#ticuntu… “Lamento di un servo ad un Santo crocifisso” – Lionardo Vigo (1857)

Il testo è quello da cui Modugno ha ricavato il brano “Malarazza”. Si tratta di un “lamento” in dialetto siciliano di un poeta anonimo di cui Lionardo Vigo ci da notizia, una poesia dedicata ai “poveri cristi”. La poesia dopo che fu cambiata da Vigo per ragioni di censura. Si riporta alla fine la parte che fu censurata.

Un servu, tempu fa, di chista piazza
cussì priàva a Cristu e nci dicìa:
“Signuri ‘u me patruni mi strapazza,
mi tratta comu un cani pi la via,
tuttu mi pigghia cu la so’ manazza
la vita dici chi è mancu la mia.
Si jeu mi lagnu cchiù peju m’amminazza
chi ferri mi castja a prigiunia.
Undì jò mo ti prejiu ‘sta malarazza
distruggimmilla Tu, Cristu, pi mmia
distruggimmilla Tu, Cristu, pi mmia”.
Rispunni lu Signuri
“E tu forsi chi hai ciunchi li vrazza,
oppuru ll’ha ‘nchiovati com’a mmia?
Cu voli la giustizia si la fazza
non speri ch’autru la fazza pe ttia.
Si tu si omu e non si testa pazza
metti a profittu ‘sta sintenzia mia.
Jò non sarrìa supra sta cruciazza
s’avissi fattu quantu dicu a ttia!”

Risposta del Signore censurata al Vigo
“E tu chi ti scurdasti o testa pazza,
Chiddu ch’è scrittu ‘ntra la liggi mia?
Sempri ‘nguerra sarà l’umana razza
Si ccu l’offisi l’offisi castija;
A cui ti offenni lu vasa e l’abrazza,
E in Paradisu sidirai ccu mia;
M’inchiuvaru l’ebrei ‘ntra sta cruciazza,
E celu e terra disfari putia.”

Lionardo Vigo Calanna, marchese di Gallodoro (Acireale, 25 settembre 1799 – Acireale, 14 aprile 1879) fu esponente della cultura siciliana del XIX secolo. Le sue opere sono pervase dell’alto sentimento che egli provò per la Sicilia. Fu uno dei maggiori studiosi delle tradizioni e dei costumi popolari siciliani.
Mortagli la madre quando non aveva ancora quattro anni, visse un’infanzia priva d’affetto; dai nove ai sedici anni stette in tre collegi ad Acireale, a Catania, a Messina. Già in giovane età cominciò a comporre poemi (le prime esperienze verranno bruciate), a partecipare a riunioni accademiche, a interessarsi di lingua e dialetto, di storia della Sicilia e di archeologia. Individuò nella sua Acireale quel medio centro che, pur tra i difetti da lui stesso rimarcati, costituiva la norma per centinaia di Comuni siciliani. La sua lirica giovanile è ingentilita da una presenza femminile, che egli chiama l’Unica, celandone il nome.
Laureatosi in giurisprudenza, si sposò con Carlotta Sweeny, di padre inglese, che dopo soli due anni di matrimonio morì lasciandogli una bambina. Si impegnò a far rinascere l’Accademia Zelantea di Acireale, fondata nel 1671 ma di fatto spenta. Il 1848 rappresentò il crinale della sua vita: al tempo dei moti visse a Palermo a contatto diretto con Ruggero Settimo, Mariano Stabile, Emerico e Michele Amari. Fu deputato alla Camera dei comuni del Parlamento nato dall’insurrezione. Spentasi la rivoluzione siciliana ritornò ad Acireale (essendo egli «amantissimo del proprio nido») e si dedicò alla Raccolta di canti popolari siciliani, al poema epico Ruggiero, all’istruzione e alla cultura, ricoprendo anche la carica di Ispettore scolastico del Circondario di Acireale. Nel 1871 si chiedeva se mai avrebbe dato alle stampe il manoscritto “Il 1848 e 1849 in Sicilia. Testimonianze di L. V.” Sul primato della civiltà siciliana Vigo – scrive Capuana – «spese gli ultimi anni lavorando alla Protostasi sicula o genesi di civiltà. La Protostasi forma due grossi volumi che la morte non gli ha permesso di pubblicare».
Nel corso della sua vita mantenne un fittissimo epistolario con intellettuali italiani, tedeschi e francesi.

