#ticuntu… Epifania tutte le feste porta via!

Epifania! In fondo questa giornata mi ha sempre messo tanta tristezza! E’ come le domeniche quando si pensa subito al lunedì. Sin da piccolo il mio primo pensiero è stato quello di spostare i re magi davanti la grotta… per poche ore, prima di “scunzari”. Per parecchi anni ho anch’io usufruito dei regali della Befana. Mio padre, maresciallo dell’Aeronautica, mi portava nel vecchio aeroporto di Fontanarossa a ricevere i regali, per i figli dei militari, che si consegnavano all’interno del Cinema. Essendo regali a sorteggio, per due anni consecutivi ricevetti sempre lo stesso fucile! Ma un anno, credo l’ultimo, ebbi un bellissimo trenino elettrico che viaggiò in circolo per parecchi chilometri e con esso anche la mia fanciullezza!
Epifania detta dei Tri Re, è giorno ultimo natalizio e primo carnevalesco. Il termine deriva dal greco “Epifaneia” che vuol dire “manifestazione” e che si ricollega alla manifestazione di Nostro Signore ai Re Magi, giunti dopo un lungo viaggio al suo cospetto. Per questo motivo si usa il giorno dell’Epifania avvicinare, nel presepe, i Re Magi al Bambinello. Di solito questa festa è stata personificata da una donna che, secondo le tradizioni orali, fu invitata dai pastori a seguirli. Lei pare abbia rifiutato di andare a trovare Gesù Bambino insieme a loro, ripromettendosi di recarvisi il giorno dopo, quando però, non trovò più nessuno. La Befana in Sicilia è la Vecchia, la Vecchia strina o Vecchia di Natali. Si festeggia in moltissime località nelle notti del 24 e del 31 dicembre e naturalmente il 6 gennaio – oltre che nel periodo di Carnevale, quando assume la denominazione di Nanna-. Distribuisce cibi e dolci a chi la invoca, e porta anche strenne. Spesso è accompagnata da cortei chiassosi di ragazzi che rappresentano i figli della vecchia, i cosiddetti figghi da Strina. Talvolta il chiasso si trasforma in vere e proprie strofe che vengono intonate dai ragazzini per ottenere più generose elargizioni. Il tema della questua infatti è ricorrente nelle festività legate alla befana, divenendo occasione per racimolare cibarie recandosi porta a porta. E’ interessante sapere che la festa della vecchia, è stata accostata anche alla giornata relativa alla “festa dei morti”.
E concludo con una frase che diceva sempre mia madre quando iniziavano i miei mal di pancia dovuti a due aspetti: aver mangiato abbondantemente e pensare di riprendere la scuola. Ella diceva “Epifania tutte le feste porta via”… che magra consolazione Mamma!

#ticuntu… Buon anno cu Sciancatellu!

Che bei tempi quando ero bambino e non vedevo l’ora di scendere sotto casa per incontrarmi con i monelli del quartiere e fare baldoria a giocare correndo ed assaporando quella bella libertà. Allora non c’erano internet, WII, playstation, l’unico divertimento era il contatto con gli altri. Si parlava, si rideva, si raccontavano storie fantastiche e poi… poi c’era il contatto con l’altro sesso. “Masculi cu masculi e fimmini cu fimmini”, ed allora si creavano due fazioni che per esigenze ormonali si univano sempre più, fino a diventare un gruppo unico! Ricordo un gioco che accomunava i due sessi: “U sciancatello”! Esistevano diverse varianti ma lo scopo era sempre quello: divertirsi. La versione che riporto adesso è quella tratta dai libri antichi dell’ottocento, ma ogni ruolo con gli anni è mutato.
“U Sciancatellu: da sei ad otto giocatori si contano. Il primo è re, il secondo rìgina, il terzo ministru, il quarto cammareri, il quinto cocu e cosi via via fino all’ottavo, che è famigghiu. Distribuiti gli uffici, si collocano sul terreno a distanze eguali , trasversalmente, sei otto mazzettine in modo da fare sei, o più scompartimenti non chiusi allo esterno. Reggendosi sopra un piede il re attraversa questi spazi e va ad uscire dall’ultimo; passa allo stesso modo la rigìna, e successivamente il ministru, il cammareri, il cocu ecc. Colui che tocca col piede la mazza, falla e resta per famigghiu, il quale, se altri a fine di partita avrà fallato, dovrà per penitenza ‘mmuttari tutti. La ‘mmuttata è questa : Il vincitore armato d’ un bastoncino manda quanto più lontano può un’altra mazzettina che tiene con la mano sinistra; e il famigghiu deve caricarselo ‘n coddu ciareddu, cioè a cavalluccio , e portarlo fin dove la mazzettina s’è fermata. Cosi la regina, il ministro e il resto della corte. “
Noi si giocava con altri ruoli ma il senso era quello di divertirsi con la penitenza e ridere spensierati! Ora con questi miei ricordi vorrei poter fare un salterello portando con me in groppa il 2014 , abbandonarlo al traguardo e saltare oltre per accogliere il nuovo anno. Auguri amici, buon anno e a presto con altre notizie!
La redazione TI CUNTU

