#‎ticuntu‬… vuci da Sicilia

Salvatore Di Stefano, giovane carabiniere siciliano, dovette lasciare l’Arma all’eta’ di ventisei anni per poter sposare Angela Gentile, sarta di Siracusa. Dalla loro unione nasce a Motta Santa Anastasia, a pochi chilometri da Catania, Giuseppe Di Stefano, primo ed unico figlio, il 24 Luglio 1921. Le difficoltà economiche e la prospettiva di una vita migliore suggeriscono, alla famiglia Di Stefano nel 1927, il trasferimento a Milano, nel popolare quartiere di Porta Ticinese, dove il padre si adeguo’ al mestiere di calzolaio e la madre contribui’ con lavori di sartoria al sostentamento della famiglia.

Nel 1934 frequentando la Scuola magistrale presso il Seminario Arcivescovile San Arialdo in Duomo a Milano Giuseppe iniziò a cantare nel coro. Tra gli amici incontra Danilo Fois, studente di legge, che subito intuisce le potenzialita’ della sua voce e si offre di finanziare le prime lezioni di canto. Una amicizia questa che è durata tutta la loro vita. Nel 1941, chiamato alle armi dopo un breve periodo nel Centro addestramento reclute di Frugarolo, venne arruolato nel Battaglione Mortai del 37° Reggimento di Fanteria – Divisione Ravenna di stanza ad Alessandria con l’incarico di Assistente di Sanita’. Il Reggimento Parte per la campagna di Russia. Giuseppe non avendo dimostrato grandi attitudini militari ed in considerazione delle non buone condizioni di salute, il suo diretto superiore, il Tenente Medico Giovanni Tartaglione prese la decisione di lasciarlo a casa salvandogli così la vita ( un gran numero di suoi commilitoni, compreso il Tenente, non fecero più ritorno a casa ). Il ricordo di questo Ufficiale dell’Esercito Italiano lo ha accompagnato per tutta la vita. Spingendolo in seguito a voler conoscere la sua famiglia e conservando sempre una sua foto sulla scrivania… e così in convalescenza a Milano, con il nome d’arte di Nino Florio, per sbarcare il lunario, inizia a cantare canzonette in vari teatri e locali di Milano riscuotendo un certo successo e soprattutto iniziando a scoprire il suo talento.

L’8 settembre 1943 trovandosi in Svizzera , colse l’occasione, dietro suggerimento di uno stesso gendarme elvetico, di non fare rientro in Italia . Alcuni amici lo seguirono e per questo gli furono riconoscenti tutta la vita. Lì viene internato nel campo di raccolta di Faido (San Gottardo) dove la sua passione per il canto attirò l’attenzione di alcuni appassionati locali che lo proposero a Radio Losanna dove , dopo una prova, lo scritturarono per un Elisir d’amore di cui esiste ancora una registrazione. Altri trasmissioni che seguirono e una serie di incisioni stanno a testimoniare il talento.

Nel 1945 ritorna in Italia dove inizia a dedicarsi seriamente allo studio del canto. Nel 1949 Sposa a New York Maria Girolami, studentessa di canto, dalla quale avrà tre figli: Giuseppe 1952, Luisa 1953-1975, Floria 1957. Un matrimonio felice durato più di 25 anni durante i quali prese casa a Milano, a New York , a Marina di Ravenna, a Roma e di nuovo a Milano seguendo le esigenze della sua attività. Particolare risonanza nei primi anni 70 ebbe il suo rapporto con Maria Callas , collega privilegiata, che ritrovò a New York sola e reduce da delusioni affettive . Maria si lasciò contagiare dal suo entusiasmo e dalla sua forza vitale e decise di ritornare sul palcoscenico per una serie di concerti in Germania – Regno Unito – Francia – Stati Uniti – Giappone – Korea – Australia e Nuova Zelanda. Questi eventi riscossero un grande successo, se non dal punto di vista artistico, sicuramente da quello affettivo, dando ad una folla di ammiratori che li amavano attraverso le sole incisioni , l’opportunita’ ed il privilegio di vederli ed ascoltarli dal vivo.

Nel 1975 un male incurabile lo privo’ dell’affetto della sua adorata figlia Luisa. Tragedia questa che segno’ la sua vita e che lascio’ da allora una nota di velata malinconia nel suo carattere notoriamente espansivo ed estroverso. I grandi dolori talvolta uniscono , altre invece portano ad un progressivo allontanamento dagli affetti coniugali. Fu questa la ragione per la quale nel 1976 si divise consensualmente dalla prima moglie Maria Girolami. Nel 1977 in occasione di una sua tournee in Germania conobbe Monika Curth , giovane e bella soprano di Amburgo che sposo’ a Roma e che da allora lo accompagnò sui palcoscenici e nella vita con assoluta devozione.

