima preghiera di rispettare le prossime definitive decisioni”.

E così il 24 maggio 1915 scoppiò la guerra. La città di Catania con le manifestazioni degli interventisti aveva dato il suo contributo alla causa. De Felice, pur militando nelle file del socialismo, si era votato per le file interventiste. Sin dal 28 maggio la città si fasciò di tenebre per rendersi invisibile per senso di prudenza. Mancava la luce. Su decreto del prefetto Lualdi, il sindaco Majorana vietava l’accensione dei fanali a gas lungo le vie adiacenti al mare. Alcune vie come Duca degli Abruzzi, XX settembre, Etnea, già illuminate a luce elettrica dovettero accendere una lampada ogni cinque, mentre in via Lincoln e Vittorio Emanuele un fanale a gas ogni cinque. Nelle altre vie e nei sobborghi solo a metà. Il porto e le coste totalmente al buio. Su direttive governative venne istituita la CENSURA sui quotidiani italiani.

Molti battaglioni appartenenti al 4° e al 146° reggimento partirono senza essere salutati dalla cittadinanza data l’urgente richiesta di uomini al confine. Solo il 4 giugno un battaglione in assetto di guerra venne fatto sfilare dalla caserma dei Cappuccini per via Etnea, diretto alla stazione. Lì si ebbero scene commoventi , tanti e ripetuti a lungo furono gli abbracci tra i soldati e le famiglie, interrotti solo dallo sbuffo della locomotiva che lentamente partì coprendo con il fumo quei visi gonfi di lacrime.

E così i siciliani si resero ben presto conto di quanto crudele fosse quella guerra lontana, di lì a poco arrivarono le notizie dei primi caduti e con essi le medaglie al valore.

#ticuntu… il destino di Sergio Sommaruga

Articolo tratto da: La natura dei sentimenti, dal 1943 a oggi. La storia di Catania attraverso due famiglie Di Sergio Mangiameli pubblicato su CTZEN del 13 luglio 2014.

