Informazioni su ticuntu

Ti cuntu... na storia.../Ti racconto... una storia/Te voy a contar... una historia/I'll tell you a... story! Descrizione "Ti cuntu na storia..." era l'incipit che animava il focolare domestico. Così i più anziani davano inizio ai racconti, agli aneddoti, alle leggende. Memore di tali atmosfere magiche, Davide Gullotta e l'Herborarium di Catania è lieto di offrire una serie di incontri volti a raccontare storie, personaggi e curiosità legate alla nostra Catania. "Ti cuntu na storia..." was the beginning sentence of the stories, anecdotes and legends that the elders used to tell their family. Mindful of these magical atmospheres, Davide Gullotta, in association with the Herborarium Museum, is pleased to offer a series of meetings to talk about stories, characters and wonders related to the city of Catania. "Te voy a contar una historia..." eran las palabras iniciales que animaban las historias del hogar. Así comenzaba el más anciano las historias, las anécdotas y las leyendas. Conscientes de esta atmósfera mágica, Davide Gullotta y el Herborarium Museum de Catania se complacen en ofrecer una serie de reuniones destinadas a recordar historias, personajes y curiosidades relacionadas con nuestra Catania

#‎ticuntu‬… i Vespri siciliani

I Vespri siciliani furono una insurrezione scoppiata a Palermo il 30 marzo del 1282 all’ora del vespro del Lunedì di Pasqua, contro il malgoverno di Carlo d’Angiò.
La prima parte dei Vespri si concluse nel 1302 con la “Pace di Caltabellotta”, siglata da aragonesi e angioini, che prevedeva che la Sicilia tornasse agli Angiò alla morte di Federico III d’Aragona, il quale assunse il titolo di “re di Trinacria”.
Risulta arduo stabilire quale fu l’episodio vero e primo che scatenò la rivolta palermitana; tuttavia la tradizione popolare riconduce l’insurrezione all’episodio di un soldato francese, tale Drouet, che insieme ad altri soldati francesi arrecarono offesa ad una neo sposa, in soccorso della quale sarebbe subito intervenuto il marito. L’episodio avrebbe dunque dato inizio ad una guerra che si sarebbe conclusa definitivamente solo nel 1372, con un nuovo accordo siglato da Giovanna d’Angiò e Federico IV di Sicilia.
La rivolta, che si propagò ben presto in tutta la Sicilia, affonda le sue radici negli anni Cinquanta del Duecento: dopo la morte di Federico II di Svevia, infatti, si era venuto a creare il problema della successione al titolo imperiale e a quello siciliano; Manfredi, fratellastro di Corrado IV, erede designato da Federico II, aveva raggiunto un grande potere dopo la morte di Corrado, mettendo in allarme la curia papale, che si rivolse a Carlo d’Angiò, fratello minore di Luigi IX di Francia: nel 1266 Carlo, divenuto re di Sicilia come Carlo I d’Angiò, sconfisse a Benevento Manfredi, e due anni più tardi sconfisse anche Corradino, l’ultimo discendente degli Hohenstaufen, casata di Federico II di Svevia.
L’amministrazione angioina si era posta in continuità con quella sveva, seppure con alcune differenze: vennero introdotte alcune figure amministrative di stampo tipicamente francese e la composizione della classe dirigente (quasi unicamente formata dai connazionali di Carlo d’Angiò) favorì l’insorgere di sorprusi e di un generale malgoverno.
E’ proprio questo malcontento nei confronti dei francesi, visti come usurpatori e prepotenti, che diede inizio alla rivolta siciliana. Le città insorte si costituirono in Liberi Comuni fondati sulla partecipazione popolare; il coinvolgimento di Messina fu molto importante per garantire un futuro alla rivolta, in quanto questa città era il centro amministrativo dell’isola, sede del vicario regio e della guarnigione, oltre che polo economico e commerciale. I siciliani tuttavia non riuscirono a trovare un punto d’accordo per darsi una costituzione salda e unitaria.
Un ulteriore tradizione riferisce di un episodio avvenuto durante l’infiammarsi della rivolta: per individuare i soldati francesi in incognito, i palermitani chiesero ai sospettati di pronunciare la parola “cicero” (poiché i francesi lo pronunciavano “sisero”), e chi avesse pronunciato la parola scorrettamente sarebbe stato trucidato all’istante.
La parola d’ordine tra gli organizzatori della rivolta era “Antudo”, la cui origine è dubbia, ma che si fa tuttavia risalire alla frase “ANimus TUus DOminus” (“Il coraggio è il tuo signore”) e che divenne presto simbolo della sollevazione del Vespro.
Legata al periodo della rivolta a Catania, e legata agli avvenimenti dello scoppio dei Vespri del 30 Marzo 1282, è invece la storia di Gammazita, una fanciulla catanese bellissima e di grande virtù: si invaghì di lei un soldato francese, che venne tuttavia rifiutato dalla giovane, poiché fidanzata.
Nel giorno del suo matrimonio, Gammazita si recò al pozzo per prendere l’acqua, quando venne aggredita violentemente dal soldato francese; vistasi preclusa ogni via di scampo, la giovane preferì gettarsi nel pozzo piuttosto che cedere al disonore.
Un’altra versione della stessa leggenda pone la storia nell’anno 1278 e narra di donna Macalda Scaletta, bellissima ed orgogliosa vedova del signore di Ficara, che attirava l’attenzione di tutti i cavalieri francesi e siciliani; Macalda, tuttavia, era innamoratissima del suo giovane paggio Giordano, il quale si era tuttavia invaghito della giovane Gammazita, che aveva trovato intenta a ricamare dinanzi alla soglia della sua casa.
L’amore che Giordano provava per Gammazita destò le ire e la folle gelosia di Macalda, la quale si accordò con il francese de Saint Victor per tendere loro un tranello: egli avrebbe dovuto far capitolare Gammazita e Macalda si sarebbe concessa a lui. De Saint Victor preparò numerose imboscate, approfittando delle volte in cui Gammazita si recava al pozzo per attingere l’acqua; un giorno riuscì ad afferrare la fanciulla, ma quale tuttavia preferì buttarsi nel pozzo per difendere il suo onore.
Giordano, appreso l’accaduto, assalì il francese in preda alla disperazione, uccidendolo a pugnalate dinanzi al cadavere dell’amata.
I Vespri siciliani assunsero nel tempo un’importanza simbolica: in particolare durante il Risorgimento si guardò ai Vespri come al simbolo della cacciata dello straniero, l’emblema della lotta per l’indipendenza.

(dipinto “I Vespri siciliani” di Michele Rapisardi (1864-65)

