#‎ticuntu‬… gli anni cinquanta

Durante lo spettacolo “Il Blasone”, commedia brillante in due atti di Davide Gullotta, la redazione di “TI CUNTU” ha regalato al pubblico “pillole” di storia di Catania negli anni cinquanta, che, in parte, vogliamo riproporre.
Alla fine della Seconda Guerra mondiale Catania è una città sconfitta, mutilata; i catanesi e tutti i siciliani si trovano in condizioni di estrema povertà in cui tutto manca: mancano i generi di prima necessità, le medicine; mancano il cibo, le case, i mezzi di trasporto.
Ma in mezzo ai detriti e alla polvere, si comincia ad intravedere un nuovo orizzonte, la rinascita di un paese che si prepara al boom economico degli anni del Dopoguerra.
Complici di questa rinascita furono anche gli americani, che hanno influenzato la nostra moda, il nostro cinema, la nostra musica; indimenticabili le dive di Hollywood, come Marilyn Monroe, dalle misure sbalorditive!
Ma gli anni ’50, a Catania, erano gli anni in cui…
– Si andava al Lido Spampinato per assistere al gran ballo delle sirene e al concorso di bellezza “Regina del Mar Jonio”, in cui una timida Anna Bonino venne eletta Miss Sicilia, diventata poi Miss Italia
– Si sorseggiava l’aperitivo nel bicchiere orlato di zucchero, alla stessa ora e con gli stessi amici, nel bar Caviezel
– Si prendeva l’auto di papà o la si affittava, per poi correre ad Acireale a mangiare il gelato di Costarelli o girovagare per Taormina
– Si partecipava al Club del Lunedì del Lido dei Ciclopi, e per risparmiare sull’ingresso si entrava dalla spiaggia
– Venne demolito, il 17 Giugno 1957, un baluardo della cultura e del divertimento catanese: la Sala Roma; al suo posto venne costruito un edificio la cui architettura rompeva con l’equilibrio architettonico circostante: la Rinascente
– Si organizzava il corteo primaverile della città, con la presenza di carri fioriti che percorrevano via Etnea
– Catania la città di Maria “’a pazza”, che sorrideva a tutti, vestendo sempre abiti dai colori sgargianti ed appariscenti; la città di quel padre e figlio, venditori di sale, sporchi e con gli occhi umidi, che percorrevano la via Etnea sul carretto; la città di Pippo detto “sala Roma”, o meglio conosciuto come “ Pippo pernacchia” per l’abilità con cui riusciva ad emettere sonore pernacchie… Previo compenso!
– E che dire della festa delle matricole, un momento goliardico in cui tutti gli universitari catanesi indossavano la feluca, ossia un copricapo a punta di colore diverso a seconda della facoltà; Le matricole dovevano offrire “obbligatoriamente” la colazione ai veterani universitari per ottenere un lascia passare per accedere all’università, il cosiddetto “papello”, altro non era che la carta intestata del bar con tutte le firme dei veterani soddisfatti della colazione.
– Ed infine “a puliziata” al sederone e… parti limitrofe del Liotru del Duomo, che le matricole selezionate dovevano pubblicamente effettuare con spazzolone e creme detergenti.
– Al Viale Mario Rapisardi i pasticceri Mantegna e Privitera si associarono nella ditta “PRIMA” e inventarono, oltre ai gelati industriali, il primo panettone siciliano
– Erano gli anni in cui si vedevano per via Etnea le sponse di gessuminu, deliziosi bouquets di petali bianchi attaccati ad un lungo bastone, che i venditori portavano in giro durante le serate estive;
– I taxi erano le carrozzelle trainate dai cavalli, e con poche lire giravi mezza città;
– Le campane a Pasqua suonavano a mezzogiorno, e tutti in quel momento per le strade si abbracciavano. Le uova non erano di cioccolata, ma sode, incorporate in un fitto pane rotondo, i cuddura cull’ova!
– La televisione era un lusso, e si andava nei bar o in alcuni cinema per assistere alle puntate di “Lascia o Raddoppia”; chi possedeva la tv riceveva sempre in casa il vicinato, e spesso erano tanti i danni ai divani e sedie di casa!