Lionardo Vigo

#ticuntu… Emanuele Di Giovanni

Il quadro che vedete in fondo è di mio nonno, o meglio del mio bisnonno, Angelo Gullotta morto nel 1908 a 71 anni. Si narra in famiglia che il quadro sia stato commissionato appena il nonno morì e così il pittore prese le forme iniziali come schizzo sul cadavere per poi completarlo ad esequie avvenute. A parte la macabra storia ciò che rende bello il quadro è la pittura del suo autore: Emanuele Di Giovanni.
Emanuele Di Giovanni (Catania, 1887 – 1979) è stato un pittore italiano. Noto ritrattista della propria città, realizza moltissimi lavori famosi. Di sua mano sono i numerosi ritratti della “Galleria dei Sindaci” a Catania. La fonte più autorevole riguardo alla vita del pittore catanese è L. Biondo, che ne l’ “Enciclopedia di Catania” così commenta la vocazione pittorica del Di Giovanni: Precocissimo,a dodici anni eseguì un dipinto, per conto del padre, Francesco, cui era stato commissionato e che lo firmò. Il Biondo ci tramanda quindi che il talento pittorico del piccolo Emanuele fu subito chiaro. Il padre Francesco era anch’egli pittore, come ci dimostra la commissione effettuatagli; tra i dodici ed i vent’anni (1899-1907) fu allievo del grande pittore catanese Antonino Gandolfo, insieme a cui espose, nel 1907, alcuni quadri all’Esposizione Siciliana dell’Agricoltura; i risultati furono ottimi, ed il pittore assunse una certa fama, dimostrata dalla stima di Gandolfo e Benedetto Condorelli (1879-1950). Nel corso del tempo la sua pittura assume un tratto caratteristico nonché vivace; gli vengono affidati molti lavori importanti, che culminano nel 1959 con una piastrella in avorio donata per il Congresso Eucaristico Internazionale al Papa Giovanni XXIII e da allora conservata in Città del Vaticano. Morì novantaduenne nella sua Catania, nel 1979, nel ventesimo anniversario del suo ingresso tra gli artisti con opere conservate nei Musei Vaticani.
Fin qui la sua biografia autorevole ufficiale, ma la domanda che mi sono posto:” Come mai un pittore di quel calibro avesse dipinto mio nonno che non ebbe mai cariche importanti nella città di Catania?”. La risposta è una: era un carissimo amico della famiglia di mio nonno Alfio, figlio di quell’Angelo dipinto! Emanuele di Giovanni aveva dipinto le volte della casa dove abitavano i miei nonni sita in via Sacchero, lasciò come traccia del suo carattere scherzoso una ragnatela sul tetto, che vista da lontano faceva impressione. Diede lezioni di pittura a mia zia Giuseppina che la indirizzò poi alla passione della sua vita: la pittura. Dai racconti di famiglia pare avesse una bambina molto malata e questo era il suo tormento. Ne parlava con gli amici in modo accorato. A quel tempo che non c’erano le foto a colori, Di Giovanni le colorava personalizzandole con quella caratteristica di luce viva.

Emanuele Di Giovanni

 