#‎ticuntu‬… I morti di Avola

‪Alla fine degli anni Sessanta la società rurale siciliana era caratterizzata da forti squilibri sociali e da un pesante sfruttamento dei lavoratori agricoli. I contadini per diventare proprietari dei fondi loro assegnati dopo l’esproprio, dovevano pagare per trent’anni una rata mensile, che in alcuni casi si rivelò troppo onerosa. Crebbe così il divario fra imprese capitalistiche e piccole aziende e in molte aree crebbe il degrado. Nel ’68-69 le masse meridionali parteciparono alla più generale rivolta in atto in tutto il paese, che coinvolse fabbriche, scuole, campagne culminando con l’autunno caldo del 1969. Nel sud si chiedevano in particolare, oltre ad aumenti salariali, la revisione delle norme del collocamento – l’eliminazione della figura del caporale e dell’ingaggio della manodopera in piazza – e l’abolizione delle “gabbie salariali”, in virtù delle quali un lavoratore con la stessa qualifica al nord guadagnava di più che al sud. La lotta intrapresa dai lavoratori agricoli della provincia di Siracusa il 24 novembre 1968, a cui partecipano i braccianti di Avola, rivendicava l’aumento della paga giornaliera, l’eliminazione delle differenze salariali e di orario fra le due zone nelle quali era divisa la provincia, l’introduzione di una normativa atta a garantire il rispetto dei contratti, l’avvio delle commissioni paritetiche di controllo, strappate con la lotta nel 1966 ma mai messe in funzione. Gli agrari rifiutano di trattare sull’orario e le commissioni. Lo sciopero prosegue. Il prefetto di Siracusa convoca di nuovo le parti, ma per due volte gli agrari non si presentano. La tensione sale. I braccianti effettuano blocchi stradali caricati dalla polizia. Il 2 dicembre 1968 Avola partecipa in massa allo sciopero generale. I braccianti iniziano dalla notte i blocchi stradali sulla statale per Noto, gli operai sono al loro fianco. Nella mattinata arrivano donne e bambini. Intorno alle 14 il vicequestore di Siracusa, Samperisi, ordina al reparto Celere giunto da Catania di attaccare. La polizia lancia lacrimogeni, ma per effetto del vento il fumo gli torna contro. Divenuti bersaglio di una fitta sassaiola, i militi sparano sulla folla. I manifestanti pensano siano colpi a salve, finché non vedono i loro compagni cadere. Il bilancio è di due braccianti morti, Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia, e 48 feriti, di cui 5 gravi: Salvatore Agostino, detto Sebastiano, Giuseppe Buscemi, Giorgio Garofalo, Paolo Caldaretta, Antonino Gianò. Sul posto furono trovati quasi tre chili di bossoli. Verso mezzanotte il ministro dell’Interno Restivo convoca una riunione fra agrari e sindacalisti, che dura fino al giorno dopo. Il contratto viene firmato, le richieste dei braccianti sono state accolte. I fatti di Avola accelerano la formazione del nuovo governo di centrosinistra e la saldatura fra le lotte di operai e studenti. La sera del 7 dicembre all’inaugurazione della stagione lirica del Teatro della Scala, a Milano, uova e cachi sono lanciati contro le signore impellicciate. Viene alzato un cartello con su scritto: I braccianti di Avola vi augurano buon divertimento. I manifestanti tengono veloci comizi per ricordare ai poliziotti le loro origini proletarie. Nel gennaio 1969, 163 denunce si abbattono su braccianti e sindacalisti per il blocco stradale. Nel 1970 vengono spiccati 85 mandati di comparizione per i fatti del 2 dicembre e 60 per lotte precedenti. La destituzione del questore Politi servì per gettare fumo negli occhi di quanti chiedevano giustizia. Il prefetto, che aveva responsabilità maggiori, rimase al suo posto e fu promosso. Nessuno ha pagato per l’eccidio di Avola, l’inchiesta giudiziaria fu archiviata nel novembre 1970, poi arrivò l’amnistia per i lavoratori. (di Paola Staccioli )

#‎ticuntu‬… il delitto al Magistero di Catania

‪Catania, 20 ottobre 1964, ore 18: da una automobile di media cilindrata fermatasi di botto in via Ofelia, proprio davanti all’ istituto universitario di Magistero, scendono un uomo sulla quarantina e una ragazza poco più che diciottenne. Lui, magro e vestito di nero, è Gaetano Furnari, maestro elementare di Piazza Armerina, attivo comunista della zona. Lei è sua figlia Maritena, Maria Catena all’anagrafe, studentessa iscritta al primo anno di corso dello stesso Magistero. L’ uomo, seguito dalla giovane, s’ infila nel portone dell’ istituto, sale di corsa le scale ed entra nell’aula dove sta tenendo esami il professore Francesco Speranza. Gli si avvicina in silenzio, tira fuori dalla tasca una vecchia pistola e gli spara contro tutti i proiettili. Speranza muore pochi istanti dopo sotto gli occhi degli studenti. L’ omicida viene accompagnato in questura assieme a Maritena, stordita e agitatissima. Interrogato sul movente del delitto, dichiara di aver ucciso il docente perché questi gli ha sedotto la figlia, sua allieva: la stessa Maritena, infatti, poche ore prima del delitto, in un’ esplosione di rabbia, ha raccontato al padre di essere stata violentata con l’inganno dal professore di geografia (ma si scoprirà poi che non c’ è stato nessun inganno, tant’è vero che lo stesso Furnari sbotterà con amarezza: «Se l’ avessi saputo, non l’ avrei fatto!»). Ma come andarono realmente le cose? Speranza è un cinquantenne brizzolato e di bell’aspetto. Colto al punto giusto, elegante nel portamento e signorile nei modi fare. Riscuote successo con le studentesse che gli ronzano attorno compiacenti. Tra queste la bella Maritena, esuberante e smaliziata, tutta presa dalla dolce vita catanese. L’ alunna subisce il fascino del professore. Cede volentieri alle sue avance. Sale a bordo della sua Appia. E in una stanza del Paradiso dell’ Etna soddisfa le voglie del docente-dongiovanni in cambio di un trenta e lode. Col padre, taciturno e tutto d’ un pezzo, la ragazza ha poca confidenza. Anche perché Furnari è uno all’ antica, un ortodosso della morale, rigido coi figli e intransigente con sé e con gli altri. Ma è anche un uomo buono – lo dicono tutti in paese – Un insegnante equilibrato dalla condotta irreprensibile. Che però quel giorno di ottobre, di fronte alla rivelazione della figlia, perde la testa. è un animale ferito a morte che non controlla i suoi istinti. Alla fine del primo grado, dopo un estenuante dibattimento, i giudici della Corte d’ assise di Catania fanno marcia indietro. Decidono di applicare l’ articolo 587, quello del delitto d’ onore. Sarà l’ ultima volta. Il reato uscirà dal codice solo negli anni Ottanta. I giudici concedono all’ imputato tutte le attenuanti, condannandolo a due anni e undici mesi di reclusione.