(un ringraziamento va a Aldo Motta e il suo libro “A Catania con amore” da cui sono state tratte alcune informazioni riportate)

In questa foto lo sventramento del quartiere San Berillo per far posto al Corso Sicilia (1957) tratta da Wikipedia

#‎ticuntu‬… il delitto al Magistero di Catania

‪Catania, 20 ottobre 1964, ore 18: da una automobile di media cilindrata fermatasi di botto in via Ofelia, proprio davanti all’ istituto universitario di Magistero, scendono un uomo sulla quarantina e una ragazza poco più che diciottenne. Lui, magro e vestito di nero, è Gaetano Furnari, maestro elementare di Piazza Armerina, attivo comunista della zona. Lei è sua figlia Maritena, Maria Catena all’anagrafe, studentessa iscritta al primo anno di corso dello stesso Magistero. L’ uomo, seguito dalla giovane, s’ infila nel portone dell’ istituto, sale di corsa le scale ed entra nell’aula dove sta tenendo esami il professore Francesco Speranza. Gli si avvicina in silenzio, tira fuori dalla tasca una vecchia pistola e gli spara contro tutti i proiettili. Speranza muore pochi istanti dopo sotto gli occhi degli studenti. L’ omicida viene accompagnato in questura assieme a Maritena, stordita e agitatissima. Interrogato sul movente del delitto, dichiara di aver ucciso il docente perché questi gli ha sedotto la figlia, sua allieva: la stessa Maritena, infatti, poche ore prima del delitto, in un’ esplosione di rabbia, ha raccontato al padre di essere stata violentata con l’inganno dal professore di geografia (ma si scoprirà poi che non c’ è stato nessun inganno, tant’è vero che lo stesso Furnari sbotterà con amarezza: «Se l’ avessi saputo, non l’ avrei fatto!»). Ma come andarono realmente le cose? Speranza è un cinquantenne brizzolato e di bell’aspetto. Colto al punto giusto, elegante nel portamento e signorile nei modi fare. Riscuote successo con le studentesse che gli ronzano attorno compiacenti. Tra queste la bella Maritena, esuberante e smaliziata, tutta presa dalla dolce vita catanese. L’ alunna subisce il fascino del professore. Cede volentieri alle sue avance. Sale a bordo della sua Appia. E in una stanza del Paradiso dell’ Etna soddisfa le voglie del docente-dongiovanni in cambio di un trenta e lode. Col padre, taciturno e tutto d’ un pezzo, la ragazza ha poca confidenza. Anche perché Furnari è uno all’ antica, un ortodosso della morale, rigido coi figli e intransigente con sé e con gli altri. Ma è anche un uomo buono – lo dicono tutti in paese – Un insegnante equilibrato dalla condotta irreprensibile. Che però quel giorno di ottobre, di fronte alla rivelazione della figlia, perde la testa. è un animale ferito a morte che non controlla i suoi istinti. Alla fine del primo grado, dopo un estenuante dibattimento, i giudici della Corte d’ assise di Catania fanno marcia indietro. Decidono di applicare l’ articolo 587, quello del delitto d’ onore. Sarà l’ ultima volta. Il reato uscirà dal codice solo negli anni Ottanta. I giudici concedono all’ imputato tutte le attenuanti, condannandolo a due anni e undici mesi di reclusione.

