#‎ticuntu‬… la paura della grande guerra

[…] Era un ragazzo ancora imberbe, con un viso bianco e roseo che pareva una mela, con occhi chiari, pieni di stupore. Pochissimo amante dei lavori manuali, tutte le volte che bisognava adoperare la piccozza e il badile rispondeva invariabilmente:
“Songo malato!” ma Alfani, che conosceva uno per uno tutti i suoi uomini, sapeva di poter fare assegnamento sulla prontezza e il coraggio dell’infingardo quando era il momento di affrontare i nemici. «Caletti, stammi bene attento, perché quei brutti ceffi si sono destati di malumore, stamattina.»
«Non dubita, sor tenente.»
«Apri bene gli occhi, e a posto!»
Di momento in momento il chiarore del giorno cresceva: il cielo dell’alba luceva come uno specchio freddo e terso; solo un fiocco di nuvolaglia, lungo e sottile, strisciava a guisa d’un serpe sul muraglione del Montemolon e s’insinuava fra le due Grise.
«El promett on’altra gran bella giornada» osservò il sergente.
«Non tanto. Quella bambagia lì non è buon segno.»
Riportando lo sguardo sul terreno fronteggiante la trincea, Alfani vide il soldato uscire dal camminamento col fucile a bilanciarm e procedere fra le asperità del passo scoperto, curvandosi appena, con la sicurezza che gli veniva dalla lunga pratica e dalla tranquillità dei nemici. «No! No!» voleva gridargli, poiché i nemici s’eran destati. «Più basso!…Copriti!»
E parve veramente che Caletti avesse udito le parole pensate dal suo tenente; perché, dinanzi all’ultimo tratto, il più pericoloso, si fermò un momento; poi si buttò in ginocchio, s’allungò e strisciò su per la breve erta, verso la piazzola. Giuntovi vicino, levò un poco il capo, forse nell’udirsi chiamare dal compagno che veniva a rilevare; ma allora, improvvisamente, al sinistro ta-pum d’una fucilata, il corpo s’accasciò.
«Porci Croati!»
L’ufficiale non aveva ancora finito di esprimere il suo rancore, che un altro colpo rintronò: ta-pum!
«E due!» disse una voce.
«Visentini!» esclamò il sergente. «Come, Visentini?… Che ti salta?»
«L’ha minga vist? El Visentini el s’è movu’, l’ha miss foeura el coo!… G’han tiraa anca a lu!»
Alfani strinse il pugno ed affissò lo sguardo torvo sulla linea nemica, come cercando il punto dove poter ritorcere i colpi.
«Capoposto!» chiamò rivoltandosi. «Manda chi viene dopo.»
«Siconna squadra; nummero uno d’ ’o primmo turno!» […]

(tratto da “LA PAURA” di Federico de Roberto)