#‎ticuntu‬… I mulini ad acqua delle Aci

‪Ringrazio la prof.ssa Mariella Di Mauro per avermi postato questa sua preziosa ricerca e il sito ecodelleaci.it per l’immagine allegata!
Questa breve storia parte dal territorio dell’antica Aci, il quale comprendeva, all’incirca, tutti i piccoli comuni che ne presero il nome. In questa zona, che aveva come centro la “Reitana”, settecento anni di storia hanno visto svilupparsi la via dei mulini che ha resistito al tempo, ma non alla speculazione edilizia che ebbe inizio negli anni settanta, del nostro secolo, e all’incuria di noi esseri umani. Solo un occhio attento e amante della nostra storia riuscirebbe, ancor oggi, a distinguere tracce di questi antichi mulini. Insieme a loro sono scomparsi, anche, vecchi mestieri, testimoni di tradizioni, ma, anche, di una sofferenza millenaria.
L’acqua è stata sempre sinonimo di vita e di ricchezza. Il suo controllo, in ogni parte del mondo, ha causato nei secoli contese da parte dei detentori del potere e dell’economia. Anche la nostra zona ha conosciuto lunghe dispute per il controllo delle acque.
Il nostro territorio, formato in prevalenza da terreni vulcanici, soffre, proprio per la sua struttura, della mancanza di sorgenti acquifere usufruibili, infatti, molti fiumi, per lunghi tratti, scorrono sottoterra. Nella zona a monte della Reitana, posta tra Acireale, Acicastello e Aci San Filippo, un substrato argilloso, privo della copertura lavica, permette l’affioramento di una falda acquifera che nei tempi passati si credeva fosse un ramo del famoso fiume Aci. A conseguenza di ciò, molte fonti naturali sgorgano in vari punti disseminati lungo tutto il territorio, che va dal piano Reitana , a Santa Venera (sorgente termale), fino ad arrivare a Capo Mulini, molte altre, invece, scorrono sottoterra e poi si gettano direttamente nel mare. Quest’area divenne, nel corso dei secoli, attenzionata lungamente, per svariati ed importanti utilizzi. L’acqua che fluiva nel nostro terreno, argilloso o vulcanico, si arricchiva, e si arricchisce tutt’oggi, della ricchezza delle sostanze che la nostra terra ci dona gratuitamente. Ma, oltre ad irrigare i terreni agricoli e dissetare sia gli uomini che gli animali, venne impiegata in diverse altre attività: pulitura dei panni di lino localmente prodotti, macerazione del lino e della canapa, lavorazione del riso, concia delle pelli, depurazione dei lupini, per finire, addirittura con la produzione della seta, che, a fine 400, era già diffusa in tutta la zona. Appena il bozzolo era pronto, si doveva estrarre il lungo filamento di seta ed era necessario disporre dell’acqua, indispensabile per la sua lavorazione.
Tanti, quindi, i suoi utilizzi, ma a questi dobbiamo aggiungere l’energia che dava alle macchine idrauliche, come i famosi e numerosi mulini, sparsi lungo tutto il territorio, per la produzione della farina, segherie per il taglio del legname, trappeti per la lavorazione delle canne da zucchero, paratori per la lavorazione della lana.
Si evince che in tutta la zona ferveva una incessante attività. Attorno a quell’area, infatti, ruotava un piccolo universo di attività umane, alle quali si dovevano per forza aggiungere muli che, per le “trazzere” disagiate, e sotto il sole cocente, trasportavano merci da lavorare o già lavorate. Appena arrivati a destinazione, le saie e gli abbeveratoi davano ristoro, a uomini e animali, dopo il lungo cammino, pronti, comunque, a riprenderlo non appena la merce sarebbe stata pronta. C’erano, poi, mandrie di pecore e capre, buoi e vacche che pascolavano vicino ai corsi di acqua ricchi di vegetazione. Si dovevano sentire, abbastanza spesso, le voci di giovani donne che si dirigevano verso i lavatoi con i cesti colmi di panni da lavare, accompagnate dalle anziane che oltre a chiacchierare, vigilavano severe sui loro “civettii”. Non mancavano, di tanto in tanto, uomini sul tetto armati di “scopetta” a mo’ di protezione dal pericolo delle scorribande dei turchi.
Solo quando il sole tramontava dietro l’Etna, “a muntagna”, i contadini riponevano gli attrezzi, e riprendevano la via verso casa. La rada, così animata di giorno, rimaneva sola, desolata, buia, rischiarata solo dalla luna e dal cielo stellato.
Arrivati alla seconda metà dell’800, però, si comincia ad assistere alla lenta, ma progressiva, chiusura dei mulini: il motore a vapore, di recente scoperta, aveva cominciato a soppiantare l’energia dell’acqua, in più, gli impianti molitori potevano essere posizionati il località più vicini ai centri abitati e, quindi, molto più funzionali.
Anche la molitura fu azionata da motori a vapore, prima, ed elettrici, dopo. Oggi, l’unico mulino rimasto integro, soprattutto grazie alla perseveranza del suo padrone, è il mulino “Pigno”, gli altri continuarono a funzionare fino al dopoguerra, per essere chiusi definitivamente negli anni ’50.
Oggi dei mulini ad acqua rimane poco più di una leggenda, qualche nome di luoghi di intrattenimento, e, di tanto in tanto qualche giornata culturale, guidata da qualche romantico studioso, sognatore, che, malgrado siano passati diversi secoli, continua a visitare spesso questi luoghi, cercando e trovando segni di piccole “manifestazioni edilizie” che l’occhio comune vedrebbe solamente come comuni “ciottoli”.
Mariella Di Mauro

#ticuntu… il delitto della culla

Lunedì 30 giugno del 1924. Casa rossa al n° 778 di via Messina a Catania. Alle ore 12,15 si ode un grido acuto e disperato. Era “Cicciuzzu” il figlio del cav. Ninì Amato e della sig.ra Giovanna Amato Papaleo, aveva quasi due anni. Era un bel bambino: robusto, con gli occhi neri e grandi e un volto dolce. Nella stanza del bambino era scoppiato un incendio, il piccolo era nel suo lettino avvolto dalle fiamme!! La madre, Giovanna, si gettò nel rogo, incurante delle fiamme e prese il bambino appoggiandolo sul suo letto. Nella camera bruciava tutto. Il piccolo era quasi completamente ustionato, riuscì a resistere dieci giorni e poi mori’. La polizia raccoglie dalla sedicenne bambinaia Carmela Gagliardi, affetta da ritardo mentale, l’ ammissione di essere stata lei a incendiare la culla. La vicenda però si complica come ogni storia siciliana che si rispetti. Due sorelle del cav. Ninì Amato, padre del bambino avevano sposato due fratelli che portavano un grande nome essi erano Dante e Giuseppe Majorana, illustri avvocati e zii di Ettore. Il giorno dell’incendio Ninì Amato era andato dall’avvocato per una faccenda spiacevole. Morendo, il padre aveva distribuito i suoi beni in parti differenti tra i figli maschi Ninì e Saretto e le femmine alle quali aveva assegnato la dote e basta. Le donne si erano sentire defraudate; era troppo poco in confronto all’asse ereditario, così, dopo vani tentativi per arrivare ad una più equa distribuzione delle cose, spalleggiate dai mariti, fecero causa a Ninì, esecutore testamentario. Quando nacque “Cicciuzzu” fu necessario assumere una nuova serva e si trovò una ragazza di 15 anni, Carmela Gagliardi, che poi risultò essere apatica e sonnolenta con un volto inespressivo quasi ottusa. La Gagliardi dichiarò di aver fatto ciò per istigazione del cognato suo, Saro Sciotti, che provvide pure a fornirle il liquido per infiammare la stanza. Dichiarò che l’aveva minacciata di morte se non l’avesse fatto e che ciò era voluto dal prof. Majorana, che avrebbe promesso una grossa somma, diecimila lire. Chi poteva essere il prof. Majorana? Giuseppe aveva 61 anni, insegnava economia politica all’università di Catania; viveva fuori Catania. Fabio non era professore; Ettore, 18 anni, non era ancora professore e comunque viveva a Napoli; Dante, 50 anni, insegnava diritto amministrativo all’università di Catania, era stato eletto Senatore. Il 13 maggio 1925 alle ore 10,40 il processo ha inizio davanti alla Corte d’Assise di Catania sita allora in piazza S.Francesco. Erano presenti il Cav. Carmelo Gentile ( Presidente Corte d’Assise ), l’Avv. Luigi Macchi, l’Avv. Luigi Castiglione, l’Avv. Vito Reina e l’Avv. Agatino Riolo ( coll. Legali cav. Amato), l’Avv. Albergo (difesa Sciotti), l’Avv. Albanese ( difesa Maria Pellegrino, madre di Carmela Gagliardi), il Cav. Eugenio Colonnetti ( Procuratore Generale, trasferito da Torino a Catania) e l’Avv. Alfredo De Marsico ( difesa Majorana). Si decise che Dante e Giuseppe andassero indagati. Fintanto che fu Deputato, Dante Majorana, non fu sottoposto ad alcuna indagine. Carmela allora ritrattò la sua prima deposizione e accusò l’ex cognato, sua madre e il fratello di essere stati loro a indurla a compiere il folle gesto. E finirono in carcere. Passano gli anni, il processo è riaperto e i colpevoli concordano una versione di difesa comune: loro avevano agito su mandato di Dante Majorana il quale, allo scadere del Suo mandato istituzionale e, pertanto, non più protetto dal “sistema”, venne subito arrestato. E con Lui la moglie. I due conobbero le patrie galere per lunghi tre anni finchè, a processo conclusosi nel 1932, giunse la loro piena assoluzione. Ettore scrive allo zio quasi ogni giorno e poi confida all’amico Gleb Wataghin: «Non mi fido degli avvocati, sono tutti degli idioti. Scriverò io stesso la difesa di mio zio: so che cosa è accaduto». Il caso del bambino bruciato produsse ferite permanenti in Ettore – sostiene Magueijo – la famiglia ristabilì l’onorabilità del proprio nome ma agli occhi di Ettore lo sporcò ancora di più. Ettore perse la fede nella razionalità. Nel 1933 precipitò nella follia, ed è innegabile che l’ episodio del bambino arso vivo diede un contributo decisivo al suo crollo.