#ticuntu… il delitto della culla

Lunedì 30 giugno del 1924. Casa rossa al n° 778 di via Messina a Catania. Alle ore 12,15 si ode un grido acuto e disperato. Era “Cicciuzzu” il figlio del cav. Ninì Amato e della sig.ra Giovanna Amato Papaleo, aveva quasi due anni. Era un bel bambino: robusto, con gli occhi neri e grandi e un volto dolce. Nella stanza del bambino era scoppiato un incendio, il piccolo era nel suo lettino avvolto dalle fiamme!! La madre, Giovanna, si gettò nel rogo, incurante delle fiamme e prese il bambino appoggiandolo sul suo letto. Nella camera bruciava tutto. Il piccolo era quasi completamente ustionato, riuscì a resistere dieci giorni e poi mori’. La polizia raccoglie dalla sedicenne bambinaia Carmela Gagliardi, affetta da ritardo mentale, l’ ammissione di essere stata lei a incendiare la culla. La vicenda però si complica come ogni storia siciliana che si rispetti. Due sorelle del cav. Ninì Amato, padre del bambino avevano sposato due fratelli che portavano un grande nome essi erano Dante e Giuseppe Majorana, illustri avvocati e zii di Ettore. Il giorno dell’incendio Ninì Amato era andato dall’avvocato per una faccenda spiacevole. Morendo, il padre aveva distribuito i suoi beni in parti differenti tra i figli maschi Ninì e Saretto e le femmine alle quali aveva assegnato la dote e basta. Le donne si erano sentire defraudate; era troppo poco in confronto all’asse ereditario, così, dopo vani tentativi per arrivare ad una più equa distribuzione delle cose, spalleggiate dai mariti, fecero causa a Ninì, esecutore testamentario. Quando nacque “Cicciuzzu” fu necessario assumere una nuova serva e si trovò una ragazza di 15 anni, Carmela Gagliardi, che poi risultò essere apatica e sonnolenta con un volto inespressivo quasi ottusa. La Gagliardi dichiarò di aver fatto ciò per istigazione del cognato suo, Saro Sciotti, che provvide pure a fornirle il liquido per infiammare la stanza. Dichiarò che l’aveva minacciata di morte se non l’avesse fatto e che ciò era voluto dal prof. Majorana, che avrebbe promesso una grossa somma, diecimila lire. Chi poteva essere il prof. Majorana? Giuseppe aveva 61 anni, insegnava economia politica all’università di Catania; viveva fuori Catania. Fabio non era professore; Ettore, 18 anni, non era ancora professore e comunque viveva a Napoli; Dante, 50 anni, insegnava diritto amministrativo all’università di Catania, era stato eletto Senatore. Il 13 maggio 1925 alle ore 10,40 il processo ha inizio davanti alla Corte d’Assise di Catania sita allora in piazza S.Francesco. Erano presenti il Cav. Carmelo Gentile ( Presidente Corte d’Assise ), l’Avv. Luigi Macchi, l’Avv. Luigi Castiglione, l’Avv. Vito Reina e l’Avv. Agatino Riolo ( coll. Legali cav. Amato), l’Avv. Albergo (difesa Sciotti), l’Avv. Albanese ( difesa Maria Pellegrino, madre di Carmela Gagliardi), il Cav. Eugenio Colonnetti ( Procuratore Generale, trasferito da Torino a Catania) e l’Avv. Alfredo De Marsico ( difesa Majorana). Si decise che Dante e Giuseppe andassero indagati. Fintanto che fu Deputato, Dante Majorana, non fu sottoposto ad alcuna indagine. Carmela allora ritrattò la sua prima deposizione e accusò l’ex cognato, sua madre e il fratello di essere stati loro a indurla a compiere il folle gesto. E finirono in carcere. Passano gli anni, il processo è riaperto e i colpevoli concordano una versione di difesa comune: loro avevano agito su mandato di Dante Majorana il quale, allo scadere del Suo mandato istituzionale e, pertanto, non più protetto dal “sistema”, venne subito arrestato. E con Lui la moglie. I due conobbero le patrie galere per lunghi tre anni finchè, a processo conclusosi nel 1932, giunse la loro piena assoluzione. Ettore scrive allo zio quasi ogni giorno e poi confida all’amico Gleb Wataghin: «Non mi fido degli avvocati, sono tutti degli idioti. Scriverò io stesso la difesa di mio zio: so che cosa è accaduto». Il caso del bambino bruciato produsse ferite permanenti in Ettore – sostiene Magueijo – la famiglia ristabilì l’onorabilità del proprio nome ma agli occhi di Ettore lo sporcò ancora di più. Ettore perse la fede nella razionalità. Nel 1933 precipitò nella follia, ed è innegabile che l’ episodio del bambino arso vivo diede un contributo decisivo al suo crollo.

Entrata della Villa Rossa – è presente il nome del bimbo bruciato

#ticuntu… a Catania s’abballa senza sonu!