Gli ultimi anni della sua vita trascorsero tra il Kenya e la Brianza , circondato dalla simpatia dei suoi numerosi amici, dalla stima degli ammiratori, dall’amore dei figli e dei nipoti e dalle premurose attenzioni della moglie Monika. Una crudele fatalita’ ha voluto che nel dicembre 2004 le conseguenze di una brutale aggressione subita nella sua casa di Diani in Kenia, dove amava passare i mesi invernali , lo abbiano lasciato in condizioni tali da rendergli impossibile il contatto con tutto il mondo di affetto, ammirazione e stima che continuava a circondarlo. Dal 3 marzo 2008 riposa nel piccolo cimitero di Santa Maria Hoe’ (LC) vicino a sua Madre Angelina.
(tratto dal sito ufficiale www.giuseppedistefano.it)

#‎ticuntu‬… la paura della grande guerra

[…] Era un ragazzo ancora imberbe, con un viso bianco e roseo che pareva una mela, con occhi chiari, pieni di stupore. Pochissimo amante dei lavori manuali, tutte le volte che bisognava adoperare la piccozza e il badile rispondeva invariabilmente:
“Songo malato!” ma Alfani, che conosceva uno per uno tutti i suoi uomini, sapeva di poter fare assegnamento sulla prontezza e il coraggio dell’infingardo quando era il momento di affrontare i nemici. «Caletti, stammi bene attento, perché quei brutti ceffi si sono destati di malumore, stamattina.»
«Non dubita, sor tenente.»
«Apri bene gli occhi, e a posto!»
Di momento in momento il chiarore del giorno cresceva: il cielo dell’alba luceva come uno specchio freddo e terso; solo un fiocco di nuvolaglia, lungo e sottile, strisciava a guisa d’un serpe sul muraglione del Montemolon e s’insinuava fra le due Grise.
«El promett on’altra gran bella giornada» osservò il sergente.
«Non tanto. Quella bambagia lì non è buon segno.»
Riportando lo sguardo sul terreno fronteggiante la trincea, Alfani vide il soldato uscire dal camminamento col fucile a bilanciarm e procedere fra le asperità del passo scoperto, curvandosi appena, con la sicurezza che gli veniva dalla lunga pratica e dalla tranquillità dei nemici. «No! No!» voleva gridargli, poiché i nemici s’eran destati. «Più basso!…Copriti!»
E parve veramente che Caletti avesse udito le parole pensate dal suo tenente; perché, dinanzi all’ultimo tratto, il più pericoloso, si fermò un momento; poi si buttò in ginocchio, s’allungò e strisciò su per la breve erta, verso la piazzola. Giuntovi vicino, levò un poco il capo, forse nell’udirsi chiamare dal compagno che veniva a rilevare; ma allora, improvvisamente, al sinistro ta-pum d’una fucilata, il corpo s’accasciò.
«Porci Croati!»
L’ufficiale non aveva ancora finito di esprimere il suo rancore, che un altro colpo rintronò: ta-pum!
«E due!» disse una voce.
«Visentini!» esclamò il sergente. «Come, Visentini?… Che ti salta?»
«L’ha minga vist? El Visentini el s’è movu’, l’ha miss foeura el coo!… G’han tiraa anca a lu!»
Alfani strinse il pugno ed affissò lo sguardo torvo sulla linea nemica, come cercando il punto dove poter ritorcere i colpi.
«Capoposto!» chiamò rivoltandosi. «Manda chi viene dopo.»
«Siconna squadra; nummero uno d’ ’o primmo turno!» […]

(tratto da “LA PAURA” di Federico de Roberto)

#‎ticuntu‬… a me matri

I quattro elementi, l’aria, la terra, il fuoco e l’acqua, in Sicilia si manifestano con particolare forza e bellezza. Da sempre questi elementi, mutati in temperamento, vivono in un’unica figura: la Madre. Ed è da questa origine della vita che ogni siciliano, quasi con ritualità, cerca ogni momento per decantare questa sacra figura di donna depurata da ogni male e venerata come una dea: la madre terra.

LETTERA ALLA MADRE – Salvatore Quasimodo

«Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo.» – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. –
«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance,
alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater.»