Entrata della Villa Rossa – è presente il nome del bimbo bruciato

#ticuntu… Carnaluvari e Diri

L’antico carnevale di Mascalucia di M.G. Sapienza Pesce. Il periodo carnascialesco cominciava con il giovedì delle comari ed era usanza che si pranzasse insieme con i vari compari di San Giovanni ovvero i Padrini e Madrine di Battesimo dei propri figli, ed infine ecco giungere il sospirato giovedì grasso, gioia di tutti, ma specialmente dei bambini e dei macellai che in quell’occasione vendevano moltissima carne di maiale, infatti in questa giornata si è soliti preparare per menù, pasta di casa o maccheroni a cinque “purtusi” il tutto condito con abbondantissimo sugo con carne di maiale. Mangiate pantagrueliche innaffiate da litri e litri di vino della contrada “Ombra”, Dolci tipici cannoli alla ricotta (famosi i cannoli di donna Angela). Il ballo in piazza Chiesa Madre, però era quello più atteso dai giovani che dagli anziani. Le ragazze indossavano il “dominò ” per poter ballare inosservate agli sguardi dei curiosi, con i ragazzi che da tempo facevano loro l’occhiolino. Le maritate, anch’esse rese irriconoscibili dal dominò, la mascherina ed i lunghi guanti, scherzavano e ballavano con i parenti o con gli scapoli spacconi; durante le manovre la dona non doveva mai parlare, ma solo ballare e ammiccando, alla fine convinceva il Cavaliere ad invitarla da “Teresino ” o da “Caruso” e lì si facevano regalare una scatola di cioccolatini. L’euforia, i colori, i fiori, ed il ritmo che caratterizzavano il carnevale di Mascalucia, attiravano moltissimi abitanti del paesi viciniori che si lasciavano prendere dalla voglia di divertirsi e di farsi contagiare dalla sana follia di questo periodo. Altra tipica usanza, molto più antica, erano i “diri ” che venivano recitati da persone di tutte le età che giravano per le strade del paese recitando confare scherzoso rimate favolette a doppio senso. Giuseppe Pitrè così parlava di questa usanza: ” In quel vago, gentile e pittoresco comune, è costume nel Carnevale recitarsi dal popolo commedie satiriche in maschere nelle pubbliche piazze, e Sciddica-sapuni (soprannome di un Vito Mangano [1807-1870]), poeta popolare estemporaneo, le componea anno per anno… Nella Donna Natala è sceneggiato e messo in mostra il modo con cui procuratori, fattori, massari ecc. spogliano proprietari, e la moralità è evidente e profìcua „.
Eccone la licenza:
Cari Signuri, l’aviti sintutu:
Cui ‘un è fidili ni lu praticali
Arresta sbriugnatu e dibbulutu,
E di tutti si fa murmuriari.
L’ormi onestu di tutti è benvulutn,
Non c’è pirsuna chi lu pò sparrari;
Ppi mia, viva l’onuri ! e vi salutu,
Mmaliditta la robba e li dinari !
Vi sentii a tutti assai ringraziari
Di quantu onuri ca m’aviti datu;
Si c’è mancanzia, m’aviti a scusari,
La Comica ‘un l’avemu studiatu;
Nui non sintemu li genti sparrari,
Si qualchedunu si senti lagnatu;
Sti mascarati si solinu fari
Pirelli ogn’annu stu stili ci ha statu.
Carnalivari si senti lagnatu;
Ca ‘na carizza nun s’ ha vistu fari;
Sibbeni aguannu ppi tutti angustiata,
Ca tutti semu scarsi di dinari;
Oggi si mancia sasizza e stufatu,
Li maccarruni tutti v’ hati a fari,
A la fmuta poi eh’ hati manciatu,
‘N brinnisi si cci fa a Garnalivari

Mascalucia vista dalla macchina fotografica di G. Verga

#ticuntu…A la Cannilora Lu ‘nvernu è fora!

Il 2 febbraio la Chiesa cattolica celebra la presentazione al Tempio di Gesù (Lc 2,22-39), popolarmente chiamata festa della Candelora, perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo “luce per illuminare le genti”. La festa è anche detta della Purificazione di Maria, perché, secondo l’usanza ebraica, una donna era considerata impura del sangue mestruale per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi: il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù. In Sicilia fino al 1600 era d’uso per le donne recarsi in un monte per purificarsi mediante l’abluzione della rugiada recitando la seguente litania:
Jamunínni a la muntagna,
C’è Maria ca n’accumpugna :
N’accumpagna stamatìna,
Ppi cuggírinì I’acquazzina.
L’acquazzlna è ‘na spunzèra;
Binirìcítini li pinzera;
L’acquazzina è ni la menta
Binirìcítini i sintimenta :
L’acquazzina è n’ ‘ê violi,
Binirìcítini li palorí;
L’acquazzina è ni li puma,
Binirìcítini la pirsuna,
L’acquazzina è ni li satri ,
Binirìcítini, bedda Matri;
C’è Lucífru ca ni ‘ntanta,
Binirìcítini, Matri Santa,
E, dopo aver recítata la lauda, s’inginocchiavano e, dìguazzando le mani per entro all’erbe stillanti di rugiada, snocciolavano un’ave, e si segnavano in fronte col dito umido; poi un’ altra avemaria, e un segno di croce sul petto, e finalmente una terza ave, e una croce sul labbro.
Secondo l’ uso e le antiche costituzioni richiamate in vigore dal sinodo siracusano del 1651, si faceva obbligo ai parroci di comperare a loro spese, benedire e distribuire ai propri parrocchiani le candele.
La candela che veniva benedetta in Chiesa durante la funzione sacra si conservava, come le palme benedette, per devozione, e non andava accesa se non al capezzale dei moribondi.
Per questo giorno corrono parecchie credenze e tradizioni. si ritiene che se farà ‘bel tempo per la Purificazione, non tarderà molto a cader neve abbondantissima :
Quantu lu Suli di la Cannilora vidi,
Tantu pinni copri di nivi.
In altri comuni si dice che, nevichi o piova, l’inverno non durerà quind’ìnnanzi più di quaranta giorni :
A la santa Cannilora
Si cci nivica o cci chjova
Quaranta jorna cci nn’è ancora
Ed in altri, e sono i più, dicesi che l’inverno è già finito :
A la Cannilora
Lu ‘nvernu è fora ..

#ticuntu… i diavuli do Gebel

In collaborazione con partner Etnanatura approfondisci su http://www.etnanatura.it/news/?p=1512

Abbiamo il piacere e l’onore di pubblicare un intervento della professoressa Marinella Fiume tratto dal suo ultimo libro Sicilia esoterica (Newton Compton 2013). Marinella Fiume è nata a Noto (Sr), risiede a Fiumefreddo di Sicilia, cittadina di cui è stata sindaco. Laureata in Lettere classiche, insegna nei Licei. E’ presidente dell’Associazione antiracket “C. A. Dalla Chiesa”. Scrive saggi, racconti e romanzi. A nome di tutti gli amici di Etnanatura e Ti Cuntu ringraziamo la prof.ssa Fiume per la sua cortese disponibilità.