Il 9 gennaio del 1693 alle ore 3,45 un forte terremoto scosse la città di Catania danneggiando alcune case. Gli abitanti scapparono nottetempo rifugiandosi nelle piazze e nelle campagne vicine. Solo all’alba appena la situazione sembrò più calma al grido Sant’Agata salvaci tu, i catanesi ritornarono alle loro case. La mattina del 10 gennaio 1693 si presentò al palazzo del barone catanese Don Arcaloro Scammacca una fattucchiera locale con la pretesa di incontrarlo per comunicargli cose importanti. Don Arcaloro, conoscendo il tipo, ordinò che la facessero salire. La vecchia confidò al barone che quella notte gli era apparsa in sogno S.Agata, la quale supplicava il Signore di salvare la sua amata città dal terremoto, ma il Signore a causa dei peccati dei catanesi, aveva rifiutato di concedere la grazia; ed aggiunse la terribile profezia “Don Arcaloru, Don Arcaloru, /dumani, a vintin’ura, /a Catania s’abballa senza sonu!”, e cioè “Don Arcaloro, don Arcaloro, domani, alle 14, a Catania si ballerà senza musica!”. Il Barone capì subito di quale ballo la vecchia parlasse; e si rifugiò in aperta campagna, dove attese l’ora fatale: e puntualmente all’ora indicata dalla strega il terremoto si verificò. E così l’11 gennaio 1693 alle ore 14 circa una forte scossa tellurica fece tremare la terra e rase al suolo Catania e sessanta comuni della Sicilia orientale fra i quali Noto, Lentini, Mineo e Ragusa. Il Mongitore narra: « L’orribilissimo terremoto dell’anno 1693 è stato, senza alcun dubbio, il maggiore il più pernicioso che tra tanti avesse danneggiato la Sicilia, e sarà sempre l’infaustissima sua memoria luttuosa negli annali dell’isola, tanto per la sua durazione, quanto per la rovina portata dappertutto. Il giorno di venerdì 9 gennaio nell’ora quarta e mezza della notte tutta la Sicilia tremò dibattuta dalla terribile terremoto. Nel Val di Noto e nel Val Demone fu più gagliardo: nel Val di Mazara più dimesso. Ma la domenica 11 dello stesso mese, circa l’ore 21, fu sconquassata tutta la Sicilia con violentissimo terremoto, con la strage e danno non accaduti maggiori ne’ secoli scorsi. ». Un testimone oculare racconta dell’evento dell’11 a Catania: “Vide che alle due mezza improvvisamente rovinò tutta la città con la morte di più di 160 persone e che durante il terremoto si era ritratto il mare di due tiri di schioppo e per la risacca conseguente aveva trascinato con sette tutte le imbarcazioni che erano ormeggiate in quell’insenatura. State certi che non c’è penna che possa riferire una tale sciagura.”.Alla catastrofe (7,5 MCS) seguì un tremendo maremoto . I soccorsi si resero difficili. Crollarono 20 tra monasteri e conventi; oltre 50 chiese, la Loggia, il Seminario dei Chierici, l’Università, l’Ospedale S.Marco. Crollò pure il campanile del trecento cadendo sul tetto del Duomo che franando uccise centinaia di fedeli. La Chiesa di S.Nicolò l’Arena rifatta nel 1687 dopo l’eruzione del 1669 venne totalmente distrutta. Scompariva la via cittadina principale detta Strada della Luminaria chiamata così perché era usanza porre, specie nelle serate di festa, fuori dalla porte, balconi e finestre dei lumi ad olio , a cera, o a sego di vari colori assumendo un fantastico aspetto di luminaria. E così gli abitanti sopravvissuti alla terribile sciagura, 11000, decisero di abbandonare la città. Il canonico Giuseppe Cilestri, tenendo tra le mani le reliquie di Sant’Agata andando in giro per le rovine li convinse a non fuggire. Ma la città fu ben presto sommersa da bande di briganti che frugavano tra le macerie in cerca di masserizie imponendo angherie e sopraffazioni. I catanesi si rivolsero alle autorità superiori e accolti dal vicerè Francesco Paceco duca di Uzeda ottennero il controllo della città da parte del vicario generale duca di Camastra, Giuseppe Lanza. Questi provvide innanzitutto a sterminare le bande dei briganti , a seppellire i morti e a ristorare i superstiti ma soprattutto a ricostruire la città che vediamo oggi ma … questa è un’altra storia che affronteremo prossimamente.

#ticuntu… Cui passa di li fossi e non è sagnatu, o Lummardu non c’è, o è malatu

Passeggiando per la villa Bellini a Catania, entrando dal lato di Piazza Roma, in direzione via Etnea, spesso rallentavo i miei passi per osservare una chiesetta affogata tra i palazzi in via S.Euplio. Mi sono sempre chiesto a chi appartenesse e così mi son messo all’opera ricercando notizie al riguardo. Le origini della Chiesa di Santa Maria della Concordia, chiamata anche cappella, affondano in quelle dell’odierna chiesa della Mercede, di cui è filiale. La pristina chiesa di S.M. della Concordia, attestata già sul finire del XV secolo nella strada delle Fosse (via S. Euplio), riedificata dopo il 1693 e cointitolata alla Madonna della Mercede dai Padri Mercedari (che la detennero dal 1687 sino alla prima metà del secolo XIX), venne nel 1878 autoritariamente demolita con l’annesso convento nel quadro dello sventramento per l’apertura del viale Regina Margherita. Verosimilmente su una porzione dell’area ove insisteva l’originario complesso ed a sua memoria venne subito eretta l’attuale cappella, aperta al culto il 6 aprile 1890 e restaurata nel 1937. Il giureconsulto Giuseppe Lombardo e Longo si fece concedere, durante la seconda metà del XIX secolo , da una residente della vecchia strada delle Fosse a Catania, tal ‘gna Barbara, un antico altarino rappresentante Maria SS. della Concordia, intenzionato a restaurarla e a costruirvi una cappelletta, cosa che fece, obbligando i passanti lungo la strada ad offerte forzate che risultarono dei veri e propri salassi. Da qui il detto catanese “Cui passa di li fossi e non è sagnatu, o Lummardu non c’è, o è malatu”, ossia “Chi passa da “Le Fosse” e non viene salassato (nel portafoglio), o Lombardo non c’è, o è malato”.