A ME MATRI – Nino Martoglio

Mamma, mammuzza, si ‘n’avissi a tia,
ju ‘ntra ‘stu munnu, mi sintissi persu;
ti vogghiu beni chiù di l’Universu,
chiù di la vista e chiù di l’arma mia.
Si lu me’ sensu ancora non s’ha’ persu,
lu vidi, mamma, è pirchì pensu a tia:
a tia ca si’ la megghiu puisia;
e di la puisia lu megghiu versu!
Oggi ricurri ancora la to’ festa
ed ju, chi non mi scordu la iurnata,
t’offru l’umili miu, solitu cantu.
Tu dùnami la solita vasata,
e po’ fammi durmiri ccu la testa
supra lu pettu to’ amurusu e santu!

LETTERA ALLA MADRE – Giovanni Verga 2 luglio 1869

[…] Mia cara madre, ti confesso che io sono felice di poterti scriverti tutto questo perché mi pare che i sacrifici che avete fatto per me, e quello più grande di aver tu sofferto per la mia lontananza, dovranno presto o tardi esser compensati largamente, che io potrò percorrere con onore questa bella carriera ch’è la mia passione e che voi possiate esser contenti di me. Io lo spero adesso, poiché ho delle prove che in me c’è qualche cosa che può garantirmi un buon successo che forse non sarà tutto tempo perduto . Io spero che quando mi riabbraccerete in settembre avrò un altro titolo alla vostra stima e al vostro affetto. In quanto a me vi assicuro che non mi risparmierò il lavoro per raggiungere la meta. […]

LETTERA ALLA MADRE – Federico De Roberto Roma 20 febbraio 1910

Mia cara Mamma,
Questa è la terza lettera che io ti scrivo, domani farà una settimana che partii, e ancora sono senza tue notizie. Sarei stato molto inquieto, e ti avrei già telegrafato, se l’altro ieri non avessi ricevuto un Corriere di Catania: la sola cosa che ho finora qui ricevuta. Ho dunque la quasi certezza che il tuo silenzio non dipende da ragioni incresciose, anzi che tu mi devi aver scritto e che la tua lettera dev’essere andata smarrita – non per difetto di indirizzo ma per colpa della posta. Ad ogni modo, sono dolente di non saper nulla di voi, e nulla ti dirò di me finchè non avrò ricevuto una tua lettera. Spero vivamente di poterla avere oggi stesso […]

Tratto da “FIMMINI DI SICILIA” di Davide A.S. GULLOTTA

Me matri è greca…anzi araba…me matri è catalana, aragonese, normanna… me matri è angioina, romana, turca… me matri è francisa, inglisa, borbonica, taliana… me matri è… FIMMINA DI SICILIA…
A matri cca s’adduma di spiranza po’ figghiu ‘namuratu
Cca s’allea cò so duluri po’ so’ tradimentu svinturatu
Idda ‘nu avi denza, ‘nu avi paci, pinseri pigghia
Ppi ddu figghiu unicu masculu di famigghia.
[…]

#ticuntu… Buon Natale di Luigi Pirandello

Sogno di Natale
Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo,
lassù; innanzi a un Presepe,
laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena;
eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori…
E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte.
E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo: Buon Natale.

#ticuntu…. Il vate di Catania

Mario Rapisardi (25 febbraio 1844, Catania – 4 gennaio 1912)
Da ragazzo, ebbe come istitutori due preti ed un frate: i primi due gli insegnarono «grammatica, retorica e lingua latina»; il terzo «un intruglio psicontologico che egli gabellava per filosofia». Fece, per contentare suo padre, il solito corso di giurisprudenza; ma non volle mai prendere la laurea né in quella né in nessun’altra facoltà. «Di notevole non c’è nulla nella mia vita» scrisse, «se non forse questo, che, bene o male, mi son formato da me, distruggendo la meschina e falsa istruzione ed educazione ricevuta, e istruendomi ed educandomi da me, a modo mio, fuori di qualunque scuola, estraneo a qualunque setta, sdegnoso di sistemi e di pregiudizi». Cominciò la sua poetica con una ode a sant’Agata, alla quale il Rapisardi quattordicenne, sotto il regime borbonico, osava raccomandare la libertà della patria. Morì nel 1912 a Catania: al suo funerale parteciparono oltre 150.000 persone, con rappresentanze ufficiali che giunsero addirittura da Tunisi. Catania tenne il lutto per tre giorni. Nonostante questo, a causa del veto opposto dalle autorità ecclesiastiche, la sua salma rimase insepolta per quasi dieci anni in un magazzino del cimitero comunale.