Angelo Gullotta – dipinto Emanuele Di Giovanni 1908

#ticuntu… Mariannina Coffa Caruso

La poetessa Mariannina Coffa Caruso, detta “La capinera di Noto”, “La Saffo netina”, nacque nel 1841 a Noto (Siracusa), dove morì nel 1878, a 36 anni, 3 mesi e 6 giorni. Fu una bambina sensitiva e precocemente ispirata che il padre, noto avvocato patriota, impegnato nelle rivoluzioni del 1848 e del 1860, si compiaceva di fare esibire nei salotti e nelle accademie con le sue poesie improvvisate su temi dettati estemporaneamente.
Dopo qualche anno di collegio in cui imparò versificazione e un po’ di francese, mentre solo i suoi fratelli poterono apprendere anche il Latino, le fu messo accanto come precettore Corrado Sbano, un canonico zelante, allo scopo di istruirla e disciplinare insieme gli slanci del carattere indipendente e dell’estro focoso.
A 14 anni, cominciò a prendere lezioni di piano dal 25enne Ascenso Maceri, e fu subito innamoramento, malgrado la differenza d’età! Ascenso era biondo, bello e di gentile aspetto, un intellettuale giramondo di sicuro avvenire.
Ma, dopo un breve fidanzamento ufficiale, la famiglia le impose di sposare, a 18 anni, il giorno di Pasqua del 1860, un ricco proprietario terriero di Ragusa che la recluderà nella casa del padre, un uomo rozzo e meschino, di nascosto al quale dovrà scrivere le sue poesie e le sue lettere, al lume della candela nelle interminabili notti in cui Giorgio, il marito, per un po’ sindaco di Ragusa, la lascia sola.
Per suo suocero, infatti, “lo scrivere rende le donne disoneste”, ragion per cui non aveva permesso alle proprie figlie di apprenderlo.
Intanto, tra continue gravidanze che tormentavano il suo gracile corpo, il dolore per la morte di una figlia, la cura dei altri figli e i pesanti lavori di casa, intreccerà una relazione epistolare con l’orgoglioso fidanzato di un tempo, che non le perdonerà, però, mai la resa supina al volere dei genitori e il rifiuto della “fuitina” da lui propostale, e rifiuterà l’appuntamento che lei, già donna sposata e più volte madre, rischiando grosso, gli darà nella stessa Ragusa.
Mariannina sarà così costretta a vivere una vita sdoppiata, iscrivendosi ad associazioni ed accademie italiane e straniere e pubblicando per riviste nazionali, specialmente “La donna e la famiglia” di Genova.
L’amicizia con un dotto medico originario di Augusta e poi residente a Catania, Giuseppe Migneco, omeopata e magnetista animale, famoso per le efficaci cure prestate in occasione delle epidemie di colera, ma più volte esiliato per “esercizio di arte diabolica” e “spiritismo”, la introdurrà ai metodi del sonnambulismo e agli arcani del magnetismo, sistemi anatemizzati dal Papa e coltivati all’interno di élites massoniche democratiche, in realtà prodromi positivisti della successiva matura Psicanalisi, coi quali la poetessa cercherà di curare le malattie e i disagi del suo corpo e della sua psiche. Si iscriverà a diverse società occultiste e teosofiche italiane e straniere e, attraverso un discepolo netino del Migneco, il dott. Lucio Bonfanti, medico omeopata e democratico del 1860, sarà introdotta nella Loggia Elorina, le cui insegne appariranno in pompa magna durante i funerali della poetessa.
Ne nascerà l’ultima straordinaria, purtroppo breve, stagione poetica, fitta di riferimenti simbolici al “gran concetto” e improntata alla “protesta metafisica”, dopo la prima giovanile poesia patriottica di maniera e l’intermedia fase intimista.
Prostrata dalle emorragie provocate da fibromi all’utero, abbandonerà la casa del marito per trovare nella città natale un clima sereno adatto alla cura omeopatica, rifugiandosi a Noto, nella casa dei genitori, che la cacceranno via perché non ricada su di loro il disonore, e finirà i suoi giorni tra la fame e gli stenti, assistita da un anziano medico omeopata: nessun familiare vorrà pagare le prestazioni di un chirurgo catanese il cui intervento avrebbe potuto probabilmente salvarle la vita.
Pochi mesi prima di morire, quando la famiglia ragusana le porta via il figlio che alleviava la sua solitudine e confortava i suoi ultimi giorni di vita, grida in alcune lettere la sua ferma volontà di divorziare, mentre il divorzio è un istituto ancora molto di là da venire.
La sua rassegnazione si trasforma in odio verso quei genitori i cui voleri ha sempre eseguito pur contro la sua stessa volontà, la sua obbedienza filiale si tramuta in desiderio di vendetta e chiede a Dio ancora qualche giorno di vita per rendere pubbliche le violenze, le manomissioni, le subornazioni, le umiliazioni a cui è stata sottoposta e che la conducono alla morte.
Malgrado la fama di “poeta maledetta” diffusasi negli ultimi tempi della sua vita, la sua città dichiarò il lutto cittadino, si assunse su di sé le spese del funerale e le fece erigere una statua in marmo di Carrara, sita ancora ora nella Piazzetta d’Ercole.