#ticuntu… la Torre del Vescovo

Passeggiando per Catania e precisamente dirimpetto all’ospedale S. Bambino in via del Plebiscito ci si imbatte in un vecchio rudere isolato di cui molti sconoscono le origini. Si tratta della Torre del Vescovo soprannominata così per il personaggio che la ebbe in possesso. Le torri erano un importante mezzo di difesa e di controllo dello spazio cittadino limitrofo. Affidare una torre ad un personaggio politico significava concedergli il controllo di quella zona. La zona dove nacque detta torre era detta contrada Mulini a vento e l’affidamento della stessa fu dato al vescovo di Malta, Antonio de’ Vulpono (1390). La torre era confinante nella parte sud con due case, nella parte nord con un vigneto tutte di proprietà del Vescovo a est e ovest con le mura cittadine. Grazie a questa torre il Vescovo aveva un controllo della zona nord della città garantendosi un ruolo politico di primo piano.
Di questo vescovo sappiamo poco. Da notizie rinvenute da testi antichi della storia di Malta si sa che era catanese dell’ordine di S.Benedetto, fu consacrato in Roma dal Papa Gregorio XI e mandato a Malta. Dimorò a Catania per alcuni anni, come facevano i Vescovi maltesi per le frequenti invasioni e scorrerie dei Saraceni. Morì presso la corte del re Martino il 16 novembre 1392 destinando tutti i diritti vescovili, compresa la torre, a Paolo di Nava.

#ticuntu… la carestia del 1798

La raccolta di frumento nel 1797 fu scadente. Per sopperire al bisogno della popolazione, si dovette comprare il prodotto altrove. Nel 1798 la raccolta fu buona però la popolazione fu invitata dalle autorità comunali a consumare il grano comprato. Il popolo non si dimostrò propenso a tale stato di cose. La sera del 24 giugno 1798 si radunò nel piano di S.Agata, l’attuale piazza Duomo, e manifestò la propria protesta chiedendo a gran voce il pane. Le autorità si opposero e il popolo di ribellò entrando nel Municipio riducendo a pezzi sedie e banchi dei senatori buttando tutto dalle finestre. Alcuni appesero il pane sulle punte dei bastioni. Il 26 giugno vennero saccheggiate le botteghe del pane e venne buttato in aria il pane del vecchio frumento. Nel pomeriggio vennero affissi dei manifesti in cui si diceva a nome del patrizio Vincenzo Paternò Castello principe di Biscari, che il vecchio frumento sarebbe stato lasciato per la semina e che il pane sarebbe stato prodotto con il nuovo frumento. Da allora il popolo si calmò.
Domenico Tempio non rimase insensibile a questi avvenimenti e volle dedicare alcuni versi a quelle giornate di ribellione:

Da tempu immemorabili
Non c’ era documentu,
In cui lu nostru populu
Facissi insurgimentu.
Sempri mansuetu e docili,
Summisu, obbedienti,
Purtava lu so carricu
Da sceccu pazienti.
Qualunque cci prujissiru
Lignata ntra li costi,
Mai persi la pacenzia
A corpa accussì tosti.
Rissugghia, o pagghia fetida,
Basta ca di mangiari
Aveva, e fu mutangaru
Ne vosi mai arraghiari.
Mai desi pri disfiziu
Né cauci, né tistati,
E pizzicava st’ asinu
Di vera asinitati.
Ma la virtù ha i soi limiti;
Lu sceccu è un’ animali,
Ch’ha comu l’ autrii l’ affetti soi brutali.
Chi si stizzatu in ultimu
Signu, e chi già la musca
Cc’ afferra a li tisticuli,
Fa testa e l’ occhi ‘nfusca,
Sbilanza a via di cauci
La cinga , e lu varduni,
Li vertuli, lu carricu,
Ccu tuttu lu patruni.
Quannu nni sforzi e rumpiri,
Li mutui legami,
Chi non fai fari all’ omini
Di pani o sacra fami!
E tali è di Catania
Lu populu chi senti
Di fami e di penuria
Li spruni viulenti.