#ticuntu… la festa dei morti di Giovanni Verga

Nella collina solitaria, irta di croci sull’occidente imporporato, dove non odesi mai canto di vendemmia, né belato d’armenti, c’è un’ora di festa, quando l’autunno muore sulle aiuole infiorate, e i funebri rintocchi che commemorano i defunti dileguano verso il sole che tramonta. Allora la folla si riversa chiassosa nei viali ombreggiati di cipressi, e gli amanti si cercano dietro le tombe.
Ma laggiù, nella riviera nera dove termina la città, c’era una chiesuola abbandonata, che racchiudeva altre tombe, sulle quali nessuno andava a deporre dei fiori. Solo un istante i vetri della sua finestra s’accendevano al tramonto, quasi un faro pei naviganti, mentre la notte sorgeva dal precipizio, e la chiesuola era ancora bianca nell’azzurro, appollaiata come un gabbiano in cima allo scoglio altissimo che scendeva a picco sino al mare. Ai suoi piedi, nell’abisso già nero, sprofondavasi una caverna sotterranea, battuta dalle onde, piena di rumori e di bagliori sinistri, di cui il riflusso spalancava la bocca orlata di spuma nelle tenebre.Narrava la leggenda che la caverna sotterranea, per un passaggio misterioso, fosse in comunicazione colla sepoltura della chiesetta soprastante; e che ogni anno, il dì dei Morti – nell’ora in cui le mamme vanno in punta di piedi a mettere dolci e giocattoli nelle piccole scarpe dei loro bimbi, e questi sognano lunghe file di fantasmi bianchi carichi di regali lucenti, e le ragazze provano sorridendo dinanzi allo specchio gli orecchini o lo spillone che il fidanzato ha mandato in dono per i morti – un prete sepolto da cent’anni nella chiesuola abbandonata, si levasse dal cataletto, colla stola indosso, insieme a tutti gli altri che dormivano al pari di lui nella medesima sepoltura, colle mani pallide in croce, e scendessero a convito nella caverna sottostante, che chiamavasi per ciò «la Camera del Prete». Dal largo, verso Agnone, i naviganti s’additavano l’illuminazione paurosa del festino, come una luna rossa sorgente dalla tetra riviera.Tutto l’anno, i pescatori che stavano di giorno al sole sugli scogli circostanti, colla lenza in mano, non vedevano altro che lo spumeggiare della marea, quando s’internava muggendo nella «Camera del Prete», e il chiarore verdognolo che ne usciva colla risacca; ma non osavano gettarvi l’amo. Un palombaro che s’era arrischiato a penetrarvi, nuotando sott’acqua, uno che non badava né a Dio né al diavolo, pel bisogno che lo stringeva alla gola, e i figliuoli che aspettavano il pane, aveva visto il chiarore ch’era lì dentro, azzurro e ondeggiante al pari di quei fuochi che s’accendono da sé nei cimiteri, il pietrone liscio e piatto, come una gigantesca tavola da pranzo, e i sedili di sasso tutt’intorno, rosi dall’acqua, e bianchi quali ossa al sole. L’onda che s’ingolfava gorgogliando nella caverna, scorreva lenta e livida nell’ombra, e non tornava mai indietro; come non tornò più quel poveretto che s’era strascinato via. L’estate, nell’ora in cui ogni piccola insenatura della riva risonava della gazzarra dei bagnanti, l’onda calma scintillava, rotta dalle braccia di qualche ragazzo che nuotava verso le sottane bianche, formicolanti come fantasmi sulla spiaggia. – Così quel prete, un sant’uomo, aveva perso l’anima e la ragione dietro i fantasmi delle terrene voluttà, il giorno in cui Lei – la tentazione – era venuta a confessargli il suo peccato, nella chiesetta solitaria ridente al sole di Pasqua, col seno ansante e il capo chino, su cui il riflesso dei vetri scintillanti accendeva delle fiamme impure. Da cent’anni le sue ossa, consunte dal peccato, posavano nella fossa, stringendosi sul petto la stola maculata. Ivi non giungevano gli strilli provocanti delle ragazze sorprese nel bagno, né il canto bramoso dei giovani, né le querele delle lavandaie, né il pianto dei fanciulli abbandonati. La luna vi entrava tacita dallo spiraglio aperto nella roccia, e andava a posarsi, uno dopo l’altro, su tutti quei cadaveri stesi in fila nei cataletti, sino in fondo al sotterraneo tenebroso, dove faceva apparire per un istante delle figure strane. L’alba vi cresceva in un chiarore smorto, che al fuggire delle ombre sembrava far correre un ghigno sinistro sulle mascelle sdentate. Il giorno lungo della canicola indugiava sotto le arcate verdognole, con un brulichìo furtivo di esseri immondi in mezzo all’immobilità di quei cadaveri.Erano defunti d’ogni età e d’ogni sesso: guance ancora azzurrognole, come se fossero state rase ieri l’ultima volta, e bianche forme verginali coperte di fiori; mummie irrigidite nei guardinfanti rigonfi, e toghe corrose che scoprivano tibie nerastre. Dallo spiraglio aperto nell’azzurro entravano egualmente il soffio caldo dello scirocco, e i gelati