L’Etna, in dialetto siciliano, Mungibeddu, è un complesso vulcanico originatosi nel Quaternario ed ancora attivo. Il suo nome si fa risalire al greco antico Aἴτνα, che deriva dalla parola greca aitho (bruciare) o dalla parola fenicia attano (fornace), da cui il latino Aetna.
Gli Arabi la chiamavano Jabal al-burkān o Jabal Aṭma Ṣiqilliyya (“vulcano” o “montagna somma della Sicilia”), nome in seguito mutato in Mons Gibel, cioè la montagna due volte (dal latino mons “monte” e dall’arabo Jebel “monte”) proprio per indicarne la maestosità. Ma il termine Mungibeddu rimase di uso comune praticamente fino ai nostri giorni. Secondo un’altra teoria, il nome Mongibello deriverebbe da Mulciber, uno degli epiteti con cui i latini veneravano il dio Vulcano. Le popolazioni etnee chiamano l’Etna a muntagna, la montagna per antonomasia.
Un’ascesa al cratere è densa di suggestioni. Viaggiatori sulle orme dei tanti che ci precedono alla ricerca degli infiniti legami di senso tra realtà e immaginario, proprio come viandanti ci guardiamo dentro e indietro, sostiamo e ci inchiniamo a ogni piè sospinto a raccogliere e affardellare significati, echi, emozioni, immagini e parole d’altri, dei molti altri, grandi e meno grandi, scrittori del passato e del presente che nell’Etna e nei suoi luoghi si sono variamente imbattuti, subendone il fascino e immortalandoli. Perché l’Etna, il vulcano più attivo d’Europa, è un “catasto magico”, un patrimonio di archetipi, miti e leggende stratificato nei secoli su cui si fondano l’immagine simbolica e l’immaginario collettivo dei Siciliani.
I viaggiatori stranieri effettuarono l’ascesa al cratere come un viaggio iniziatico, di formazione, ma anche i boscaioli, i pastori, gli scalpellini, pur inorriditi dalla vorago profunda, la gran voragine che vomita fuoco, e dalla sterminata profondità del cratere, la profunditas incomprehensibilis, hanno dovuto imparare nei secoli a convivere con l’imprevedibile furia della Muntagna, il cui nome significa “l’ardente”.
Per gli scrittori della Grecia classica, il “mondo dei morti”, il Tartaro era situato sotto l’Etna.
Il gran mago Virgilio, nell’Eneide, rammenta Encelado che giace “dal fulmine percosso e non estinto sotto questa mole” e, quando sospira, “si scuote il monte e la Trinacria tutta”, mentre nelle Georgiche narra delle officine dei Ciclopi che si danno operosi a far saette “d’ammollato ferro al gran Tonante” e il Vulcano “delle pesanti incudini rimbomba”.
Ovidio, anche lui considerato nel Medio Evo un mago, nella cui villa a Sulmona aveva un pozzo dentro cui parlava col demonio, racconta nelle Metamorfosi di Tifeo, compagno di Encelado, che esala dalla bocca il fuoco per le caverne ed empie di pomici e di fumo il cielo intorno e tutte le campagne.
La leggenda narra che la Sicilia è sorretta dal gigante Tifeo che, volendo impadronirsi della sede celeste, fu condannato a questo supplizio: con la mano destra sorregge Peloro (Messina), con la sinistra Pachino e Lilibeo (Trapani), mentre l’Etna poggia sulle sue gambe e sulla sua testa. E, quando cerca di liberarsi dal peso delle città e delle grandi montagne, la terra trema.
Chi raccolse ai piedi del Vulcano la tradizione orale e la memoria letteraria, colta e popolare, fu soprattutto lo scrittore etnicolo Santo Calì (1918–1972), nato e vissuto a Linguaglossa “la bifida”, il cui toponimo è la ripetizione della parola “lingua”, dapprima in italiano e poi in greco. Egli così rievoca il fascino misterioso di un’ascensione all’Etna: “Fumano la voragine e i vicini crepacci alle insonni fatiche di Vulcano e dei Ciclopi nelle officine bruciate, ma il cratere centrale dorme il sonno del fatale Empedocle… Passano per la mente i pensieri sublimi onde le umane generazioni hanno conosciuto la via del bene e del male, sotto ai suoi piedi dentro la Voragine… è la visione paurosa di un inferno vivo, popolato di mille mostri, intronati dalle minacciose grida di Tifeo, Briareo ed Encelado, ma sopra di te il sole luminoso risplende in una gloria di Paradiso” (Nostalgia del cratere). Dal buio alla luce: il cammino della Gnosi.
Pur nell’incertezza delle fonti -Padri e Dottori della Chiesa e la letteratura popolare-, anche il medico positivista ed etnografo palermitano Giuseppe Pitrè (1841–1916), nel discutere su quale sia la terra dove vive il diavolo, sostiene che “l’abitazione più celebre dove si pone l’Inferno rimane comunque in Sicilia” e che la credenza popolare più antica e diffusa afferma che la bocca dell’Inferno è il Mongibello. Tale credenza risale alla tradizione medievale che poneva il regno del demonio dentro i vulcani appunto perché vomitano fiamme infernali, e l’Inferno nel centro della terra, per cui opera del demonio si consideravano terremoti ed eruzioni vulcaniche.
Una spiegazione tradizionale ma controversa è l’origine egiziana della credenza secondo cui i crateri dei vulcani sono “spiramenta” o “caminos”, porte dell’Inferno. E la leggenda, dalle sponde del Nilo, sarebbe poi passata in Grecia, da lì in Etruria e poi a Roma.
All’inferno di demoni “pagani”, che ci restituiscono le fonti classiche, da Platone ad Aristotele a Seneca, si sovrappone poi l’Inferno cristiano delle fonti che individuano nell’Etna la più ampia e terribile di queste porte: dal vescovo Patrizio, martire sotto Decio, a Minucio Felice (III sec.), a Paciano, vescovo di Barcinone (IV sec.), a Girolamo (V sec.), a Gregorio Magno (VI sec.), ai Padri della Chiesa.
A queste fonti vanno aggiunte le leggende di un ricco patrimonio tramandato oralmente, in parte raccolto dalla viva voce dei contadini e dei pastori etnei da autori come Santo Calì (Leggendario dell’Etna), in parte ancora trasmesso di padre in figlio, quando non completamente scomparso.
Lo studioso Benedetto Radice (Bronte 1854–1931), gran viaggiatore, pubblicista e frequentatore di archivi, in rapporti di amicizia con la grande cultura siciliana del primo ‘900 (Verga, Gentile, Pirandello, Capuana), scrive che “una leggenda antichissima dell’Egitto narra che i crateri dei vulcani fossero le porte dell’Inferno. All’avvento del Cristianesimo disparvero i tempii a Giove, a Vulcano ad Adrano. La concezione pagana del fuoco eterno tormentatore degli empii si fece cristiana. La filosofica leggenda si confuse con i demoni del Vangelo; la novella religione confermò, consacrò il mito, convertì Tifeo in Lucifero, i Giganti in demoni tormentatori, il fuoco etneo in fuoco infernale, e l’Etna fu detto Umbilicus Inferni”.
Ma chi è il diavolo, principio del male e nemico di Dio per Sant’Agostino e il pensiero cristiano, forza intermedia tra il mondo e la divinità per quello pagano?
Gli etnologi sostengono per lo più che gli dèi pagani, debellati dai santi, subiscano un processo di antropomorfizzazione, finendo col risorgere sotto forma di diavoli. La tradizione popolare che fa del cratere la porta dell’Inferno trasforma in demoni i numi che avevano avuto altari e templi: Giove, Giunone, Diana, Apollo, Mercurio, Nettuno, Vulcano, Cerbero e fauni e satiri sopravvivono al culto che loro era reso e ricompaiono tra le tenebre dell’Inferno cristiano. Ma, privi di quell’accento positivo che la pagana civiltà contadina aveva posto nel fuoco, le eruzioni dell’Etna divennero manifestazioni diaboliche e la distruttività da esse provocata fu interpretata come espiazione di colpe collettive e individuali.