Piano di S.Agata (oggi Piazza Duomo) nel 700

#ticuntu… Eleonora D’Angiò

Eleonora d’Angiò, nacque a Napoli nel 1289, ottogenita (e terza figlia femmina) di Carlo II d’Angiò, re di Sicilia, e di Maria d’Ungheria. Il 26 maggio 1303, giorno di Pentecoste, Eleonora, sontuosamente vestita, fu condotta alla cattedrale di Messina, dove l’arcivescovo celebrò le nozze con Federico III d’Aragona. I festeggiamenti si susseguirono per due giorni, al termine dei quali il seguito di Eleonora fece ritorno a Napoli, per espresso ordine di Carlo II. Federico ed Eleonora partirono per Palermo. Le fonti tacciono sui primi anni di matrimonio. Probabilmente Eleonora accompagnava il re nei suoi viaggi per l’isola.
La Camera Reginale costituì una vera e propria dote assegnata da Federico III d’Aragona, Re di Sicilia, alla consorte Eleonora d’Angiò come dono di nozze nel 1302.
Costituiva una sorta di feudo a disposizione della regnante e veniva amministrata da un governatore. Il dominio col tempo cambiò, tuttavia si può genericamente dire che era formata dai territori delle città di Paternò, Mineo, Vizzini, Castiglione di Sicilia, Francavilla di Sicilia, Siracusa, Lentini, Avola, il borgo messinese di Santo Stefano di Briga e l’isola di Pantelleria. Il Castello Maniace fu la sede della Camera Reginale che, morta Eleonora, venne ereditata dalle Regine che si susseguirono, sino al 1537 quando venne abolita. Nell’amministrazione della Camera Eleonora mostrò grandi doti di equilibrio e saggezza. Altrettanta saggezza dimostrò nel discreto consiglio e influenza politica sul regale marito.
Ricordiamo che nell’ottobre 1309, nei Capitoli di Piazza, il re promulgò una legge che prevedeva, tra le altre cose, l’apertura di scuole per maschi e femmine. Nel Rinascimento l’istruzione femminile veniva ancora considerata un inutile perdita di tempo .Il 25 giugno 1337 Federico III mori presso Paternò, presente Eleonora.
Lei provvide a far portare la salma a Catania ove Federico fu sepolto nel duomo catanese. Il caldo estivo impediva il trasporto fino a Palermo. Il testamento nominava Eleonora esecutrice insieme col vescovo di Siracusa, con Francesco Ventimiglia, conte di Gerace, con Raimondo Peralta, gran cancelliere del Regno, e col maestro giustiziere Blasco Alagona. Eleonora acquisì maggiore influenza sulla politica siciliana, giacchè Pietro II non aveva alcun interesse per gli affari di governo. Riusci ad imporre il ritorno del suo protetto, Giovanni Chiaramonte. Egli era al servizio del nemico angioino. Trascorse gli ultimi anni della sua vita indossando per devozione l’abito delle clarisse e vivendo in solitudine e raccoglimento. Ma non fu mai clarissa ma terziaria clarissa causa la inosservanza della clausura. Essa vestiva l’abito per devozione ma senza professare la Regola. Visse in una piccola villa, costituita da alcune case terrane da lei fatte costruire con giardino e una grande cisterna, alle falde dell’Etna nel villaggio Guardia dell’antica Malpasso. Singolarmente le case ove visse si trovavano esattamente sulla ideale diagonale nord-sud che parte dal castello di Montalbano, ove Ella aveva vissuto i momenti forse più belli della sua giovinezza.
La grande cisterna del villaggio Guardia era stata fatta costruire dalla regina a beneficio dei contadini del luogo per irrigare le campagne. La lava ha coperto gran parte di quelle case terrane, salvando solo un vano delle stesse e un elegante “…terrazzina dalla pianta quadrangolare, le cui pareti su tre lati sono arricchite da una serie di sedili in muratura rivestiti da mattonelle in terracotta e formanti come delle spalliere…”,
Dalla villa si recava spesso presso i monaci benedettini dell’attiguo monastero di San Nicola l’Arena a Nicolosi per conversare o prendere parte ad esercizi di penitenza. Nel casale La Guardia morì all’età di 58 anni il 9 agosto 1343. Per sua disposizione venne seppellita nella chiesa di san Francesco all’Immacolata a Catania, da lei fatta erigere sopra il tempio romano dedicato alla dea Minerva. Dopo il terremoto del 1693 non si ha traccia delle spoglie della grande regina che giacciono lì in qualche punto.