aquiloni che facevano svolazzare come farfalle di bruchi le trine polverose e i riccioloni cadenti dai crani gialli. I fiori, già secchi di lagrime, si agitavano pel sotterraneo, come vivi, e andavano a posarsi su altre labbra rose dal tempo; e appena il vento sollevava i funebri lenzuoli, stesi da mani smarrite d’angoscia su caste membra amate, occhi inquieti di rettili immondi guardavano furtivi nelle ossa nude.Poscia, nell’ore in cui il sole moriva sull’orlo frastagliato dello spiraglio, il ghigno schernitore di tutte le cose umane sembrava allargarsi sui teschi camusi, e le occhiaie vuote farsi più nere e profonde, quasi il dito della morte vi avesse scavato fino alla sorgente delle lagrime. Là non giungeva nemmeno il mormorio delle preci recitate all’altare in suffragio dei defunti che dormivano sotto il pavimento della chiesuola, e i singhiozzi dei parenti non passavano il marmo della lapide. Le raffiche delle notti di fortuna scorrevano gemendo sulla casa dei morti, senza lasciarvi un pensiero per coloro che in quell’ora erravano laggiù, pel mare tempestoso, coi capelli irti d’orrore al sibilo del vento nel sartiame; né un senso di pietà per le povere donne che aspettavano sulla riva, sferzate dal vento e dalla pioggia; né un ricordo delle lagrime che videro forse, nell’ora torbida dell’agonia, e che bagnarono quegli stessi fiori che adesso vanno da una bara all’altra, come li porta il vento. – Così le lagrime si asciugarono dietro il loro funebre convoglio; e le mani convulse che composero nella bara le loro spoglie, si stesero ad altre carezze; e le bocche che pareva non dovessero accostarsi ad altri baci, insegnano ora sorridendo a balbettare i loro nomi ai bimbi inginocchiati ai piedi dello stesso letto, colle piccole mani in croce, perché i buoni morti lascino dei buoni regali ai loro piccoli parenti che non conobbero. – Tanto tempo è passato, insieme alle bufere della notte, e al soffio d’aprile, colle ore che suonano uniformi e impassibili anch’esse sul campanile della chiesuola, sino a quella del convito!A quell’ora tutti gli scheletri si levano ad uno ad uno dalle bare tarlate, coi legacci cascanti sulle tibie spolpate, colla polvere del sepolcro nelle orbite vuote, e scendono in silenzio nella «Camera del Prete», recando nelle falangi scricchiolanti le ghirlande avvizzite, col ghigno beffardo di tutte le cose umane nelle bocche sdentate.Più nulla! più nulla! – Né la tua treccia bionda, che ti cade dal cranio nudo. – Né i tuoi occhi bramosi, pei quali egli sfidò il disonore e la morte, onde portarti il bacio delle labbra che non ha più. Ti rammenti, i baci insaziati che dovevano durare eterni? – E neppure i morsi acuti della gelosia, il delirio sanguinoso che mise in mano a quell’altro l’arma omicida. – Né le lagrime che si piangevano attorno a quel letto, e quel morente voleva stamparsi negli occhi dilatati dall’agonia. – Né le ansie delle notti vegliate in quella stanza già funebre, in quell’attesa già disperata. – Né le carezze con cui il caro bimbo pagava il latte di quel seno e i dolori di quella maternità. – E neppure le lotte in cui l’uno si è logorato. – Né le speranze che hanno accompagnato l’altro sin là. – Né i fiori del campo per cui si è tanto sudato. – Né i libri sui quali si è vissuto tanta e tanta vita. – Né la bestemmia del marinaio che stringe ancora le alghe secche nelle falangi contratte. – Né la preghiera del prete che implora il perdono dei falli umani. – E non l’azzurro profondo del cielo tempestato di stelle; né il tenebrore vivente del mare che batte allo scoglio. – L’onda che s’ingolfa gorgogliando nella caverna sotterranea, e scorre lenta e livida sulla «Tavola del Prete» si porta via per sempre le briciole del convito, e la memoria di ogni cosa.Ora nel costruire la diga del molo nuovo, hanno demolito la chiesuola e scoperchiano la sepoltura. La macchina a vapore vi fuma tutto il giorno nel cielo azzurro e limpido, e l’argano vi geme in mezzo al baccano degli operai. Quando rimossero l’enorme pietrone posato a piatto sul piedistallo di roccia come una tavola da pranzo, un gran numero di granchi ne scappò via, e quanti conoscevano la leggenda, andarono narrando che avevano visto lo spirito del palombaro ivi trattenuto dall’incantesimo. Il mare spumeggiante sotto la catena dell’argano tornò a distendersi calmo e color del cielo, e scancellò per sempre la leggenda della «Camera del Prete».Nel raccogliere le ossa del sepolcreto per portarle al cimitero, fu una lunga processione di curiosi, perché frugando fra quegli avanzi, avevano trovato una carta che parlava di denari, e molti pretendevano di essere gli eredi. Infine, non potendo altro, ne cavarono tre numeri pel lotto. Tutti li giocarono, ma nessuno ci prese un soldo.