Ci sono Maria, Anna, Olga, Luigi e tanti altri. E c’è soprattutto Sergio, un ragazzino morto sotto i bombardamenti del ’43, che ha dato il nome a un giornalista e scrittore che è poi l’autore della storia vera che CTzen vi propone. Un racconto che supera la fantasia e che intreccia vicende personali con personaggi e avvenimenti della città Maria e Sergio
È la mattina del 16 aprile del ’43, siamo a Catania, viene dato il preallarme: le scuole sono fatte evacuare. Ci sono due ragazzini di 13 anni, Sergio e Maria, amici stretti, forse con le prime emozioni indefinite addosso, che si ritrovano liberi fuori dai banchi dello Spedalieri. «Andiamo al porto a vedere le navi arrivate stanotte». «Sei pazzo, è pericoloso, da un momento all’altro può scattare l’allarme!». «Le solite femminucce, io ci vado lo stesso». Non morì al porto di Catania, Sergio. Il suo corpo fu ritrovato intatto, sotto le macerie di un’ala del palazzo crollatogli addosso quello stesso giorno, dopo esser tornato dal porto, e aver raggiunto suo padre Alberto al negozio Mandosio di via Etnea, dove lavorava come direttore del calzaturificio. Sua madre Olga uscì fuori di testa, Maria fu mandata dai suoi genitori presso alcuni parenti a Parma – considerata più sicura – e Alberto prese sua moglie e l’unico figlio rimasto, Luigi di 9 anni, e partì per Milano senza guardare indietro. Un ultimo sguardo, però, Alberto dovette rivolgerlo per forza ancora una volta alla Sicilia e a Catania, quando tre mesi dopo cadde suo fratello, il tenente colonnello di artiglieria Erminio Sommaruga, al quale il nuovo Stato italiano riconobbe la medaglia d’oro al valore e intestò, successivamente, la caserma di Catania. Passarono gli anni, ma non i ricordi. La mamma di Maria e la mamma di Sergio erano amiche e continuarono a frequentarsi: Anna andò a Milano e Olga e Alberto, dopo tanti anni, provarono a far ritorno a Catania, nel ‘61. Maria divenne medico pediatra, per curare i bambini – chissà quale bambino –, e quando si sposò, al primo figlio mise il nome di Sergio. La nonna Anna visse nella famiglia di sua figlia Maria fino alla propria scomparsa, avvenuta nel settembre del ’77, quando Sergio aveva esattamente 13 anni. E la sua vita cambiò per sempre – ve lo posso assicurare –, come quella di sua madre Maria ai suoi 13 anni. Sergio avrebbe detto che sua nonna Anna è stata l’unica persona a non averlo mai tradito. Poi il tempo usò la sua polvere magica a doppio effetto lenitivo, sia sulle vite delle persone passate che su quelle delle persone nuove, spose, mariti, figli, nipoti. E le corde che avevano unito si allentarono e si persero sotto questo nuovo strato rigenerativo. Per quelle virgole che il destino si diverte ad arricciare, la svolta avvenne nel silenzio di una libreria di Catania, alla fine del primo decennio degli anni Duemila. Lo sguardo di Jolanda Trucco, insegnante in pensione, si arricciò su un libro blu col titolo in bianco Rua di Mezzo sessantasei, una famiglia. Jolanda lo prese e lesse che la storia era ambientata a Pedara, sulle falde dell’Etna, dove lei aveva villeggiato durante le estati passate insieme con la sua famiglia. «Lo compro e lo regalo a mia figlia!», pensò. Poi lesse il nome dell’autore, sconosciuto, un certo Sergio Mangiameli. Era quel Sergio, figlio di Maria, nipote di Anna, ora sposato con una figlia, che dopo la morte dei suoi genitori e la vendita della casa d’infanzia, si sedette al pc e iniziò a voler scrivere il libro per sua figlia, alla quale fece una dedica precisa: Ad Anna, la mia figliola. Lasciamo stare il valore di bellezza che Jolanda attribuì a quel piccolo libro – non posso certo essere io stesso a elogiarmi –, ma fu inoppugnabile il fatto che presa dall’emozione della lettura, ne parlò a tutti i suoi figli un giorno a casa: dovreste leggerlo tutti, questo libro! Antonio, uno dei quattro figli di Jolanda, fa: «Ma io lo conosco, Sergio Mangiameli: è amico mio!». Così Jolanda mi volle