#‎ticuntu‬… la magia di Montalbano Elicona

La pace di Caltabellotta, più che definire la fine dell’ostilità tra angioini e aragonesi, costituì una tregua. Federico II (III) dovette prendere in moglie la figlia del suo antagonista Carlo II, Eleonora d’Angiò, e riprese a ricostruire e rinforzare le difese sia terrestri che marine della Sicilia. In questo contesto storico Montalbano Elicona accrebbe la sua importanza, diventando base militare insostituibile.

Fu proprio durante il periodo aragonese che la cittadina conobbe il periodo di massimo splendore. Il legame che Federico aveva con Montalbano non era solo militare, ma sentimentale. Egli, predilesse Montalbano, i ricordi che lo accompagnarono risalivano all’infanzia, quando spesso vi sostava insieme alla madre durante i viaggi della regina da Palermo a Messina. Il nome Montalbano è indissolubilmente legato a quello del re Federico d’Aragona. Questi, invasato dall’aria, dallo splendido orizzonte, amò talmente la posizione in cui sorgeva Montalbano che abbellì e rinnovò il castello. Lo fortificò ulteriormente costruendovi una cinta muraria e trasformò il nuovo corpo svevo da fortezza a reggia. L’opera di ristrutturazione fu talmente incisiva che alcuni storici, ne hanno attribuito la fondazione allo stesso Federico.

La tesi più probabile è, invece, che la costruzione dell’imponente castello non sia avvenuta ex-novo, ma su costruzioni arabe e normanni già preesistenti. Per quanto riguarda l’oppidum muro cintum si sa che in esso si accedeva per 4 porte: Porta Reale a Sud, Gian Guarino a ovest, Porta di terra a est, Portella a nord. Ogni porta aveva una sua funzione: dalla prima entrava Federico, la seconda prendeva il nome da un guerriero che morì difendendone l’ingresso, la terza era una porta segreta e dalla quarta vi entravano i popolani.

Il castello servì a Federico II per rendere più comodo e agevole il suo soggiorno, infatti, egli soleva spesso recarvisi per curare una malattia di cui era affetto, la podagra. A Montalbano infatti vi era un’acqua che sgorgava della Fonte Tirone, che per le sue sostanze oleaginose era ritenuta salutare per malattie simili. Dal castello di Montalbano, nel 1311 Federico emanò le norme per l’elezione delle cariche amministrative della città di Palermo, che rappresentarono le più antiche norme elettorali della storia europea. E’ in quegli anni che il castello divenne “regias aedes”. Dal castello il re ammoniva quei religiosi che sobillando la popolazione, osteggiavano la monarchia intromettendosi negli affari dello Stato. Re Federico II fece di Montalbano uno dei campi di prova di nuove esperienze religiose che, ispirandosi ad una chiesa caratterizzata dalla povertà evangelica, contrastava quella gerarchica della Curia romana, mettendone a nudo la corruzione del clero, i riti, la lettura. Egli istituì scuole di insegnamento evangelico accessibili a tutti, ricchi e poveri. Aprì istituti per accogliere gli orfani, ospedali per i vecchi e gli infermi. Molte delle chiese sorte a Montalbano che si fanno risalire al XVI-XVII sec, sembra che in realtà fossero rifacimenti, ristrutturazioni di edifici nati proprio durante il regno aragonese.

Alla corte di re Federico soggiornò per lunghi periodi Arnau di Villanova, di lui si sapeva: “Di Vilanova, cittadina nel Regno di Valencia, era un grande e famoso medico che si chiamava maestro Arnaldo di Vilanova. Era un uomo illuminato in diverse scienze, che disprezzava assai il mondo e andava vestito molto semplicemente, né mai volle prender moglie e si muoveva sempre a cavallo di un asino. Non aveva casa né ostello, e apparteneva al Terz’Ordine di san Francesco. Fu un uomo molto rinomato per sapienza naturale, grande scienza e vita virtuosa, uomo di grande zelo e molto fervente nell’incitare ogni creatura al servizio di Dio. Visse al tempo del re Giacomo d’Aragona di buona memoria, che fu fratello del re Federico di Sicilia. Questi conosceva l’arte della necromanzia in modo esaustivo, e fu pregato dal suddetto re Giacomo che gli insegnasse quest’arte, e non gliela volle mai insegnare, dando come motivo il fatto che ne avrebbe usato male; comunque, visto che amava più caramente il re Federico di Sicilia, dopo grandi e lunghe preghiere a lui lo concesse. E quando egli era passato in Sicilia per insegnare quest’arte al suddetto principe, ed arrivò a Genova, qui nostro Signore gli mandò una malattia che si chiama pleuresi; e benché non ci fosse stata prima nessuna malattia dalla quale egli non fosse guarito, da questa non poté guarire”.

La regina Eleonora lo volle alla corte per proteggere la famiglia dalle malattie e soprattutto per le cure del marito. Secondo il Devins e Musco (Argimusco Decoded), il luogo preposto per le cure, oltre il Castello, fu l’Argimusco, un altopiano che si trova in poco a nord dell’Etna, all’incirca al confine tra i monti Nebrodi e i Peloritani, diviso amministrativamente tra i comuni di Montalbano Elicona, Tripi e Roccella Valdemone. Il fine di Arnau era quello di realizzare sul sito di “Argimustus” una sorta di grande talismano di pietra al fine della medicina astrale per la cura del corpo del re e per la salute della famiglia reale nei tempi nefasti della imminente apocalisse.

Da documenti del 1308 risulterebbe che la regina Eleonora, tassando i territori di sua competenza (Camera reginale) abbia finanziato Arnau per la realizzazione dell’Argimusco come ricompensa per le attenzioni date al consorte e al regno nonché per la guida di morale evangelica data a lei stessa raccomandandole di non avere letture mondane, di organizzare gruppi religiosi e di essere un esempio di santità per i suoi sudditi.