Giovanni Verga a 27 anni

#ticuntu… il fotografo dei nudi nell’ottocento

Oggi vorrei soffermarmi su un personaggio, non siciliano, non italiano, che ha dato lustro al turismo in Sicilia e secondo alcuni storici, data la sua ricchezza, procurò una considerevole scossa all’economia locale di questa povera zona d’Italia. Mi riferisco al barone Wilhelm von Gloeden nato a Wismar il 16 settembre 1856 e morto a Taormina il 16 febbraio 1931. Noto soprattutto per i suoi studi di nudo maschile in ambiente pastorale di ragazzi siciliani, che fotografava assieme ad anfore o costumi ispirati all’antica Grecia, per suggerire una collocazione idilliaca nell’antichità che rimanda all’Arcadia. Si trattava tuttavia di una messa in scena pretestuosamente arcadica volta a mascherare il fine ultimo di tali immagini: stimolare le fantasie sessuali di tipo omoerotico di facoltosi turisti stranieri in visita in Italia. Il suo lavoro è notevole per il suo uso sapiente e controllato dell’illuminazione, così come per l’elegante messa in posa dei suoi modelli. Alla perfezione artistica dei suoi lavori contribuirono anche l’uso innovativo dei filtri fotografici e di lozioni per la pelle di sua invenzione, una miscela di latte, olio d’oliva e glicerina per mascherare le imperfezioni della pelle. Laureato in storia dell’arte all’Università di Rostock (1876), proseguì in pittura alla Grossherzoglich-Sächsische Kunstschule Weimar (1876–1877), scuola d’arte esistita dal 1860 al 1910. Sofferente di tubercolosi, si trasferì nell’Italia del sud, prima a Napoli e subito dopo a Taormina nel 1878. Dimorò presso l’Hotel Vittoria, prima di acquistare una casa in piazza San Domenico. A parte il periodo 1915-18, quando fu costretto a lasciare il paese per evitare la carcerazione in quanto straniero indesiderato a causa della prima guerra mondiale, visse e rimase sempre a Taormina fino alla morte. Gli scatti prodotti durante la più che ventennale carriera del barone, dopo la sua morte l’unica erede li donò a colui che era stato per molti anni il suo assistente e tuttofare Pancrazio Buciunì, anche noto come il Moro (‘u Moru) per la sua pelle scura del tutto simile a quella di un arabo nordafricano. Buciunì, che era stato amico di Gloeden fin da quando aveva quattordici anni, proseguì, sia pure in tono drasticamente minore, l’attività del maestro, limitandosi a ristampare e vendere le immagini da lui scattate, aggiungendo nuovi scatti che egli stesso dichiarò essere di qualità inferiore. Nel 1933 almeno mille negativi su vetro provenienti dalla collezione ereditata da Buciuni assieme a duemila stampe furono confiscate dalla polizia fascista e, con l’accusa che costituivano pornografia vennero distrutte; un altro migliaio di negativi sono stati distrutti nel 1936 e lo stesso Buciuni processato nel 1939-41 a Messina finendo assolto. Buciunì continuò a ristampare dalle negative originali superstiti fino ad almeno gli anni Sessanta. Le maggior parte delle immagini superstiti, tra lastre negative e stampe, sono oggi conservate dalla fondazione Alinari di Firenze, che commercializza per i collezionisti ristampe tirate coi metodi originali dell’epoca di Gloeden.
Von Gloeden, che fu un professionista della fotografia, realizzò diversi tipi d’immagini per accontentare diverse richieste del mercato: dal paesaggio taorminese e siciliano, alle foto di monumenti artistici, a quelle di personaggi (contadini, pastori e pescatori in costume folkloristico (queste prime tre categorie ebbero un ottimo veicolo di diffusione nella cartolina turistica, e contribuirono alla fama di Taormina), al reportage come gli effetti del catastrofico terremoto di Messina del 1908, fino alle immagini classicheggianti e a quelle di nudo, soprattutto maschile. I modelli erano generalmente immortalati o nel giardino di casa, oppure sulle antiche ovine locali o sul monte Ziretto (600m circa), situato all’incirca a due km a nord di Taormina e famoso durante l’antichità per le sue cave di marmo rosso. Egli scrisse nel 1898: “le forme greche fanno appello a me, come i discendenti bronzei degli antichi elleni; ho cercato di resuscitare l’antica vita classica nella fotografia”.