#ticuntu… lu Varveri dutturi

In Sicilia il salasso era sempre operato dal barbiere e non mai dal chirurgo o dal medico. Dice il proverbio: Ogni varveri sagna: ed il barbiere è cercato e consultato non solo, pei salassi, non solo per le medicature più comuni, ma anche per l’apertura di qualche ascesso , per le lussazioni , per le fratture, per le ferite e soprattutto per le malattie veneree o, più propriamente dette, sifilitiche (mali francisi). I vecchi barbieri tenevano ancora innanzi alle loro botteghe vasi di asparagi, la figura di un uomo ignudo, dalle cui vene zampillava sangue in varie direzioni , e filze di grossi denti molari : tre emblemi delle loro facoltà ed uffici. Il barbiere faceva anche il medico, e per lo più di quelle malattie che il medico era spesso impotente a guarire: p. e., della difterite. È incredibile la fiducia che il barbiere godeva anche nelle grandi città, e la posa che pigliava nel tastare il polso, nel toccare la lingua degli infermi, nell’ ordinare medicine. Egli sapendo appena scrìvere, o non sapendo scrivere affatto, dettava la sua prescrizione, che era una formola delle più comuni, e la mandava allo speziale del rione o del vicinato, il quale senz’altro la spediva.

Salazzo:
L’operazione era sempre affidata al barbiere; il quale quando sì trattava di esercitare questo ufficio non lesinava sulla quantità del sangue, né guardava a persone. La opportunità del salasso era riconosciuta a priori dal gran numero di disturbi che il più bravo medico non capisce, ma che capiscono benissimo le comari, ed a posteriori dal sangue che sprizza al momento dell’apertura della vena. Il barbiere prescriveva ed eseguiva. Tastando con gran sicumera il polso, egli lo trovava accupatu (chiuso, piccolo, inceppato), e proclamava necessaria, urgente ‘na sbintata, cioè una cavatina di sangue. Detto, fatto: legava al di sopra della vena la chiummia (lenza del salasso), pungeva con la lanzetta , ed il sangue veniva, o non veniva. Il salasso si praticava alla mano, se si trattava di dolor di cuore; al piede , se di dolor di fianco (colica nefritica); alle spalle con le coppette scarificate, se di dolor di capo (cefalea); all’ano, con mignatte , se di emorroidi occulte o palesi, e via di questo passo.

Le Mignatte.
Dove il salasso con la lancetta non era possibile, si faceva quello delle mignatte o delle scarificazioni. Conservate in mezzo a creta entro tinozze di legno coperte e chiuse da tela tesavi a mo’ di pelle di tamburo, esse erano poste in vendita o date in affitto per mezzo di una insegna dipinta su legno rappresentante un tunisino che le raccoglieva in luoghi argillosi con grande numero di mignatte attaccate ai piedi , alle gambe, ai polpacci. Le applicava il barbiere agli uomini; la moglie del barbiere alle donne, specialmente se nelle parti basse, nel davanti o nel didietro. Se la prescrizione era di quattro, il barbiere ne attaccava 6; se di dieci, p. e., 14, 16, dicendo che se ne erano attaccate tante, ed attaccate che erano non poteva staccarle. Le piccole erano le migliori perché credute vergini di sangue; non cadevano finché non si riempivano e cadevano da sé. La sancuisuca nun cadi s’ ‘un si sazia. I morsi si lasciavano aperti per il necessario sgorgo; se un emostatico era necessario, si principiava con olio d’oliva e si finisva agli spicchi di fava cioè alla fava sbucciata ed applicata con lieve compressione sulla ferita. Ciascuna mignatta era pagata, tutto compreso, un carrinu (cent. 21 di lira nel 1867), e le mignatte si dissanguavano immergendole in un po’ di vino.