Quello del demonio è infatti un mito a due facce: esso comprende Tifeo e Proserpina, fertilità e distruzione, in quanto l’economia contadina risente del potere benefico, fertilizzante della lava, ma anche del suo potere distruttivo.
Dottori e Padri della Chiesa sono quasi unanimi nel ritenere che i demoni abbiano un corpo, una forma umana gigantesca e mostruosa, che Torquato Tasso dice “strane ed orribili forme”, di una bruttezza spaventosa e ridicola, nella quale il ferino si mescola all’umano, perché il male è grottesco. Anche il Lucifero dell’Inferno dantesco è gigantesco e ampi echi delle descrizioni dei demoni della Divina Commedia giunsero alla letteratura popolare e furono assimilati nell’oralità e nell’iconografia successiva. I contadini vedono il diavolo come il peggior nemico, perciò nelle società agricole come quella siciliana, esso acquista un aspetto teriomorfo, di animale, di fiera, e rappresenta i rischi legati alla terra e al raccolto: malattia o moria del bestiame, siccità, tempesta. E nei Bestiari medievali il diavolo era elencato tra le altre bestie. Ma non c’è forma che questo “Proteo infernale”, tentatore e ingannatore dell’umanità, non possa rivestire all’occorrenza, come dimostrano le Vite dei Santi in cui esso appare in figura di uomini e donne, giovani o vecchi, amici o parenti, o di animali: draghi, serpenti scorpioni, lumache, formiche, volpi, rospi, leoni, pipistrelli, cani.
In Sicilia, il nome del diavolo è tabù, si ha tanto orrore di nominarlo per non evocarne la presenza, che si ricorre ad eufemismi come Chiddu cu li corna, U mmalidittu, L’ancilu niuru, U bruttu bestia, mentre Cìferu, corruzione di Lucifero è sinonimo di grosso serpente. Per esorcizzarlo si recita ancora questa orazione:
A lu pizzu di la livedda c’è u nimicu tintaturi quant’è laria la so fiùra fa scantari ogni criatura! E tu chi ci dirrai? Ca cu mia non c’è chi ffari. Cà lu iornu di Santa Cruci dissi milli voti Gèsu. (Al bordo dell’avello c’è un nemico tentatore quanto è brutta la sua figura fa spaventare ogni creatura! E tu che gli dirai? Che con me non c’è che fare. Chè il giorno di Santa Croce dissi mille volte Gesù).
Il diavolo, insomma, è la mitizzazione del male, l’espressione delle conflittualità dell’uomo con le realtà storiche e naturali, del conflitto Uomo-Natura, Uomo-Storia, e permette così di estraniare gli eventi negativi del reale, proiettandoli in un’illusoria figura mitologica. Ma è anche espressione dei piaceri carnali rimossi dall’etica e dai condizionamenti sociali, del complesso d’Edipo e del desiderio di sfidare il padre, tra emulazione e ostilità (Freud). E, come Dio, è anche un Mito, riflesso dell’inconscio collettivo universale e senza tempo (Jung). Dal punto di vista culturale, esso è il risultato dell’interiezione tra l’immaginario della lunga tradizione teologica (che culmina con la Summa di san Tommaso) e l’immaginario popolare, l’incontro tra il diavolo delle classi colte, che parla il latino ecclesiastico dei preti per soggiogare i contadini, e il diavolo plebeo che parla un linguaggio “mammalucchino” per difendersene e prendersene gioco. I demoni plebei, anzi, sono spesso “poveri diavoli”, fabbri specializzati nella lavorazione del ferro battuto – vanto dell’artigianato siciliano – che lavorano nelle officine etnee e ogni tanto scendono a valle quando viene commissionato loro qualche lavoretto. Una filastrocca ancora viva in queste vallate così recita:
Diavuli c’abbitati a Muncibeddu, scinnìti, ca bbi veni di calata, purtàtivi la ncunia e lu marteddu c’è di buscari na bbona jurnata. (Diavoli che abitate a Mongibello, scendete ché è tutta di discesa, portatevi l’incudine e il martello guadagnerete una buona paga).
In antitesi con la dottrina classica del cristianesimo, accanto alla tradizione teologica e letteraria riguardo Lucifero, si sviluppò, già nei primi tempi di fioritura e di espansione delle dottrine cristiane, una corrente gnostica che interpreta la figura luciferina in chiave salvifica e liberatrice per l’uomo dalla tirannia del Creatore: il serpente Lucifero, etimologicamente dal greco “Portatore di luce”, sarebbe colui che ha indotto l’uomo alla conoscenza, la scientia boni et mali, e dunque alla sua elevazione a divinità, contro la volontà di Dio che avrebbe voluto invece mantenere l’uomo a suo suddito. La sua figura sarebbe accostabile a quella di Prometeo, che rubò agli dei il fuoco per farne dono agli uomini e per questo fu punito.
Tali motivi saranno ripresi da una lunghissima tradizione gnostica e filosofica fino alla Massoneria, al Rosacrocianesimo, al Romanticismo e poi alla New Age: una cultura teosofica compendiata nel termine “Luciferismo” che ne esalta gli aspetti luminosi. Poiché Dio è Sophìa (Sapienza), il diavolo non poteva essere ignorato nella Kabala. Gli studiosi di mistica ebraica sostengono che il nome del diavolo sia quello di Jehowah letto al contrario, non perché sia Dio, ma in quanto negazione dell’idea stessa di divinità.
Nell’ambito dell’esoterismo e dell’occultismo, Lucifero, il più bello tra gli angeli, sarebbe un detentore di sapienza inaccessibile all’uomo comune. L’originario stato angelico di Satana e dei suoi demoni, la caduta dal Cielo a causa della loro superbia e al loro intento di usurpare Dio e l’introduzione nella storia della morte e del male (fisico, metafisico, morale) sono elementi essenziali del mistero della creazione nella Genesi. Perciò i cultori dell’occultismo vedono nel diavolo una categoria di spiriti “inferiori” (sia benigni sia maligni), un’espressione di libertà individuale (Eliphas Levi), e nell’esoterismo il diavolo è forza creativa, ideata per il bene, anche se in grado di servire il male, in contrapposizione con il Satanismo che identifica Lucifero con Satana e ne venera l’aspetto tenebroso. Dianus – Lucifero sarebbe un dio delle religioni antiche, fratello, figlio e marito della dea Diana, Signore della Luce e del Mattino, e legato agli antichi misteri del dio etrusco Tinia e agli dei greco-romani Pan, Bacco, Dioniso, Apollo. Dal dio greco Eosforo (torcia luminosa di Eos – Aurora), identificato con la Stella del mattino, deriverebbe Lucifer, un’antica divinità romana, rappresentata nei culti sotto l’aspetto agreste-pastorale del signore delle foreste e delle piante, della fertilità, dei raccolti, dei capi di bestiame, ma anche come signore della saggezza e guardiano dei santuari. Sebbene, in definitiva, le sue vere origini restino misteriose, il diavolo con le corna e le zampe di caprone denuncia una chiara derivazione dal dio Pan. I suoi culti misterici si manifestavano come riti orgiastico – sessuali caratterizzati da un’ebbrezza indotta sia da bevande alcoliche che da droghe, come i culti di Priapo e quelli fallici. La loro diffusione a Roma è testimoniata dalla “Casa dei misteri” di Pompei e dall’Asino d’oro di Apuleio. Avversati dal Senato romano e poi dal Cristianesimo, i culti bacchici sopravvivono in Sicilia sotto diverse forme. In seguito le “baccanti” divennero streghe e la Chiesa si diede a combattere il diavolo attraverso l’Inquisizione. Ma, nella iconografia medievale, Baphomet è divenuto simbolo dei maestri del Tempio, il cui volto resta oscuro. Dopo i Templari, molte donne furono condannate come eretiche e blasfeme, adoratrici di Baphomet, demone mostruoso ed ermafrodito, forse mutuato dalla figura di Bacco taurocefalo, ma anche storpiatura di “Maometto” in funzione antislamica.