… Sola, ignorata, ad ogni ben più caro L’aspirar mi fu colpa! E in tanto affanno Io non so qual parlasse in me più amaro O il cader dei miei giorni, o il disinganno.

#ticuntu… Giacinta Pezzana

In questa settimana ad Aci S.Antonio si svolgerà la VI edizione del ETNACI Film Festival dove si parlerà tra l’altro di letteratura e soprattutto di Cinema con la C maiuscola. E proprio in terra d’Aci volle concludere la sua vita fatta di successi una grande interprete teatrale e cinematografica: Giacinta Pezzana. Nata a Torino il 28 gennaio 1841, iniziò giovanissima la carriera teatrale esibendosi nei migliori teatri italiani. Di temperamento deciso, sposò e si separò dopo poco con lo scrittore Luigi Gualtieri. Nel 1879 al Teatro dei Fiorentini portò in scena Teresa Raquin di Émile Zola, considerata la sua interpretazione più celebre; gli altri interpreti del dramma erano Giovanni Emanuel e una giovanissima Eleonora Duse. Lasciata l’attività regolare nel 1887 si ritirò ad Acicastello ma nel 1910 fece un’altra tournée in Sud America, e si stabilì per qualche tempo a Montevideo, dove aprì una scuola di recitazione. Allo scoppio della Prima guerra mondiale rientrò in Italia e nel 1915 interpretò il suo unico film, Teresa Raquin, diretto da Nino Martoglio. Si ritirò definitivamente ad Aci Castello, dove morì e fu sepolta nel 1919. Il Film Teresa Raquin è del 1915 durata circa 34 minuti, muto, per la Regia di Nino Martoglio. Fotografia Lorenzo Romagnoli, Interpreti e personaggi: Maria Carmi: Teresa Raquin, Dillo Lombardi: Lorenzo, Francesco Nicolosi Puglisi: Camillo Raquin e Giacinta Pezzana: madre di Camillo. La Casa di produzione è Morgana film. La Morgana film fu una società di produzione cinematografica fondata a Catania nel 1913 dal commediografo Nino Martoglio, che ben presto trasferì la sede della società a Roma modificandone il nome aggiungendo una s a “film” . Fu una delle prime società di produzione cinematografica a nascere in Italia e sicuramente la prima a Catania. La società produsse i primi film veristi della cinematografia mondiale interpretati dal grande attore catanese Giovanni Grasso. Teresa Raquin è una delle ultime pellicole della tramontata Morgana films.

Giacinta Pezzana in Teresa Raquin

Morgana Films

#ticuntu… ‘A CAVALLARIA RUSTICANA poesia di Nino Martoglio

I.
– Unni fustuu, arsira, donna Tana?
– Vih, mi mi lassa stari, signurina!…
– Pirchì? – Ca me’ cummari Vastiana,
‘nsemi ccu Jenna, ‘dda mula scintina,
mi tinniru tri uri di mmattana
pri purtàrimi all’opira, a’ marina.
– E vui ci jstuu? – Putenza divina,
cu’ ci cuntrasta, ccu ‘dda cristiana?
– E chi faceunu, ‘a storia d’ Orlannu?
– Ca quali!… Chi ci pari, abbeniaggi,
ca era ópira ‘e pupi? – No? – Ca quannu
mai, vih!… Tiatru propria, ‘npirsunaggi!
Dramma Cavallaria!… Iddu ch’è beddu!
– Di Virga!… – Mai, chi era, rappareddu?
II.
– No, la Cavallaria Rusticana…
– Sissignura, accussì?… Chi cosa ranni!
– È un dramma ca fu scrittu di Giuvanni…
– Giuvanni Grassu, ‘u sacciu! Vastiana
‘u canusci; pò aviri vintott’anni…
– Ma chi!… Giuvanni Virga! – O virga, o zana,
‘u fattu è ca mi vinni ‘na quarana
‘ntr’ ‘o menzu ‘u cori!… Vih, chi focu ranni!
– Pirchì? – Ci pari nenti quannu chiddu
ci muzzica l’oricchia ?… E ‘dda gran schigghia:
«Hannu ammazzatu a cumpari Turiddu!…»
M’arrizzàunu ‘i carni, vah!.. E ‘dda figghia
di Santa, svinturata!… E chidda ‘e l’ova?
Chi dramma naturali, malanova!