conoscere, mi regalò una penna e un dovere: il tempo lontano dalla scrittura sia tempo sprecato. Parlammo dei personaggi del libro, mi domandò dei miei genitori, Girolamo e Maria, e di Anna, mia nonna. Poi mi disse che anche sua figlia si chiama Sandra, come mia sorella, ma concordammo che questa era soltanto una banalissima coincidenza. Un pomeriggio dello scorso inverno, suo nipote Davide Gullotta organizza un incontro letterario in città, tema la guerra a Catania. E Jolanda ci va. Ascolta dei brani tratti dal libro di Salvatore Nicolosi, giornalista de La Sicilia, La guerra a Catania, appunto. Quando in un determinato momento, viene riportata la testimonianza di Maria Di Stefano Mangiameli sui fatti dell’aprile del ’43, il giorno in cui perse la vita il ragazzino Sergio Sommaruga. Jolanda, di ottima memoria, non perde tempo e dice a Davide che lei conosce il figlio di Maria. Luca Russo, un giovane uomo appassionato di storia e amico di Davide, è presente e non può fare a meno di ascoltare. I giorni dopo, a lavoro – Luca è impiegato presso un operatore di telefonia mobile – riceve una chiamata da Milano: «Sono Cesarina Sommaruga, ho ricevuto il vostro avviso di vincita, mi dà conferma?». «Vincita? No, guardi, non mi risulta, ma mi scusi, lei come ha detto che si chiama?». «Cesarina». «No, il cognome Sommaruga per caso ha niente a che fare con un ragazzino morto a Catania sotto i bombardamenti nell’aprile del ’43?». «Era il fratello di mio marito Luigi, che non ho mai conosciuto. Ma mi scusi lei, come fa a conoscere questa storia?». In breve, succede questo: Luca racconta quel che può a Cesarina, detta Cicci, Cicci si scapicolla a raccontarla a sua volta a Luigi, detto Gigi, ora ottantenne ma attivo come un treno, anzi un aereo, che prenota immediatamente per luglio per conoscere la persona che porta il nome di suo fratello. L’otto di luglio a Trecastagni la serata è fresca. Nella pizzeria, vengono uniti due tavoli per far posto a tutti i convenuti: Gigi e Cicci, la loro figlia Daniela con sua figlia di nove anni, Davide con sua moglie, Jolanda, Erminia figlia del colonnello Erminio Sommaruga, Luca, mia moglie Roberta, nostra figlia Anna e io. Gigi mi dona subito delle foto di settant’anni fa, mia madre bambina, mio nonno con i colori di mia figlia, mia nonna col nome di mia figlia… Io gli faccio dono del mio libro blu col titolo bianco – mi sembra il minimo, anche per rispetto alle parole scelte, che stavolta hanno saputo unire. Accanto a noi, mia moglie e io abbiamo salutato una persona che non vedevamo da undici anni: la prima baby-sitter di nostra figlia Anna, adesso sposata e con figlio. Il bambino è lì con loro, si chiama Sergio. Poi qualcuno fa notare il numero di uno dei due tavoli, 43, come l’anno in cui è morto Sergio. Qualcun altro a questo punto, si prende la briga di controllare il numero dell’altro tavolo unito al primo: è 30, come l’anno in cui è nato Sergio. Io ho fatto il conto dei coperti visibili, 12, più quello invisibile, Sergio, uguale 13. Un’ultima cosa la devo raccontare per forza. Gigi mi dice che Olga non è stata la sua madre naturale, anche se l’ha sempre considerata così. La mamma di Gigi e Sergio si chiamava Anna, morta di cancro pochi anni dopo la nascita di Gigi e prima di ogni umano tangibile ricordo. La realtà, credo, può apparire più straordinaria della fantasia a quelle persone che insistono a viverla, e questa storia di uomini e donne passati, presenti e futuri, batte per emozione la fantasia. Adesso penso che Sergio, l’otto di luglio, fosse lì attorno ai due tavoli uniti, il 43 e il 30, assieme a noi, e si spostava felice tra l’uno e l’altro, il 30 e il 43, senza più distinzione di età, di inizio o di fine, col dolore allontanato dai nostri sorrisi e da qualche lacrima trattenuta. E penso anche che non c’è ragione di trovare la risposta alla domanda inutile che ogni giorno abbiamo sempre pronta in tasca: perché succede? – Sergio Mangiameli.