Marinella Fiume, Da Sicilia esoterica (Newton Compton 2013)

#ticuntu… Sant’Antoni pani dintra e bracia fora!

Il 17 gennaio si festeggia Sant’Antonio Abate. Ora, onestamente, da piccolino non comprendevo del perché questo santo si festeggiasse due volte! Eh si perché tanta era la mia confusione che lo scambiavo con l’altro Antonio da Padova che si festeggia il 13 giugno. Comunque questo Santo incorpora in se tutte le tradizioni antiche e moderne di tante civiltà mondiali. Sant’Antonio abate, detto anche sant’Antonio il Grande, sant’Antonio d’Egitto, sant’Antonio del Fuoco, sant’Antonio del Deserto, sant’Antonio l’Anacoreta (Nato a Qumans, 251 circa – morto nel deserto della Tebaide, 17 gennaio 357), fu un eremita egiziano, considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati. A lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale, abbà, si consacrarono al servizio di Dio. La sua vita è stata tramandata dal suo discepolo Atanasio di Alessandria. È ricordato nel Calendario dei santi della Chiesa cattolica e da quello luterano il 17 gennaio, ma la Chiesa copta lo festeggia il 31 gennaio che corrisponde, nel loro calendario, al 22 del mese di Tuba. E’ raffigurato come un monaco anziano con barba bianca, vestito della tonaca da frate col cappuccio. Il bastone su cui si appoggia è spesso a forma di stampella, emblema tradizionale del monaco medievale il cui dovere era di aiutare gli zoppi e gli infermi, oppure è semplicemente un bastone pastorale. Spesso il manico del bastone è a forma di T, o in alternativa può comparire la lettera tau sulla sua tonaca, all’altezza della spalla. Questo simbolo richiama la croce egizia, antico simbolo di immortalità poi adottato come emblema dai cristiani alessandrini. Secondo un’altra interpretazione la lettera tau allude alla parola “thauma”, che in greco antico significa “prodigio”. Sotto la tutela di questo Santo il popolo ha messo il maiale. Il maiale, compagno inseparabile del santo in tutte le sue rappresentazioni, nel corso del medioevo, che aveva ancora l’aspetto del cinghiale, era infatti l’animale allevato dai monaci antoniani e secondo la tradizione il suo grasso era un antidoto contro l’herpes zoster, noto come il fuoco di sant’Antonio. Nell’acese, oltre al maiale, alla tutela del Santo stavano i cavalli, gli asini, i muli che si paravano con fettucce e si menavano in chiesa per averli benedetti. Il prete che benediceva riceveva una elemosina e dava una figurina di Sant’Antonio abate e un panellino (piccola pagnotta); questo si dava a mangiare agli animali, mentre la figurina si attaccava ad una parete della stalla. Si vendevano certe ciambellette di pane, che poi si davano ai bambini; vi erano però famiglie e persone che si astenevano dal mangiar pane come si faceva per S. Lucia.
Un altro protettorato ha S. Antonio: quello del fuoco; perciò chi aveva nell’acese de’ covoni di lino, fieno, paglia prometteva ed offriva al Santo delle elemosine per essere protetto e guardato dal fuoco distruttore. Tutti coloro che hanno a che fare con il fuoco vengono posti sotto la protezione di sant’Antonio, in onore del racconto che vedeva il Santo addirittura recarsi all’inferno per contendere al demonio le anime dei peccatori. Oggi con fuoco di sant’Antonio si intende, volgarmente, l’Herpes zoster, malattia virale a carico delle terminazioni nervose che, come evidente manifestazione clinica, presenta «un’eruzione di vescicole».
Un adagio celebre in buona parte d’Europa come in Sicilia ricorda il gran freddo di questo giorno:
“Sant’Antoni la gran friddura,
San Lorenzu la gran calura.
L’unu e l’autru pocu dura”.

e perciò il bisogno del fuoco:
“Sant’Antoni;
Pani dintra e bracia fora”.

Una pratica abbastanza ingenua delle ragazze modicane per sapere l’età del futuro loro sposo era quella di affacciarsi alla finestra e di vedere il primo che passava. Gli anni di lui significavano gli anni del marito ch’esse avrebbero preso. Il giorno di S. Antonino è designato a questa pratica come a pratiche simili a quelle della notte di S. Giovanni Battista.
U Purcidduzzu di S. Antoni si dice in molti comuni una conchiglia che si appendeva al collo dei bambini travagliati da vermini; ed in tutta l’isola viene chiamato così l’oniscus di Linneo, un insetto che abita nei luoghi umidi, grigio, ovale, con quattordici piedi.