Piccola nota storica. Donna Tana si recò ad assistere alla rappresentazione teatrale della cavalleria rusticana al teatro dà Marina. Nel 1895, il teatro fu assegnato al Circolo Filodrammatico Artistico che lo utilizzò per la rappresentazione di opere di prosa, aprendolo al pubblico il 26 gennaio. Il 2 giugno 1908, il teatro venne intitolato al musicista catanese Pietro Antonio Coppola, morto nel 1877, che era stato per lunghi anni orchestratore del Teatro Comunale.

Nino Martoglio, autore della poesia

Cavalleria Rusticana di Giovanni Verga

Giovanni Grasso, grande interprete di Cavalleria Rusticana

#ticuntu… Jarufalu Pumpusu. La Lupa e Capuana

Quella Lupa io l’ho conosciuta. Tre mesi fa, tra le colline di S.Margherita, su quel di Mineo, passavo pel luogo dov’era una volta il pagliaio di lei, fra gli ulivi, presso una fila di pioppi che si rizzano gracili e stentati sul terreno umidiccio. Ella abitava lí per dei mesi interi, specie nel settembre e nell’ottobre, quando i fichi d’India eran maturi. Si vedeva ritta, innanzi il pagliaio, all’ombra dei rami d’un ulivo, in maniche di camicia, col fazzoletto rosso sulla testa, spiando le viottole, «pallida come se avesse sempre addosso la malaria,» in attesa di qualcuno che doveva arrivare dall’Arcura o dai Saracini o dalla Casa di mezzo, o da Sopra la Rocca. Spesso la s’incontrava alla zena, china sulla lastra di pietra accanto al ruscello, apparentemente per lavare i panni, in realtà per fermare tutti quelli che passavano e attaccar discorso. Piú spesso si vedeva andare di qua e di là per la campagna «sola come un cagnaccia, con quell’andare randagio e sospetto della lupa» tale quale il Verga l’ha superbamente dipinta. Ora il pagliaio è distrutto, e quell’angolo di collina deserto. Io provavo un gran senso di tristezza nel guardar quella rovina. Ma non era il ricordo della vera Lupa che mi faceva evocare con tanta emozione la sua pallida figura dagli occhi neri come il carbone, dalle labbra fresche e rosee che vi mangiavano, no; era la Lupa dell’arte, la Lupa creata dal Verga che sopraffaceva quella della realtà e me la metteva sotto gli occhi piú viva della viva quand’era viva. Tanto è vero che l’arte non sarà mai la fotografia! La Lupa si potrebbe dire un semplice fatto diverso. In quelle otto pagine non c’è un particolare che non sia vero, intendo dire che non sia accaduto realmente cosí. L’autore non ha inventato nulla; ha trovato, ha indovinato la forma, che è quanto dire: ha fatto tutto. La Lupa è forse la piú bella cosa che il Verga abbia mai scritta; senza forse, è la miglior novella di questa Vita dei campi. La forma è scultorea, d’una semplicità meravigliosa. Qua e là sembra una traduzione di qualche leggenda popolare, con quel ritorno d’imagini e di parole del quale l’autore s’è stupendamente servito. La figura della Lupa si stacca sull’orizzonte del paesaggio fosca, indimenticabile, come quando andava incontro al genero che le veniva addosso per ammazzarla. «La Lupa lo vide venire, pallido e stralunato, colla scure che luccicava al sole, e non si arrestò d’un sol passo, non chinò gli occhi; seguitò ad andargli incontro, con le mani piene di manipoli di papaveri rossi e mangiandoselo cogli occhi neri.» – Luigi Capuana
PINA (saettando una occhiata a Nanni, e tornando a chinare il capo). Bene, dirò quella che mi viene in mente.
(Dolcemente, quasi parlando fra sé, coi gomiti sui ginocchi e il capo fra le mani )
“Garofano pomposo, dolce amore,
dimmelo tu come ti debbo amare!
Tu di nascosto m’hai rubato il cuore,
ed io qui venni se mel vuoi ridare.
E n’ho toccati tanti cuori duri!
Solo il tuo non si lascia intenerire!
Ora men vado a governo d’amore…
Il mio lo lascio a te. Non ti scordare”.