#ticuntu… tutt’a sciarra e p’a cutra

Tutta la lite è per la ‘cutra’. La ‘Cutra’ in questo caso è la copertina ornamentale che si usava mettere sopra il catafalco. Nel 600/700 il prete per sistemare la ‘cutra’ imponeva ai parenti del defunto una tassa arbitraria che spesso era causa di litigio per chi doveva pagarla; a volte la cutra veniva donata al curato per saldare il debito. Oppure un’altra ipotesi dell’origine del detto è che dopo la divisione dell’eredità di tutte le cose più grosse la lite avveniva per discutere sul possesso della ‘cutra’. Da qui l’accusa di cutrara a chi del proprio affetto mascherava solo interessi di natura economica. La ‘cutra’ è una coperta da letto pesante, spesso imbottita, anticamente chiamata cutrigghia. La cutrigghia o cuttunina era opera spesso delle suore dei vari istituti sparsi nella Sicilia, che allestivano con due facciate, di colore rosso da una parte e giallo dall’altra, ispirandosi ai colori della bandiera siciliana. Infatti il giallo, cioè il colore dell’oro, indica la preziosità incomparabile dell’Indipendenza siciliana nonché la ricchezza di grano che la terra ha; il rosso, invece, serve ad indicare il sangue che i Siciliani, con la rivoluzione del Vespro, avevano versato a favore della propria indipendenza. Un altro tipo di cutra è la Cutra Ammurgata. Essa è in genere bianca, di cotone con frange macramè o all’uncinetto, per uso festivo o per il giorno del matrimonio. Poiché nella cultura contadina serviva per abbellire il letto nuziale, veniva arricchita di motivi decorativi in rilievo, a spugna o sovrapposti. Potevano esservi intrecci geometrici di varo tipo, linee diagonali o parallele, losanghe, rombi, quadrati, decori a onde. Spesso i motivi geometrici si alternavano ad altri di carattere figurativo, fiori, pampini e grappoli d’uva, spighe, animali come pavoni, api, galli, tutti emblemi e simboli legati all’antichità. La cutra era un elemento prezioso; in genere, per i contadini era il fagotto che conteneva la roba da portare via ed essendo di vitale importanza era necessaria averla nella dote di nozze. Riporto dal Pitrè: “In Sicilia si cominciava a preoccuparsene già dal primo anno di vita della bambina. Erano le madri, le nonne, le zie, che iniziavano a scegliere accuratamente la biancheria, parte significativa della dote. Il corredo era molto importante e si richiedeva addirittura anche dalle trovatelle. Di solito una trovatella (quella più bella) faceva la parte della Madonna nella festa di S. Giuseppe e la gente le portava dei regali, usati più tardi come dote. Il corredo delle orfane veniva tutto provveduto da una sola persona che aveva fatto voto di rimanere vergine. Nella Sicilia dell’ 800 il corredo della sposa veniva considerato a pezzi e questi pezzi formavano un gruppo, p. es. quattro camicie, quattro coperte, quattro paia di calzoni ecc. Questo fatto era indispensabile per il futuro registro della dote. Un bell’ esempio della cosiddetta minuta lo troviamo nel registro del Notaio Francesco Sardofontana di Palermo: ” Una pettiglia nova color di rosa, manto e fauduglia nova, quattro camicie, due tovagli di tavola novi di Turino, quattro lenzuoli, due muti di cuscini, due matarazza di lana di Marsala, quattro fazzoletti, un paio di pendagli di diamanti e rubini, due posati d’ argento, otto sedie novi e dorati, una croce, una tavola tonda, una coppa di rame rosso, una cutunina”. Vediamo quindi che il corredo proveniva soprattutto dalla parte della donna, d’altronde un proverbio siciliano dice: ” L’omu fa la casa e no la dota “. Tuttavia qualcosa portava anche lui: ” i trespoli di ferro e le tavole da letto nella intelligenza che la sposa porterà le materasse e la biancheria “.
FONTI: Alphonse Doria in CUTRA ETIMOLOGIA SICILIANA; Casa dell’Emigrante Museo del tessuto Via G. Marconi 2, Canicattini Bagni (Sr); Pitrè in “Usi e costumi della Sicilia antica”; “Mazara forever”.