Libro d’Ore di Catherine de Cleves 1440 circa The Morgan Library Museum

#ticuntu… 11 gennaro 1693 a Noto

L’ anno 1693 sotto il governo del viceré duca Uzeda successore del duca di S. Stefano , la notte del giorno di
venerdì nove gennaro ad ore quattro della nolte , Noto e la sua valle intese un gran scotimento di terra che rovinò molte fabbriche di quella città ; e vi morirono duecento e più individui. Li popolo notino la domani mattina corse alle pianure dentro e fuori Noto , e vi si trattenne a tutta la notte del sabato giorno dieci ; ma non essendosi inteso altro scotimento di terra , la mattina della domenica undeci gennaro ciascuno ritornò a casa sua. Alle ore diciasette s’ intese altro scotimento di terra , ma senza che fosse accaduto alcun danno. Il timore si accrebbe negli animi ; una voce che tra la plebe serpeggiava , diceva che il terremoto allo ore quaranta dovea sentirsi nuovamente ; e ch’ era espediente lo abbandonare le case , perchè la città sarebbe ita in rovina. Quindi fu che i cittadini tutti fuggirono , e corsero nuovamente alle pianure , onde porsi in salvo la vita. In quel medesimo giorno appena segnate le ore ventuno, compiendo le ore quaranta , a contare della prima scossa intesa nel giorno di venerdì , fuvvi un terzo scotimento di terra così terribile , a segno che la terra , come scrisse il p. Turtura , sembrava innalzarsi ed ondeggiare a guisa d’ un mare: i monti diroccarono ; e la città tutta in un momento crollò. Lo scotimento di terra , di cui parola , era della seconda spezie , mentovata da Aristotile e Plinio, cioè una pulsazione, o successione perpendicolare , dalla somiglianza del lor moto a quello del bollire. Osservazione che fu fatta dal nobile letterato Vincenzo Bonajuto , dal signor Harton e dal p. Alessandro Burgos ; non che dal p. Antonio Serravita quando accadde quel terremoto ; eglino si trovarono nelle vicinanze di Catania osservarono che il suolo si alzava da circa due
palmi. In Noto dunque morirono sotto le rovine da circa un migliajo di persone , tra i quali si contarono il preposito e parroco Francesco di Lorenzo ; i fratelli Bartolomeo e Stefano Landolina ; il primo , cantore della collegiata della matrice chiesa , il secondo, canonico arcidiacono della chiesa del santissimo Crocifisso ; ed altri non pochi della nobiltà e delle persone distinte. De’ plebei non pochi ne morirono sotto le rovine della chiesa de’ pp. Camiciani , ove erano entrati per levare l’ immagine della santissima Vergine , e condurla in processione sino al piano de’ pp. Cappuccini, ove il popolo era occorso per salvarsi. Un certo Corrado Alliotta clerico nel recarsi in villa a cavallo ad una giumenta , arrivato vicino la chiesa vecchia di s. Antonio delle Darbe, la terra gli si fendè sotto i piedi dell’ animale, e fu inghiottito dalla stessa. In quello scotimento
di terra , dacchè rovinarono tutti gli edificj , innalzossi una nuvola di polvere che soffocava gli astanti. Il cielo si ottenebrò , e si ebbero pioggia e grandine seguite da vento e tuoni ; e queste meteore proseguirono nel corso di tutta la notte, nella quale si contarono circa cento e dieci scotimenti di terra. A si terribil flagello il popolo notino non fece che implorare la divina misericordia. Il domani spuntato il sole , s inlese correre voce , che si dovea ciascuno allontanare , ed ire ad asilarsi tre miglia lungi dalla distrutta città , a motivo che il colle su del quale restavano le rovine, sarebbesi subissato , e si sarebbe formata una grandissima voragine. Atterriti com’ erano gì’ infelici notini , non riflettendo a nulla , se ne andarono tutti quanti per le campagne. Ciò che portò la trista conseguenza , che tanti sgraziati , che sebbene sotto a delle rovine trovavansi , e che si sarebbero salvati , laddove per avventura si sarebbero soccorsi , per mancanza di aiuti si morirono. I malvagi intanto trovandosi soli , si diedero a commettere de’ furti. Per causa di quel terremoto si mori il gesuita Antonio Marescalco in età di anni ottantotto : fu egli uno de’ più dotti notini del suo tempo. Scorsi alcuni giorni , i notini si animarono a ritornare nella distrutta città , e conobbero l’inganno nell’ essersi allontanati, per le rapine che si erano commesse nella lor assenza. Ciascuno alla meglio che potè , costruì con delle tavole la sua abitazione. Per effetto del terremoto i mulini s’ erano diroccati ; e quindi fu giuoco forza che i notini si fossero cibati di frumento bollito. I malvagi in quell’ incontro , nulla temendo , si diedero a dispreggiare la nobiltà, e le autorità , e proseguivano a rubare a man franca ; con commettere degli stupri. A riparare un tanto disordine , il viceré Uzeda scelse per vicario generale delle due desolate valli di Noto e Demone Giuseppe Lanza duca di Camastra , il quale porta cosi a visitare le città tutte danneggiate dal terremoto ; diede gli opportuni provvedimenti. La città di Noto allorchè in gennaro 1693 fu dal terremoto distrutta conteneva il monastero dell’ ordine de’ Circestiensi sotto titolo di s. Maria dell’ arco, il cui fondatore si fu s. Niccolò Moreggia notino ; il convento de’ pp. Minori conventuali ; il tempio di s. Elia : sopra la soglia della porta del quale v’ erano scritti questi versi :
Quae fuerant quondam moles operosa gigantum
Caeptus in hac vivens Haelias aede coli
Oltre al magnifico e forte castello, nel di cui cortile v’ era il gran tempio del ss. Crocifisso innalzato su di un gran ponte . Nel mezzo della piazza v’ era un’ altro gran tempio ch’ era la matrice chiesa sotto titolo di s. Niccolò vescovo , che fu edificato dai francesi con alto e maestoso campanile , che terminavano a forma di piramidi , su delle quali, in una vi era la statua della Vergine , e nell’ altra quella dell’ angelo Gabriele. Oltre al descritto convento de’ minori conventuali, si contavano altri dieci conventi , quello de’ pp. Predicatori fondato nel 1444 dal re Alfonso ; il convento de’ pp. Minori osservanti sotto titolo di s. Maria di Gesù ; quello de’ pp.Carmelitani , il quale aveva una bellissima chiesa ; quello de’ pp. Cappuccini sotto titolo di s. Antonio di Padova ; L’ oratorio de’ pp. di s. Filippo Neri sotto titolo di s. Catarina con maestoso tempio. Il collegio de’ pp. Gesuiti sotto titolo di s. Carlo Borromeo fondato da Carlo Giovante barone di Entello nel 1606 ; il convento de’ pp. Pavolotti; Io spedale de’ Benfratelii di s. Giovanni di Dio. Ed aveva tutti i monasteri di donne e reclusorj che di presente esistono nella moderna Noto. Vi erano inoltre in quella città trentaquattro chiese oltre di quelle da noi mentovate , delle quali cinque erano parrocchiali. Fuori della città v’ erano altre quattordici chiese. Aveva un seminario per la gioventù fondato nel 1654 da Giuseppe Ragusa. La città era decorata da due collegiate , cioè quella della madrice chiesa , e quella nella chiesa del santissimo Crocifisso , fondata quest’ ultima da Eleonora Landolina vedova di don Lopes Pons de’ Leon marchese di Terzano nel 1669. V’erano de’ magnifici palagi , tra i quali si distinguevano quello del marchese di Terzano D. Pietro Landolina barone di Belladia ; quello della famiglia Impellizzeri ; quello della famiglia Deodati ; della famiglia di Lorenzo , quello della famiglia Landolina ; della famiglia Sortino , ed altri non pochi. Nella piazza maggiore v’ era la casa senatoria. V’erano sei fonti ; uno nel piano del santissimo Crocifisso ; uno nel lato del monastero di s. Giuseppe nella piazza di s. Venera ; uno nel piano di S. Giovan Battista ; uno nella piazza maggiore laterale alla madrice chiesa ; ed uno nel piano del convento di s. Domenico. L’ acqua in detti. fonti vi si portava dalla sorgente nella contrada detta Ranidi , la quale scorrendo per acquidotti , perveniva nel castello per mezzo di archi , e si comunicava in quelli fonti. Inoltre nel basso de’ lati della città v’ erano delle fonti di limpidissima acqua , uno delli quali era detto Fontana grande. Quelle acque erano sì copiose che bastavano a dar moto ed attivavano diciotto mulini. Nel 1693 in Noto fiorivano le famiglie Landolina , Impellizzeri, Sortino , Cappello , e le famiglie di Deodato , Pepi , Cannizzaro , Arezzo , Salonia , Statella , Racedi ,Scarrozza , Prado , Borgia , Dilorenzo , Tagliaferro , e le famiglie Settimo , Calvo ; e molte altre. Si mantenevano le dette famiglie con lustro e decoro ; e non la cedevano ad alcuno in dovizie , nel seguito de’ servi , e nelle carrozze ; e queste erano al numero di trentacinque. Noto poco prima del terremoto del 1693 contava un clero di numero 120 preti ; 160 regolari. I nobili ascendevano al numero di 87 ; e tra questi si numerano quattro marchesi , e ventiquattro baroni ; duodeci dottori in legge: gli artegiani erano al numero di cinquecento. La popolazione di Noto nel 1630 val quanto dire anni 62 prima del tremuoto ammontava a ventisei mila ; che poi pella morìa si ridusse a dodici mila. Oltre al tremuoto di cui abbiamo ragionato ; nel medesimo anno 1693 in Noto fuvvi un epidemia , che ammazzò da circa tremila individui , tra’ quali il virtuoso giovane Giovan Battista Landolina e Salonia figlio di don Francesco, ed altri non pochi illustri personaggi si morirono per effetto di quell’ epidemia. Distrutta Noto dallo sconvolgimento di terra del giorno undici gennaro 1693 , si pensò a voler nuovamente riedificare la città. Il vicario generale duca di Camastra avea ordinato di rifabbricarsi nel sito istesso della distrutta città. Ma ciò non piacque a taluni notini ; chiesero un altro sito. Fu designata la valle del feudo delle mete. Ma il vicario generale ordinò di fabbricarsi la nuova città nel rialto di detto feudo delle mete , detto popolarmente il pianazzo. Indi fu destinato commessario generale Giuseppe Asmundo da Catania , il quale a domanda di taluni notini destinò il sito della nuova città nel poggio di detto pianazzo.
(Storia della città di Noto – Salvatore Russo Ferruggia – 1838)