(Jarofalu pumpusu duci ammuri
Dimmillu tu comu t’aiu amari!
Tu ammucciuni m’hai rubbatu u cori
E ju cca vinni si mi lu voi turnari.
N’aju tuccati tanti cori duri!
Sulu u to non si lassa tuccari!
Ora ca mi nni vaiu circannu ammuri
Trovu a morti e nun mi poi salvari)

Anna Magnani. Una grande interprete de “La Lupa” di Verga

Primo piano dell’indimenticato sguardo di Anna Magnani

#ticuntu… Totò Quasimodo

Quest’anno per la prima prova degli esami di stato è riaffiorato un grande autore siciliano: Salvatore Quasimodo, premio nobel per la letteratura nel 1959. Poco si conosce della sua vita ma tanto si conosce della sua produzione letteraria. Di lui si sa che era uomo di poco fumo e molto sostanza. Nacque a Modica, in via Posterla n. 84, il 20 agosto 1901, dove vissero per pochi mesi i suoi genitori perché il padre capostazione, originario di Roccalumera, veniva continuamente trasferito per ragioni di servizio e dove egli, nella sua vita, ebbe modo più volte di tornare. Prima di diventare la grande figura letteraria, Totò era geometra, un impiegato, uno che fu mandato dal padre a studiare ingegneria a Roma e che non completò mai perché “la matematica era pane troppo amaro per i suoi denti che s’allenavano a sbriciolare i tozzi duri della versificazione latina e greca”. La sua semplicità lo accompagnò sempre anche quando l’ilarità dei poeti gli mortificarono la gioia d’aver ricevuto quel grande premio giocando sul cognome “Quasi a modo”. E allora di quel cognome bisognava sbarazzarsi senza offendere un padre stimato. E dunque nacque l’idea di togliere il cappello a quella “o” di Quasimòdo, e il ricorso alle pratiche legali necessarie alla sparizione di quell’accento. E così avvenne. E arrivò il 1959, l’Accademia Svedese decise di attribuire il premio Nobel al poeta siciliano Salvatore Quasimodo con questa motivazione “per la sua opera lirica che esprime, con ardore classico, il sentimento contemporaneo della vita”. In Italia l’assegnazione del premio Nobel a Quasimodo aprì molte polemiche e malcontenti. Il critico letterario scrisse un articolo contro l’assegnazione del premio Nobel a Quasimodo. Alla notizia del premio Nobel Quasimodo disse: ”Ho accolto la notizia con la mia solita tranquillità, perché sapevo che avrei dovuto tenere conto di una forte opposizione, data la mia particolare posizione nel campo della poesia. I miei avversari, cioè a dire gli altri candidati, avevano numerose carte da giocare, mentre io ero solo a lottare. L’onore che mi viene da questo omaggio dell’Accademia Svedese si dirama in diverse direzioni. Esso tocca soprattutto il problema dell’inquietudine dell’uomo contemporaneo che è al centro di tutta la mia opera poetica”. La sua terra, la Sicilia, sarà sempre presente nei suoi componimenti fatti di miti e di figure.

Ride la gazza, nera sugli aranci

Forse è un segno vero della vita:
intorno a me fanciulli con leggeri
moti del capo danzano in un gioco
di cadenze e di voci lungo il prato
della chiesa. Pietà della sera, ombre
riaccese sopra l’erba così verde,
bellissime nel fuoco della luna!
Memoria vi concede breve sonno:
ora, destatevi. Ecco, scroscia il pozzo
per la prima marea. Questa è l’ora:
non più mia, arsi, remoti simulacri.
E tu vento del sud forte di zàgare,
spingi la luna dove nudi dormono
fanciulli, forza il puledro sui campi
umidi d’orme di cavalle, apri
il mare, alza le nuvole dagli alberi:
già l’airone s’avanza verso l’acqua
e fiuta lento il fango tra le spine,
ride la gazza, nera sugli aranci.