A Cuttunina

A cutra Ammurgata

Donne siciliane che lavorano al Tombolo per la preparazione del corredo

#ticuntu… Mobili Ducrot?

L’anno scorso provando “L’Arte di Giufà” mi sono imbattuto in una frase di cui non conoscevo l’origine: “… mobili Ducrot?”. Sapevo che Martoglio in questo suo lavoro ha centellinato tutte le sue conoscenze inserendole in più punti e così mi sono messo alla ricerca. Vittorio Ducrot nacque a Palermo il 3 gennaio 1867 da Victor Ducrot, ingegnere ferroviario che aveva lavorato nella costruzione del canale di Suez, e Marie Roche, trasferitesi da Malta. Morto il padre di colera a Palermo, qualche mese prima della nascita di Vittorio, la madre si risposò in seconde nozze con Carlo Golia, rappresentante a Palermo della Solei Hebert & C. di Torino, una ditta di stoffe e arredi, che nel 1895 acquisirà un emporio per la vendita e la progettazione di articoli, mobili e arredi di lusso per l’alta borghesia, denominandola C. Golia & C. Studio. Nei primi anni del Novecento Vittorio, dopo gli studi in Svizzera, ritorna a Palermo, assumendo nel 1902 la direzione del mobilificio del patrigno, ridenominandolo “Studio Ducrot”. La Sede industriale della ditta Ducrot oggi è sede dei Cantieri culturali della Zisa (quartiere di Palermo). Lo studio cominciò a ricoprire un ruolo di prestigioso atelier artigianale fino a divenire una società di produzione industriale. In questo periodo lavorò a stretto contatto con l’architetto Ernesto Basile, il pittore Ettore De Maria Bergler e altri artisti, divenendo una delle personalità di rilievo della cosmopolita e liberty Palermo del tempo ed anche un celebre ebanista e dando un nome ad un nuovo stile, Ducrot appunto.. Dello studio sono, tra gli altri, gli arredi del villino Florio, Grand hotel Villa Igiea, casa Lemos, villa dei Principi Deliella, la sede della Cassa centrale di risparmio Vittorio Emanuele per le province siciliane a Palermo, e a Roma palazzo di Montecitorio e il Gran Caffè Faraglia a piazza Venezia. Durante la prima guerra mondiale fondò la “Vittoria Aeronautica Ducrot”, insieme ai Florio, per la costruzione di idrovolanti per la Regia Marina. Nel 1936, con l’ingegner Giovanni Battista Caproni, la fuse nell’Aeronautica Sicula.