Wilhelm von Gloeden

Abitazione p.zza S.Domenico 1 Taormina

Buciunì Pancrazio(1879-1963- foto G. Dall’Orto

Terremoto Messina 1908

Ritratto di ragazza

Bucionì giovane

Caino

Anziani di Taormina

#ticuntu… il Cigno Bellini

Il 23 settembre 1835 e precisamente 179 anni fa moriva a Puteaux, Francia, il grande compositore Vincenzo Bellini, catanese di nascita. Vorrei rievocare quell’anno e tutte le iniziative fatte in occasione della sua morte raccolte da documenti originali dell’epoca.
Alle ore 5 della sera muore a Puteaux Vincenzo Bellini. Al grande Catanese si rendono funebri onori a Parigi il 3 ottobre 1835 nella chiesa degli Invalidi: la gente intervenuta alla commovente funzione era numerosissima, i primi professori di musica della capitale v’intervennero. La messa fu eseguita con una precisione ammirabile; l’orchestra era guidata dal sig. Habeneck. Il Dies irae e il De Profundis furono eseguiti in falso bordone. Questi terribili e solenni cantici, detti con un complesso di voci con un insieme senz’esempio, hanno prodotto un’impressione profonda. Venne pure eseguito un Kyrie eleyson e un Pieu Jesu di Panseron, non meno che un Lacrymosa ridotto a quattro voci sopra il tema de’ Puritani :”Credea la misera”, cantato a quattro voci da Rubini, Lablache, Tarmburrini e Ivanoff. Nel trasporto del feretro dalla chiesa degli Invalidi al cimitero del Père-Lachaisc, reggono i cordoni Rossini, Cherubini, Paer e Carafa. Sulla tomba parlano Paer, Furnari, e il prof. Orioli che commuove tutti. Cherubini, sorretto da Auber e Halévy, piangendo , getta sulla fossa il primo pugno di terra. Al Pere-Lachaise , per pubblica sottoscrizione iniziata dal gran Pesarese , gli si eleva un monumento , disegnato, dall’ architetto francese Abele Blenat ed eseguito in marmo dallo scultore italiano Carlo Marocchetti. Si rendono funebri onoranze al sommo Maestro nelle principali città d’Italia.
1 Novembre 1835— Morto Vincenzo Bellini, il Decurionato catanese delibera di trasportare in patria le ceneri dell’ illustre musicista e di erigere un monumento al grande Cittadino, invitando tutte le città consorelle a concorrere all’ opera patriottica. Palermo e Messina vi si associano ; ma il governo borbonico, che in qualunque onesta aspirazione cittadina trova segni di aperta ribellione, si oppone e tutto finisce lì.
17 dicembre1835 — In Catania si celebrano nel gran tempio dì S. Niccolò l’Arena solenni funerali al sommo Catanese. Il tempio, nel cui centro sorge un maestoso catafalco, diretto dal valente pittore Giuseppe Rapisardi, è parato elegantemente a lutto. Le iscrizioni sono dettate dal giovane letterato , martire della libertà italiana, Salvatore Barbagallo Pitta. Per la mesta cerimonia scrive una stupenda messa di requie il dotto maestro di musica Salvatore Pappalardo.
18 dicembre 1835 — Al teatro Comunale si rappresenta la Norma, e uomini e donne, aristocratici e plebei accorrono vestiti a lutto. Nell’intermezzo tra il primo e il secondo atto, sulla scena, trasformata in cimitero d’ illustri catanesi emerge il monumento del Bellini con l’ iscrizione :
A
VINCENZO BELLINI CATANESE
CON LE SUE DOLCI ARMONIE
DE’ POPOLI INCIVILITI
DELIZIA
DEGL’ INFELICI ITALIANI
DEL SECOLO XIX
CONSOLATORE
LA PACE DE’ BUONI
La prima donna, rappresentando Catania, incorona di alloro il busto dell’ illustre concittadino.