Salvatore Quasimodo – adulto

Salvatore Quasimodo – Bambino

#ticuntu… la Scuola al tempo del Regno delle due Sicilie

Oggi in tutta Italia si svolge la prima prova scritta di Italiano per conseguire un Diploma di scuola superiore a conclusione di un lungo percorso di studio. Ma come si studiava in Sicilia ancor prima dell’Unità? Ho voluto seguire il giovane Luigi Capuana quando a dodici anni venne iscritto al Real Collegio borbonico di Bronte, uno dei collegi più noti e prestigiosi della Sicilia, che allora faceva parte del Regno borbonico delle due Sicilie. In questo periodo ebbe inizio il suo interesse per la letteratura e la lingua italiana, che avrebbe preferito d’ora in avanti a tutte le altre materie. Cominciò a sviluppare inoltre una viva curiosità per molti campi del sapere, ma anche per la magia e le superstizioni della sua terra, per il suggestivo mondo dello straordinario. Durante la permanenza nel Real Collegio di Bronte fece le sue prime prove come scrittore. Scrisse infatti poesie in onore della Madonna; pubblicò un giornaletto tra il serio e l’umoristico; scrisse infine una commedia che faceva la caricatura delle abitudini dei suoi insegnanti. Nel 1855, a sedici anni, Luigi Capuana lasciò il collegio per ragioni di salute.
Il complesso monumentale del Real Collegio Capizzi (convitto e scuole), iniziato il 1° Maggio del 1774 ed inaugurato il 4 Ottobre del 1778, è frutto dell’iniziativa e della perseveranza dell’umile sacerdote brontese Eustachio Ignazio Capizzi che, durante i quattordici anni trascorsi nella diocesi di Monreale, maturò una straordinaria esperienza di fondazione e di costruzione di collegi.
Ecco la programmazione per la formazione del giovin signore nel Real Collegio Borbonico di Bronte:
L’Uomo in quanto vive; nei primi tre anni (dai sei a otto anni di età) studia anatomia, fisiologia, igiene, in quanto è peculiare del bambino la curiosità e l’esplorazione del proprio corpo.

L’Uomo in quanto pensa: nel 7° ed 8° anno studia logica e metafisica, nel 9° storia della filosofia e nel 10° filosofia della storia.

L’Uomo in quanto sente: studia estetica al 9° anno

L’Uomo in quanto vuole: all’8° anno studia etica

L’Uomo in quanto parla: lingue – dal 1° al 6° anno studia italiano, latino, greco, e questo periodo viene definito “periodo grammaticale o di ermeneutica, mentre dal 7° al 10°, nel “periodo patetico o di critica” si svolgono gli esercizi di scrivere in prosa ed in versi, con esame critico di prosatori classici e poeti – traduzioni. Come letteratura il ciclo inizia al 7° anno fino all’ 8° con, rispettivamente: Teoria dell’Arte, del componimento in prosa e poesia, e poi al 10° storia della letteratura.

L’Uomo in quanto opera: fa riferimento allo studio della Storia e dell’archeologia.

L’Uomo in quanto vive in comunanza civile: studia la buona creanza, diritto.

Fa parte dello studio della natura:
la natura considerata:
nell’astrazione dei principi e degli intenti: aritmetica, disegno, geometria piana e solida, algebra, trigonometria, meccanica, architettura.
nell’entità dei principi organizzati: fisica e chimica
nell’entità delle cose organizzate: geografia gen., zoologia, geogr. fisica e politica, geogr. astronomica, matematica, statistica, etnografia, geologia, mineralogia, agricoltura, astronomia.