Sergio Sommaruga deceduto a soli 13 anni sotto le macerie del negozio del padre il 16 aprile 1943 ore 12,27.

#ticuntu… quel maledetto 8 luglio del 1943

Dalle ore 15,35 alle ore 16,05 dell’8 luglio 1943 oltre 400 quadrimotori anglo-americani attraversarono in tutte le direzioni Catania e la periferia sganciando tonnellate di bombe su tutta la città provocando 158 morti e 318 feriti (molti catanesi era fuggiti dopo l’incursione del 16/04/1943) . Furono danneggiate le centrali elettriche e telefoniche. Alla stazione ferroviaria morirono parecchi viaggiatori. Il porto ebbe danni ingenti. Crollò la seicentesca chiesa di Sant’Euplio. Andarono distrutti il palazzo del prof. Fichera in via Dott.Consoli, Chiesa San Domenico, crolli all’interno della Birreria svizzera (poi UPIM) che da allora fu per sempre chiusa, danni ingenti in via Martino Cilestri, viale Libertà, piazza Jolanda, Via Vecchia Ognina, via Sangiorgi, l’ospizio dei vecchi in via Asilo di Sant’Agata. Caddero bombe nel rione San Berillo colpendo le case di tolleranza con la morte delle “signorine”. Al centro i danni si ebbero in via Monte S.Agata, via Spedalieri , via Manzoni e via di San Giuliano. Legata a questa giornata di grave lutto per la città di Catania è la storia eroica del dott. Stefano Vitale e del suo infermiere Salvatore Ruggiero. Lavoravano come volontari alla Croce Rossa di via Ventimiglia. Quel giorno, iniziati i bombardamenti, si presentò un bambino ferito seriamente accompagnato dalla madre. Il medico prevedendo l’arrivo di tanti altri di feriti preferì suturare le ferite incurante delle sirene continue. All’improvviso una bomba cadde di fianco seppellendo tutto. Morirono l’infermiere, la madre e il bimbo, mentre il dottore Vitale fu estratto vivo ma con gravissime ferite. Morì pochi giorni dopo lasciando moglie e una piccola bimba. Sul momento è istintivo fuggire nei ricoveri ma lui, il medico, volle rimanere per salvare le vite umane. Anni dopo in via Ventimiglia fu collocata una lapide che oggi, tristemente, non esiste più. Questa giornata sia da monito a tutti coloro che non avendo conosciuto alcuna guerra, vivono le battaglie altrui come un evento spettacolare-televisivo.

Crollo della Chiesa di Sant’Euplio – Catania

Riconoscimento di cadavere dopo i bombardamenti presso Cimitero di Catania da parte di una madre catanese.

#ticuntu… Kilroy was here!