#ticuntu… il Collegio dei Gesuiti

Giorno 24 ottobre alle ore 19,30 presso il Museo Herborarium di Catania si parlerà di Domenico Tempio e della Catania del settecento. Si parlerà della via Crociferi e del collegio dei gesuiti che è ancora Patrimonio Unesco, ma non patrimonio umano e collettivo di una cittadinanza legata al territorio e alla sua storia.
Il collegio dei Gesuiti è un palazzo settecentesco che si trova nella scenografica via dei Crociferi a Catania.
Il grande palazzo settecentesco era il più bell’edificio della Compagnia di Gesù in tutta la Sicilia. Il prospetto è in stile barocco siciliano e vi si accede mediante una scalinata. L’edificio ha quattro cortili fra cui un chiostro con loggiato sormontato da colonne. Il pavimento del cortile è a ciottoli bianchi e neri, sistemati a strisce, alla maniera del Borromini. La costruzione dell’edificio si svolse in parallelo con il processo di ricostruzione della città dopo il terremoto del 1693.
Nel 1767 lo Stato borbonico decise di espellere i gesuiti dalla Sicilia. Il governo borbonico entrò in possesso dei beni dei gesuiti, e decise di concedere il loro patrimonio fondiario in enfiteusi ai contadini privi di terra e di trasformare i loro collegi in scuole pubbliche di Stato o in ospizi per l’assistenza ai poveri. E così nel 1779 il collegio dei gesuiti venne trasformato in “casa di educazione della bassa gente” o secondo un appellativo più nobile “collegio delle Arti”, esso ospitava sia lavoratori artigiani (di panni, sete, ceramiche, manifatture d’acciaio) che alloggi per alunni. Con questo nuovo riuso avvennero alcune modifiche per adeguare la struttura alle nuove funzioni: demolizione dei muri divisori delle celle dei padri per trasformarle in dormitori o officine.

Dalle composizioni “Lu veru piaciri” di Miciu Tempiu

Fu chistu un tempu lu grandi e bellissimu
Multu riccu Cullegiu di Gesù;
doppu di lu so sfrattu, ch’è notissimu,
né Gesuiti cci ni foru chiù
nni fici lu sovranu clementissimu
nna casa all’inesperta gioventù,
in cui li figghi di li cittadini
arti apprendinu insigni e peregrini.
E ciò chi paria arcanu a tempu arreri
Vittimu fari da li nostri artisti;
vittimu novi e incogniti misteri,
machini, ordigni e fabbrichi mai visti;
e quantu da paisi forasteri
vinìa marcatu a prezzi duri e tristi,
cumpramu da la manu nazionali
ccu sparagnu e piaciri universali.

Disegno di Salvatore Zurria – via Crociferi – Catania – collegio dei gesuiti.