Vincenzo Bellini

La tomba “abbandonata” francese

Tomba in Cattedrale a Catania

#ticuntu… 2 settembre 1840 nasciu Giuvannino Verga

I Verga Catalano erano una tipica famiglia di “galantuomini” ovvero di nobili di provincia con scarse risorse finanziarie, ma costretti a ben comparire data la posizione sociale. Insomma, il perfetto ritratto di una tipica famiglia uscita dai romanzi di Verga. Nella agiata famiglia Verga, come in quelle dello stesso ceto all’epoca, vigeva l’uso del maggiorasco per garantire l’integrità del patrimonio familiare con l’inevitabile corollario della monacazione forzata, riservata alle figlie che non potevano avere una dote sufficiente a maritarsi. Il rituale della monacazione, pressoché invariato dal Seicento, rappresentava una trasposizione mistica dello sposalizio con velo, anello e corona quali segni di conservazione della verginità e di fedeltà a Dio.
Non manca al quadro la lite con i parenti ricchi: le zie zitelle, le avarissime “mummie” e lo zio Salvatore che, in virtù del maggiorascato, aveva avuto in eredità tutto il patrimonio, a patto che restasse celibe, per amministrarlo in favore anche dei fratelli. Le controversie si composero probabilmente negli anni Quaranta e i rapporti familiari furono in seguito buoni come rivelano le lettere dello scrittore e la conclusione di un matrimonio in famiglia tra Mario, il fratello di Giovanni detto Maro, e Lidda, figlia naturale di don Salvatore e di una contadina di Tèbidi.

#ticuntu… i lupini di Padron ‘Ntoni

…Padron ‘Ntoni adunque, per menare avanti la barca, aveva combinato con lo zio Crocifisso Campana di legno un negozio di certi lupini da comprare a credenza per venderli a Riposto, dove compare Cinghialenta aveva detto che c’era un bastimento di Trieste a pigliar carico. Veramente i lupini erano un po’ avariati; ma non ce n’erano altri a Trezza, e quel furbaccio di Campana di legno sapea pure che la Provvidenza se la mangiava inutilmente il sole e l’acqua, dov’era ammarrata sotto il lavatoio, senza far nulla; perciò si ostinava a fare il minchione. — Eh? non vi conviene? lasciateli! Ma un centesimo di meno non posso, in coscienza! che l’anima ho da darla a Dio! — e dimenava il capo che pareva una campana senza batacchio davvero. Questo discorso avveniva sulla porta della chiesa dell’Ognina, la prima domenica di settembre, che era stata la festa della Madonna, con gran concorso di tutti i paesi vicini; e c’era anche compare Agostino Piedipapera, il quale colle sue barzellette riuscì a farli mettere d’accordo sulle due onze e dieci a salma, da pagarsi «col violino» a tanto il mese. Allo zio Crocifisso gli finiva sempre così, che gli facevano chinare il capo per forza, come Peppinino, perché aveva il maledetto vizio di non sapere dir di no. — Già! voi non sapete dir di no, quando vi conviene, sghignazzava Piedipapera. Voi siete come le… e disse come.
Allorché la Longa seppe del negozio dei lupini, dopo cena, mentre si chiacchierava coi gomiti sulla tovaglia, rimase a bocca aperta; come se quella grossa somma di quarant’onze se la sentisse sullo stomaco. Ma le donne hanno il cuore piccino, e padron ‘Ntoni dovette spiegarle che se il negozio andava bene c’era del pane per l’inverno, e gli orecchini per Mena, e Bastiano avrebbe potuto andare e venire in una settimana da Riposto, con Menico della Locca. Bastiano intanto smoccolava la candela senza dir nulla. Così fu risoluto il negozio dei lupini, e il viaggio della Provvidenza che era la più vecchia delle barche del villaggio, ma aveva il nome di buon augurio. Maruzza se ne sentiva sempre il cuore nero, ma non apriva bocca, perché non era affar suo, e si affaccendava zitta zitta a mettere in ordine la barca e ogni cosa pel viaggio, il pane fresco, l’orciolino coll’olio, le cipolle, il cappotto foderato di pelle, sotto la pedagna e nella scaffetta… (I MALAVOGLIA- Giovanni Verga)

U luppinaru è un venditore di lupini. Il mestiere di luppinaru era diffuso in Sicilia fino la fine del XX secolo.
Detta figura era molto caratteristica al punto che gli uomini che svolgevano questo mestiere spesso tramandavano il pecco ai figli e nipoti.

U luppinaru

Museo Casa del Nespolo – Acitrezza (CT)