Luigi Capuana – giovane

Interno collegio Bronte

#ticuntu… Giufà

Giufà è un personaggio assolutamente privo di ogni malizia e furberia, credulone, facile preda di malandrini e truffatori di ogni genere. Il Pitrè prende spunto da fatti realmente ricorrenti nelle campagne del palermitano, quando ladri e imbroglioni erano soliti fare ai ragazzi promesse allettanti (che mai avrebbero mantenuto) per ottenerne in cambio prelibatezze sottratte alla campagna dei loro genitori. Nelle sue avventure egli si caccia spesso nei guai, ma riesce quasi sempre a uscirne illeso, spesso involontariamente. Giufà vive alla giornata, in maniera candida e spensierata, incurante di un mondo esterno che pare sempre sul punto di crollargli addosso. Personaggio creato in chiave comica, caricatura di tutti i bambini siciliani, Giufà ci fa sorridere, con le sue incredibili storie di sfortuna, sciocchezza e saggezza, ma ha anche il gran merito di farci conoscere meglio la cultura dominante in Sicilia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento
Giufà e la pezza di tila.
‘N’àutra vota la matri cci dissi: – «Giufà, haju sta pezza di tila ca m’abbisugnassi di falla tinciri; va’ nna lu tincituri, chiddu ca tinci virdi, niuru, e cci la lassi pi tincirimilla.» Giufà si la metti ‘n coddu, e nesci. Camina camina, vidi ‘na serpi bella grossa; ‘n vidennula, ca era virdi, dissi: – «Mi manna mè matri, e voli tinciuta sta tila. (E cci la lassò ddà) Dumani mi la vegnu a pigghiu.». Torna a la casa, e comu sò matri senti la cosa, si cuminciò a pilari. – «Ah! sbrïugnatu! comu mi cunsumasti!…. Curri, e va’ vidi si cc’è ancora!» Giufà turnò; ma la tila avía vulatu. – Giuseppe Pitrè

Ancora oggi di fronte a persone sciocche e credulone si usa dire “Sì un Giufà”

Giuseppe Pitrè

#ticuntu… Francesco Paolo Frontini.

Oggi vorrei tanto parlare di un musicista di grande fama che ha onorato la nostra Catania e la Sicilia tutta. Vorrei parlarvi di Francesco Paolo Frontini, che impropriamente oggi ai tanti è sconosciuto. Nato a Catania, il 6 agosto 1860 ed ivi morto il 26 luglio 1939. Fu avviato allo studio della musica dal padre, Martino Frontini (1828-1909), studiando violino con Santi D’Amico ed esordendo in un concerto nel salone comunale di Catania a tredici anni. A quindici anni era stata eseguita nella cattedrale la sua prima composizione (Qui tollis, diretto da Pietro Antonio Coppola). Nel 1875 fu ammesso al Regio conservatorio musicale di Palermo, studiando con Pietro Platania; in seguito passò al Regio conservatorio musicale di Napoli, dove conseguì il diploma in composizione, sotto la guida di Lauro Rossi. Tra le sue prime composizioni ci fu la Messa funebre in morte del maestro Coppola. Del 1881 è il melodramma in tre atti Nella a cui seguirono Sansone (1882), Aleramo, 1883, per il quale si ispirò alla leggenda di Adelasia e Aleramo, Fatalità (1900), Malìa (1893), su libretto di Luigi Capuana, Il Falconiere (1899), di ambientazione medioevale, secondo una voga letteraria. Scrisse la musica per l’atto unico di Saverio Fiducia Vicolo delle belle, con la sonata dell’orbo, e quella per la commedia U Spirdu di Antonino Russo Giusti, che andò in scena nel 1920 presso il Teatro comunale Coppola, con la direzione di Gaetano Emanuel Calì. Musicò Il canto di Ebe, dal Lucifero, e Lauda di suora, dal Giobbe di Mario Rapisardi. Ed è appunto dal sito ufficiale del Maestro («http://frontini.altervista.org/) che voglio riportarvi la lettera che l’amico affettuoso Mario Rapisardi scrisse per ringraziarlo per aver musicato la propria opera:
“Di Casa 25 maggio 1889. Grazie, caro Sig.Frontini, della musica assai bella e caratteristica di che volle onorare la mia “Lauda di Suora”. Ella ha saputo rendere l’intensa ascetica sensualità che li anima. Quel crescendo dell’ultima strofe, che si risolve in una frase larga e voluttuosa, a me pare d’un mirabile effetto; dà la viva immagine dell’orgia spirituale, a cui si abbandona una povera anima assetata d’amore e condannata a languire in un chiostro. Bravo, caro Sig. Frontini, ma proprio di cuore e augurandole pari al merito la fortuna, me le confesso.Aff.mo Mario Rapisardi”.

Francesco Paolo Frontini