L’amico Saverio Orlando mi ha raccontato questa curiosità che vi voglio riportare:
“Quando, verso la fine della II guerra mondiale, c’è stato lo sbarco in Sicilia delle truppe americane, io ero appena un ragazzino ed abitavo a Partinico in Provincia di Palermo. Di fronte casa mai c’era una grande fontana barocca in ghisa a tre bocche e sul muro ove era stata installata troneggiavano le solite frasi della propaganda fascista scritte in bella grafia in nero con un pennello. “Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi!” e sotto: “Un popolo dalle culle vuote non potrà mai conquistare un impero!”. Quando per quella strada sono transitate le truppe americane, da una Jeep sono scesi due soldati che hanno aggiunto sul muro della fontana un disegno e una frase scritta con un pennello intinto di rosso. Il disegno rappresentava la testa di un uomo dal naso lungo che guardava oltre una staccionata e la frase era questa: “Kilroy was here (Kilroy è stato qui)”. Gli abitanti del luogo abbiamo pensato alla bravata di un soldato che aveva voluto con questo suo gesto lasciare un segno della sua presenza sui luoghi in cui lo aveva condotto la guerra e penso che la stessa cosa avranno pensato i Siciliani di altre città di fronte ad analoga scritta. L’episodio era stato da me pressoché dimenticato se a rinverdirne la memoria non fosse intervenuta una immagine riportata in un giornale, in cui di vedeva lo stesso disegno e la stessa frase scritta sul muro di recinzione della villetta di Abbottabad in Pakistan ove nel 2011 forze speciali dell’esercito americano avevano scovato ed ucciso Osama Bin Laden. Era impensabile che lo stesso soldato americano che a 20 anni aveva calcato il suolo siculo, a 90 anni fosse andato in Pakistan a saldare i conti con Bin Laden. Doveva esserci un’altra spiegazione! L’ho ottenuta da un veterano della guerra di corea, mio parente acquisito, e tutta la storia che ruota intorno a Kilroy l’ho riportata nel mio blog al quale ti rimando: “
http://saverioorlando.wordpress.com/2013/10/03/kilroy-e-stato-qui-una-storiella-cara-al-popolo-americano/#more-38
(citazione estratto dal Blog) Al tempo della seconda guerra mondiale Kilroy era un uomo di 46 anni che lavorava come ispettore nel cantiere navale “Fore River” di Quincy in Massachusetts. Il suo compito era quello di controllare il numero di rivetti (giunti meccanici non smontabili, chiamati anche ribattini) applicati sulle lamiere delle navi in costruzione da ogni singolo operaio del cantiere, il quale veniva pagato a cottimo. Alla fine di ogni turno di lavoro Kilroy poneva con un gessetto giallo un segno di spunta nel punto in cui aveva avuto termine il lavoro di un operaio e sarebbe iniziato quello dell’operaio del turno successivo e ciò al fine di evitare di ricontare una seconda volta gli stessi ribattini e far percepire all’operaio una doppia retribuzione per lo stesso lavoro. Tuttavia, alcuni operai disonesti scoprirono che, iniziando il lavoro prima dell’arrivo dell’ispettore, potevano spostare a valle il segno di spunta e guadagnare di più dandosi credito di un lavoro effettuato da altri. Kilroy scoprì la magagna e, al fine di rendere impossibile la cancellazione, scrisse in corrispondenza del segno di spunta “Kilroy è stato qui”. Fu così che i militari, di loro iniziativa, cominciarono a scrivere lo slogan in ogni area. Non c’è area dell’Europa e del Pacifico meridionale in cui non sia stato rinvenuto almeno un graffito con la scritta “Kilroy was here”. Questa dicitura la si è ritrovata ai piedi dell’arco di Trionfo, a Berlino, sulle spiagge della Sicilia e persino sulle spiagge delle isole giapponesi del Pacifico, ove il logo è stato furtivamente apposto da squadre di demolizione subacquea!

#ticuntu… Orazio Costorella, il partigiano scomparso

Aveva vent’anni Orazio Costorella quando in una fredda mattinata di febbraio 1944 venne trucidato dai nazisti a Poggio di Otricoli, piccolo borgo umbro in provincia di Terni. Fu catturato mentre vegliava la salma di un compagno, e venne giustiziato per non aver voluto rivelare informazioni sui suoi compagni.

Molti anni dopo, il 24 aprile del 2006, l’estremo sacrificio del giovanissimo partigiano misterbianchese ha meritato la medaglia d’oro al valor civile alla memoria, concessa dall’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi. Nella motivazione, si legge: “Luminoso esempio di elevate virtù civiche, di spirito di solidarietà e di profonda fede nei valori della libertà e della democrazia spinti sino all’estremo sacrificio”.