Schizzo opera di Basile. Cantieri Ducrot

#ticuntu… gli scherzi di Donnafugata

Donnafugata è un’elegante abitazione di campagna realizzata da Corrado Arezzo, Barone di Donnafugata, senatore del Regno e Sindaco di Ragusa, vissuto alla metà dell’ottocento. Secondo la leggenda la “Donna in fuga” che avrebbe dato nome alla baronia è la Regina Bianca di Navarra, vedova di Re Martino I d’Aragona che fuggì scampando dalle mire del Conte Bernardo di Cabrera che sperava di convincere la regina a prenderlo in sposo e divenire in tal modo re. Secondo alcuni studiosi il nome “Donnafugata” deriverebbe da una parola araba Ayn as Jafat (Fonte della Salute) che in siciliano divenne Ronnafuata. Oltre la bellezza del palazzo quello che sbalordisce è come il carattere scherzoso del suo proprietario, Barone Arezzo, abbia influenzato tutto il parco con degli scherzi. Il parco doveva stupire e divertire ed era perciò disseminato di “amenità”. Famoso l’automa con sembianze da monaco barbuto nascosto dentro una finta cappelletta il cui meccanismo veniva azionato salendo sull’ultimo gradino; il malcapitato si trovava stretto in un improvviso e sgradito abbraccio dell’orrido monaco. Sotto la collinetta artificiale una finta grotta era decorata con stalattiti di sughero a ricreare l’effetto di un antro buio e ospitava un automa che inghiottiva ed evacuava palline, tra spruzzi d’ acqua. Al di sopra della grotta un tempietto circolare aveva il tetto dipinto come un cielo di stelle per ospitare romantiche conversazioni su un sedile di ghisa. Vi era nel parco un labirinto realizzato con muri a secco e sorvegliato all’ingresso da un soldato di pietra; all’interno del labirinto rose rampicanti crescevano ovunque per impedire lo scavalcamento delle corsie. Nell’ emiciclo posto a nord, che ospitava un boschetto di cipressi, vi erano due finte pietre sepolcrali, che mettevano paura alle signore ospiti del Barone durante le loro passeggiate. Si narra che il Barone, in prossimità delle pietre sepolcrali, raccontasse storie orrende creando atmosfere cimiteriali. Le giovani donne prese dalla paura si abbracciavano al Barone che… le consolava volentieri. Vi erano fontane e scherzi d’acqua distribuiti nei sedili del parco dove durante la sosta nell’atto di sedersi zampillavano bagnando gli ignari visitatori. Nel parco di Donnafugata gli scherzi del Barone burlone non sono più in funzione ed ai moderni visitatori non resta che perdersi, per poi ritrovarsi, tra le corsie assolate del labirinto di pietra.

Castello Donnafugata (RG)

Interno del castello

Il Castello di notte

Il labirinto di Donnafugata

#ticuntu…il Monsù

Nel settecento la nobiltà siciliana consumava cibi preparati secondo le regole fissate dalla cucina francese del seicento. Non c’era aristocratico palermitano, con palazzo proprio, che non avesse un cuoco francese. Il monsù, idioma dialettale che indicava il cuoco, monsieur, rispetto agli sguatteri che affollavano la “sua” cucina. Ai Monsù si riconoscevano ruoli diversi che non era degli altri servitori. Ma i signori siciliani, se nei pranzi ufficiali gustavano i delicati sapori francesi, nella vita quotidiana invitavano i loro monsù a creare cibi più robusti e dai sapori più decisi. I monsù rielaborarono con l’arte raffinata di chi sa utilizzare l’alchimia dei sapori e degli odori quanto era a loro disposizione.
Alla fine del pranzo la Signora (baronessa, contessa, duchessa) ascoltati i complimenti dei commensali mandava a chiamare il monsù. Ma egli non arrivava subito, così come fanno le grandi Dame, ed attendeva la seconda chiamata. Giunto nella sala da pranzo con il capo chino, in segno di rispetto, ascoltava i complimenti dei commensali non disgiunti ad applausi. Subito dopo aver ringraziato scompariva portando con se gli echi di un successo.

Il Monsù della fine ottocento.

#ticuntu… Villa D’Ajala di Catania

Era un capolavoro dell’architettura la distrutta Villa D’Ajala (1914) in corso Italia. Era una grandiosa villa che le cronache dell’epoca la descrivevano così: (Sicilia 13/06/1914)”…edificio maestoso e grazioso insieme… un prezioso astuccio ove vibra il fascino della intellettuale contessa” d’Ajala di cui si favoleggia l’avvenenza. Opera di Paolo Lanzerotti questa meravigliosa opera andò per volontà umana completamente distrutta per costruire un enorme palazzone che si affaccia in Corso Italia, Viale Libertà e via Alberto Mario.

Villa D’Ajala a Catania nel 1914 (completamente distrutta)

L’avvenente e colta Contessa D’Ajala all’entrata della sua Villa.