Domenico Tempio

#ticuntu… un omicidio del seicento…

Un funesto avvenimento turbò i quieti giorni del vescovo Marco Antonio Gussio † (22 agosto 1650 – luglio 1660 deceduto), e avvelenò il piacere che avea di trovarsi in mezzo ad un popolo che avea tanto beneficato. Tenea egli nel suo palazzo il fratello D. D. Leandro Gusio ammogliato con Antonia Serra vedova di un primo marito di cui ne avea una figliuola non più di anni sette, ed inoltre avea due nipoti figli di un altro fratello abate D. Giuseppe Gusio di anni 16, e Antonio di anni 17. Quest’ ultimo s’ invaghì della zia, e non ebbe rossore di dichiararle il suo amore. Non ne ebbe dalla onesta donna che una repulsa. Fu questa per l’ardente giovane un colpo mortale che gli fece versare lagrime di rabbia, e lo portò indi ai più atroci eccessi. Dopo di aver tenuto sopito nel suo animo lo sdegno il più feroce finalmente il giorno 16 di luglio di quell’ anno 1653 gli diede sfogo profittando della lontananza del vescovo che trovavasi in Aci. Nel più cupo silenzio della notte guidato da un servo si avventa allo zio D. Leandro immerso nel sonno, e gli taglia la gola. Agli ultimi lamenti del moribondo l’infelice sposa si desta , e con in braccio la figliuola fugge nei balconi; lo scellerato la trova, e a colpi trafigge l’una, e l’altra. Una serva Maria che erasi occultata sotto il letto del padrone subisce la stessa sorte, egualmente che un’altra Agata che fu trovata nel giardino mezza vestita, e con la gola tagliata. In quella notte terribile quell’anima sanguinaria agitata dalle sue furie sacrificò tutto indistintamente alle smanie della sua collera, e nel trasporto del suo dolore il giovane sconsigliato confuse l’innocente con il colpevole. Il vescovo che alla nuova corse da Aci fu oppresso dallo spavento, e dal dolore; la sola voce della Religione, e del suo grado che gli parlava al cuore lo persuase a dare la cessione per chiunque fosse il reo nelle mani di Notar Riera. La città ne fu sbalordita; l’atrocità del fatto non aveva esempio. Il giorno dopo tutti quei cadaveri furono portati al sepolcro, e la scena fa piena di orrore insolito. Il senato accompagnava le bare vestito a lutto; tutto il popolo vi andava dietro nella più grande mestizia, e seguiva un gran numero di fanciulli che piangevano dirottamente ad alta voce. La giustizia diede i passi i più rigorosi, fece le ricerche le più scrupolose, ma la confessione di un famiglio di stalla, e di sua moglie che videro il reo la stessa notte nel giardino e ai di lui piedi la serva che ferita nella gola tirava gli ultimi sospiri, e che intesero insultarla, cani ancora gridi, che comandò loro di aprire le porte del giardino, e li minacciò di ammazzarli se palesavano qualche cosa, alcune risse pochi giorni prima tra il reo, e l’ucciso, una camicia, due fazzoletti, ed altre robe ed un coltello insanguinati ritrovati nel cesso del palazzo dai ministri, e riconosciuti appartenere al giovane D. Antonio, e finalmente una ferita nella mano che dicea esser di chiodo, ma che i chirurgi riconobbero esser di coltello palesarono ben presto, e con certezza l’ empia mano omicida. L’addolorato vescovo fra l’orrendo misfatto sentiva ancora i riguardi del sangue; interporre voIea qualche incertezza per salvare il nipote che tratteneva in casa, ma il Capitano barone della Nunziata teneva notte, e giorno circondato il palazzo di soldati , mentre che il popolo vi stava intorno attruppato, fremeva sul delinquente, e lo chiamava alla pena. Il vescovo disperando di poterlo salvare presso di se noleggiò una barca, e la fece approdare alla spiaggia presso il Simeto che va al mare a otto miglia dalla città. Il giorno 21 di quel mese verso le ore 16 D.Antonio uscì dal palazzo per una porta falsa sopra i Canali, coverto il capo, e sopra un forte cavallo, e cominciò a correre lungo la spiaggia; molti uomini appiedi, e a cavallo vi andarono dietro. Al Porcile vedendo la barca vicina, e la gente di dietro che lo inseguiva che stava per arrivarlo entrò nel mare. Il cavallo sfinito dalla lunga corsa all’entrare nell’acqua cadde morto. D. Antonio si mise a notare, ma alcuni lo arrivarono buttandosi fra le onde , e lo presero prima che gli amici marinai lo avessero potuto soccorrere. Fu strascinato per lungo tratto e finalmente una barca a dieci remi sciolta da Catania lo condusse sino al Porticello, da dove sbarcato a fianco del Capitano che con spada nuda lo difendea dal popolo che volea di esso vendicarsi fu condotto al Castello. Il vicerè spedì un Delegato per fare il processo. Non potè essere che convinto, ma ad onta delle sue negative fu condannato all’ultimo supplizio che subì con intrepidezza, lasciando la sua testa sopra un palco cretto nel Piano della Fiera (attuale Piazza Università) il giorno 14 ottobre dell’anno stesso, al cospetto di tutto il popolo che avendo ancora viva l’idea dell’orribile delitto dar vedeva la meritata pena al colpevole. (Per l’esecuzione bisognò la licenza viceregia non avendo ancora 18 anni). Il vescovo fu inconsolabile a tante perdite; egli ne portò l’amara rimembranza sino al sepolcro solo consolatore delle pene inconsolabili. Egli vi discese il 3 luglio del 1660 compianto giustamente da tutti i buoni. Fu sepolto nella cattedrale. In quell’anno stesso 1653 oltre all’usato le acque dell’Amenano uscirono dal loro letto, ed inondarono le strade, i piani ed alcune case. Lasciarono quindi molti stagni le acque dei quali marcirono, e sparsero nell’aere con le esalazioni i germi di molte gravi malattie che afflissero la città. Nel 1655 fu poi dal fuoco che si ebbe un gran danno. Nella chiesa de’ Cappuccini dove eravi esposto il SS. Sacramento per le 40 ore si attaccò il fuoco, e consumò le vesti ecclesiastiche , la sacra ostia, e tutto l’altare. (F.Ferrara – Fatti del 1600)

Famiglia Gussio

Catania nel 1575

Catania nell’eruzione 1669 Platania