A Misterbianco, Costorella è ricordato con una piazza a lui intitolata e con un monumento che ne immortala l’eroico gesto. Ma di lui si erano perse le tracce. Anche il fonogramma che ne annunciava la morte alla famiglia non arrivò mai a destinazione.

Le vicende di quel periodo sono state ben descritte da Sergio bellezza, nel volume “Dal fascismo alla Repubblica”. Dal quale conosciamo lo scenario in cui si svilupparono gli avvenimenti che videro protagonista Orazio Costorella, nato a Misterbianco nel 1924 e morto a Poggio di Otricoli (Terni), 17 febbraio 1944.

Il giovane Costorella parte da Misterbianco, chiamato alle armi per la guerra in corso. Presta servizio come autiere nel XIV Reggimento della Regia Fanteria Sabauda di stanza a Treviso. Dopo l’8 settembre 1943, in seguito allo sbandamento dell’Esercito, fa parte di quell’immenso gruppo di disperati che, a piedi e di notte, cercano un modo per tornare a casa. Nella sua, ad aspettarlo c’è la madre vedova e anziana.

Ma, in quel periodo, superare le linee nemiche è impresa così ardua da risultare impossibile. Orazio trova rifugio presso la famiglia D’Achille, a Calvi dell’Umbria. Di ciò si trova traccia nella notifica che fanno i Carabinieri al Distretto Militare di Catania. Il giovane si dà da fare nei campi, bada agli animali e raccoglie legna nei boschi attorno. I D’Achille tutti i giorni salgono in montagna per portare pane ai partigiani. Una mattina ci va Orazio.

Lì ritrova il comandante Marinelli, con cui ha già avuto un contatto, e incontra il trapanese Gaetano Di Blasi, marinaio di Catalafimi. È lì che Orazio decide di partecipare alla Resistenza e di arruolarsi nelle brigate partigiane, contro la volontà della sua nuova famiglia umbra.

Nel febbraio del 1944, è in corso un inverno particolarmente rigido: l’Appennino umbro-marchigiano è imbiancato da abbondanti nevicate; cime e valli erano spazzate da forti venti di tramontana. Nella parte di Italia occupata dalle truppe tedesche, la guerra partigiana acquista sempre più corpo. In Umbria operano varie formazioni: la brigata Proletaria d’Urto, la Garibaldi e la Gramsci.

Quest’ultima opera nella zona della Valnerina e l’alto Lazio. Si tratta di un’area montana, ritenuta come una “terra di nessuno”, ai margini della quale si trova il ‘teatro’ del sacrificio di Costorella: Poggio di Otricoli. Il posto diventa presto un punto di rifornimento e di rifugio per i partigiani, un centro di reclutamento di volontari per la Resistenza. Vengono accolti anche militari sbandati. Tanti. Proprio come il ventenne Orazio Costorella.

Il borgo di Poggio viene ogni tanto rastrellato dai plotoni fascisti. Cercano partigiani e generi alimentari. Il 15 febbraio si aspetta un’altra loro sortita. Ecco perché i partigiani scendono dalla montagna: vogliono proteggere la popolazione. S’appostano sulla strada provinciale: non arriva nessuno. Così, la sera, a presidiare resta una pattuglia con soli quattro uomini: un maresciallo dei paracadutisti, un volontario noto come ‘Barabba’, Gaetano Di Blasi, col nome di battaglia “Aldo”, e Orazio.

I fascisti arrivano la sera del giorno dopo: è il 16 febbraio e si scatena un violento scontro a fuoco. Alla fine, i partigiani hanno la meglio: le truppe si ritirano e lasciano sul campo armi, munizioni e mezzi di trasporto. Di Blasi, però, resta gravemente ferito: un colpo di rimbalzo della mitraglia lo ferisce alla carotide e l’emorragia è subito copiosa.

Il marinaio viene portato dentro un casolare. L’agonia dura tutta la notte. Orazio lo veglia fino alla fine, con Barabba. Anche il giovane misterbianchese è ferito: la mano destra è rimasta ustionata dall’esplosione che giorni prima aveva scoperchiato la chiesetta di S. Pancrazio.

All’alba del 17 febbraio, scatta la rappresaglia dei nazisti: Poggio di Otricoli viene circondato. Orazio e ‘Barabba’ trascinano il corpo di “Aldo” per strada. Ma il misterbianchese non scappa e si attarda accanto al cadavere dell’amico. Le grida delle donne di Poggio lo scuotono, fugge e trova riparo in una porcilaia. Ma è troppo tardi: lo scoprono e, assieme al compagno, lo portano davanti alla popolazione. Un ufficiale nazista lo interroga, ma Orazio risponde con disprezzo e si rifiuta di tradire i compagni. Viene abbattuto a bruciapelo, con due colpi di pistola in bocca. Il giovane cade a terra in una pozza di sangue accanto all’amico.

Le spoglie sue e di Di Blasi vengono tumulate nel cimitero di Poggio. Da lì, saranno riesumate dopo la Liberazione e sepolte definitivamente in quello di Terni nella cappella dei Garibaldini. I Carabinieri di Calvi informano la madre di Orazio della sua morte. Ma il fonogramma si perde e non arriverà mai: la famiglia perde le tracce del partigiano.

Da qui, la storia si fa quasi romanzo. A Misterbianco, infatti, molto tempo fa, a Costorella era stata dedicata una piazza, davanti alla stazioncina della ferrovia Circumetnea. Proprio “piazza Orazio Costorella” indirizza le ricerche di un vecchio socialista narnese, Alfredo Petrini. Questi, sfollato poco più che ragazzo a Poggio di Otricoli, aveva conosciuto i due giovani partigiani. Nel 2004, Petrini si mette in contatto con l’amministrazione comunale di Misterbianco, che fa da tramite con la famiglia Costorella.

È così che nel mese di febbraio del 2005, 61 anni dopo, congiunti di Orazio, sindaco e amministratori comunali di Misterbianco arrivano a Poggio a visitare il luogo del martirio e a Terni la cappella dei Garibaldini. Sono accolti dalle autorità civili e militari, dall’ANPI provinciale e da Petrini. Così, dopo anni di oblio, il partigiano Orazio riscopre l’affetto dei propri cari e la gratitudine dei suoi conterranei.

Da qui, gli avvenimenti si susseguono vorticosamente, quasi a recuperare il tempo perduto. L’amministrazione comunale misterbianchese fa formale richiesta per la concessione della medaglia d’oro. Nel 2006, il Presidente della Repubblica appunta al petto del nipote, Orazio Costorella jr., la medaglia d’oro al valor civile. L’anno dopo, a Misterbianco, in memoria del giovane partigiano viene inaugurato, nella omonima piazza, un monumento sede di visite scolastiche e di commemorazioni.

http://catania.blogsicilia.it/la-storia-di-orazio-costorella-il-partigiano-etneo-ritrovato/250984/

#ticuntu … Carmelo Salanitro e il 25/04/1945

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Oggi voglio ricordare questa giornata parlando di un collega, un insegnante, che morì il 25 aprile del 45 nelle camere a gas, solo perché aveva portato avanti i suoi ideali di libertà.
Nato a Adrano (Catania) il 30 ottobre 1884, morto a Mauthausen il 25 aprile 1945, professore. Nacque da una modesta famiglia artigiana; il padre, barbiere, riuscì con enormi sacrifici a mantenere agli studi i suoi cinque figli. Frequentò le scuole elementari e il ginnasio in Adernò, il liceo classico ad Acireale, dove nel 1912 conseguì la maturità con ottimi voti. Si laureò in lettere classiche presso l’Università di Catania il 10 dicembre 1919 e insegnò latino e greco al liceo classico di Adrano, Caltagirone ed Acireale. Di formazione liberale e di educazione cristiana, il giovane professore si occupò anche di politica e nel 1920 venne eletto consigliere provinciale, quale rappresentante del Partito Popolare di Adrano. Sposò l’insegnante Geraci dalla quale ebbe un figlio, Nicola. Nell’ottobre del 1934, vinto il concorso a cattedra, ritornò ad Acireale, come insegnante di latino e greco al suo liceo “Gulli e Pennisi”, dove rimase fino al 1937. Nel 1937 si trasferì a Catania, dove insegnò al Cutelli. Negli anni 1939-40,sconvolto dalla catastrofe della II guerra mondiale, portò avanti da solo una campagna propagandistica contro il nazismo e il fascismo, lasciando volantini nei locali pubblici, nelle cassette delle lettere, dentro lo stesso istituto e persino nei banchi degli alunni. In due volantini dattiloscritti si leggeva: ’’Catania 1940: Dio benedica le armi dei Belgi e degli Olandesi, che combattono in difesa della loro patria invasa’’; ’’Viva l’Italia, viva la libertà’’. Su segnalazione del suo stesso preside, Rosario Verde, fu arrestato e, giudicatolo colpevole, fu condannato a 18 anni di reclusione con la preclusione per tutta la vita all’ingresso ai pubblici uffici. Fu recluso nel carcere di Civitavecchia e poi in quello di Sulmona, dai quali scrisse toccanti lettere ai familiari. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, Salanitro fu consegnato dalle autorità fasciste ai tedeschi e deportato prima in Germania, a Dachau, poi in Austria nel campo trincerato di S. Valentino e , infine, in quello di Mauthausen, dove venne ucciso nella camera a gas, la notte tra il 24 e 25 aprile 1945, la vigilia della liberazione italiana.
“Lo sai cos’è che mi dà la speranza? Lo vuoi sapere? Sono mia moglie e mio figlio che mi danno la speranza, e, anche se forse non potrò rivederli mai più, so che mi faranno compagnia nei miei sogni. Ma, soprattutto, se non vuoi impazzire qui dentro, pensa che il nostro sacrificio servirà ai giovani di domani che devono avere un avvenire migliore e più giusto!” – dialogo tra Camelo Salanitro e Nunzio di Francesco.

Il prof. Carmelo Salanitro con i suoi studenti del liceo “Gulli e Pennisi” di Acireale negli anni trenta.

#ticuntu… le AMlire

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AM-LIRE ovvero Allied Military Currency banconote d’occupazione delle truppe Alleate nella seconda guerra mondiale, che hanno segnato, nel bene e nel male una parte della storia d’Italia. Nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943 le truppe angloamericane sbarcarono in Sicilia e, con perdite inferiori alle previsioni, data la scarsa resistenza degli italiani, in poco più di un mese occuparono tutta l’isola. In previsione dell’invasione dell’Italia, le autorità americane, avevano predisposto la produzione di cartamoneta d’occupazione, la prima da loro utilizzata in questa guerra: seguiranno emissioni analoghe per la Francia, l’Austria, la Germania, il Giappone. Di tutte le operazioni di preparazione di questa cartamoneta, quella per l’Italia fu la più complessa, la meglio organizzata e la più efficacemente realizzata. Se, infatti, preparare marchi tedeschi o yen giapponesi d’occupazione era abbastanza scontato, poiché si sapeva che, prima o poi, gli americani sarebbero sbarcati in questi paesi, stampare lire significava far sapere a tutti che s’intendeva invadere l’Italia, e la notizia poteva assumere per il nemico una vitale importanza strategica. Bisognava dunque fare tutto nel massimo riserbo, coinvolgendo meno persone possibile, così, fin dall’inizio, fu scartata l’ipotesi di stampare i biglietti in calcografia e su carta a filigrana; queste operazioni, oltre a portar via troppo tempo richiedevano un numero maggiore di collaboratori.
Si decise di usare un procedimento litografico basato su inchiostri con componenti spettrali ad alta specificità, in modo da rendere la selezione fotografica e la conseguente contraffazione “extremely difficult if not impossible”. Gli americani, nella loro beata ingenuità, non immaginavano nemmeno che, se la guerra si fosse combattuta a colpi di banconote false, anziché di cannone, lo sbarco sarebbe più probabilmente avvenuto in Florida e non in Sicilia, e adesso saremmo qui a parlare degli it-dollars. In effetti, quello della falsificazione delle am-lire fu un fenomeno molto vasto, si andava dalle contraffazioni più grossolane, ad altre difficilmente distinguibili anche dai più esperti.Uno dei metodi più diffusi, sembra incredibile, era quello di aggiungere uno zero alla cifra dei biglietti da 50 e 100 lire, trasformandoli così in 500 e 1000; si stenta a crederci, ma sembra che la cosa funzionasse, se è vero che per questo motivo, nella seconda emissione fu aggiunto il valore in lettere a quello, solo numerale, della prima emissione. Sempre per prevenire le contraffazioni grande importanza fu data anche alla scelta della carta, e si dovette affrontare un grosso problema di approvvigionamento, perché il tipo di carta prescelto entrava anche come componente nella fabbricazione dei bazooka, si dovette così suddividere la produzione nazionale di questa carta fra le due esigenze, ugualmente vitali nell’economia bellica. Una volta approvvigionate le materie prime, si diede dunque il via all’ ”Operazione Husky”, questo il nome in codice dato dagli americani.Per motivi di semplicità si decise di approntare due modelli, uno per i tagli grandi, di formato uguale al dollaro, l’altro per i tagli piccoli di formato pari alla metà: in un solo foglio si potevano così stampare o 200 biglietti piccoli o 100 grandi. Per motivi di sicurezza, all’inizio venne stampato solo il fondo dei biglietti, senza indicazione del paese in cui sarebbero stati usati, per non rendere nota la progettata invasione dell’Italia; solo all’ultimo momento furono sovraimpresse le parole “lire” e “issued in Italy”. E così, il 19 luglio 1943 due aerei carichi di am-lire partirono dagli Stati Uniti diretti alla volta dell’Italia: erano la prima avanguardia di una vera e propria invasione di cartamoneta; alla fine, furono stampati 1.356 milioni di pezzi, per un valore pari a 130 miliardi di lire.L’ultimo invio avvenne il 17 aprile 1945, una settimana prima della fine ufficiale della guerra in Italia. La circolazione dei biglietti venne imposta con il proclama n. 12 “Allied Military Lira Notes” a firma del generale Alexander, comandante in capo delle forze alleate in Italia:“Con il presente proclama è istituita una circolazione monetaria in lire della specie di biglietti militari alleati del taglio di una, due, cinque, dieci, cinquanta, cento, cinquecento e mille lire;tale moneta ha corso legale per pagamenti di qualsiasi importo nel territorio
soggetto al Governo Militare, e nessuno può rifiutarsi di accettarla inpagamento per qualsiasi importo.”
La facilità con cui gli Alleati, utilizzando una moneta che aveva il solo costo della stampa, si accaparravano i pochi beni ancora disponibili, diede il colpo di grazia all’economia italiana, già duramente provata dalla guerra.
E andiamo ora ad esaminare nel dettaglio questi biglietti. Come già accennato ne furono prodotte due serie; la prima “series of 1943” copriva tutti i tagli della monetazione cartacea italiana, da 1 a 1000 lire; i biglietti da 1-2-5 e 10 lire avevano forma quadrata, i tagli superiori, 50-100-500 e 1000 lire, rettangolare, dello
stesso formato dei dollari. Il valore è espresso solo con cifre numeriche, cosa che rendeva i biglietti falsificabili, anche per questo nella seconda emissione, “series of 1943A” venne aggiunta l’indicazione in lettere, bilingue, del valore. Nella seconda serie non furono ristampati i biglietti da 1 e 2 lire, diventati ormai inutili, vista l’inflazione galoppante. I biglietti della prima serie furono stampati da due diverse ditte, “Bureau of Engraving and Printing” (BEP) e “Forbes Lithograph Corporation” (FLC).
I biglietti della FLC sono distinguibili per la presenza di una piccola f nel ricciolo superiore dell’angolo inferiore destro del biglietto; i biglietti della BEP non hanno nessun segno di riconoscimento. La seconda serie fu interamente stampata dalla FLC, e tutti i biglietti hanno la sigla f .
Esiste poi una terza tipologia di biglietti, con asterisco, che sarebbe stata emessa per sostituire pezzi identici ritirati per logorio; questa terza tipologia è considerata rarissima. Tutti i biglietti riportano sul retro, in inglese, le quattro libertà sancite nella Costituzione americana:
freedom of speech – libertà di parola
freedom of religion – libertà di religione
freedom from want – libertà dal bisogno
freedom from fear – libertà dalla paura
Dal punto di vista della rarità numismatica, possiamo dire che sono comuni, anche FDS, i tagli fino a 10 lire, con l’eccezione del biglietto da 10 lire serie 1943 FDS; comuni anche i tagli da 50 e 100 circolati, mentre per questi ultimi FDS e per i tagli da 500 e 1000 lire (sia usati che FDS) si sale progressivamente nella scala della rarità (e dei prezzi) fino ad arrivare ai biglietti da 500 e 1000 lire serie 1943 FDS, stampati dalla FLC, praticamente introvabili.
A partire dal 12 dicembre 1946, a seguito dell’accordo raggiunto tra il governo italiano e gli Alleati, le am-lire cessarono di essere moneta d’occupazione e passarono sotto la gestione della Banca d’Italia, che le riconobbe come cartamoneta di propria emissione; tale gestione ebbe termine il 30 giugno 1950, quando le am-lire furono dichiarate fuori corso.
Quando queste banconote furono definitivamente ritirate dalla circolazione, si capì come esse avessero gravato interamente sul bilancio dello Stato italiano; di conseguenza gli americani decisero di offrire all’Italia un fondo in dollari e sterline in contropartita della am-lire spese dalle loro truppe.