#‎ticuntu‬… i Vespri siciliani

I Vespri siciliani furono una insurrezione scoppiata a Palermo il 30 marzo del 1282 all’ora del vespro del Lunedì di Pasqua, contro il malgoverno di Carlo d’Angiò.
La prima parte dei Vespri si concluse nel 1302 con la “Pace di Caltabellotta”, siglata da aragonesi e angioini, che prevedeva che la Sicilia tornasse agli Angiò alla morte di Federico III d’Aragona, il quale assunse il titolo di “re di Trinacria”.
Risulta arduo stabilire quale fu l’episodio vero e primo che scatenò la rivolta palermitana; tuttavia la tradizione popolare riconduce l’insurrezione all’episodio di un soldato francese, tale Drouet, che insieme ad altri soldati francesi arrecarono offesa ad una neo sposa, in soccorso della quale sarebbe subito intervenuto il marito. L’episodio avrebbe dunque dato inizio ad una guerra che si sarebbe conclusa definitivamente solo nel 1372, con un nuovo accordo siglato da Giovanna d’Angiò e Federico IV di Sicilia.
La rivolta, che si propagò ben presto in tutta la Sicilia, affonda le sue radici negli anni Cinquanta del Duecento: dopo la morte di Federico II di Svevia, infatti, si era venuto a creare il problema della successione al titolo imperiale e a quello siciliano; Manfredi, fratellastro di Corrado IV, erede designato da Federico II, aveva raggiunto un grande potere dopo la morte di Corrado, mettendo in allarme la curia papale, che si rivolse a Carlo d’Angiò, fratello minore di Luigi IX di Francia: nel 1266 Carlo, divenuto re di Sicilia come Carlo I d’Angiò, sconfisse a Benevento Manfredi, e due anni più tardi sconfisse anche Corradino, l’ultimo discendente degli Hohenstaufen, casata di Federico II di Svevia.
L’amministrazione angioina si era posta in continuità con quella sveva, seppure con alcune differenze: vennero introdotte alcune figure amministrative di stampo tipicamente francese e la composizione della classe dirigente (quasi unicamente formata dai connazionali di Carlo d’Angiò) favorì l’insorgere di sorprusi e di un generale malgoverno.
E’ proprio questo malcontento nei confronti dei francesi, visti come usurpatori e prepotenti, che diede inizio alla rivolta siciliana. Le città insorte si costituirono in Liberi Comuni fondati sulla partecipazione popolare; il coinvolgimento di Messina fu molto importante per garantire un futuro alla rivolta, in quanto questa città era il centro amministrativo dell’isola, sede del vicario regio e della guarnigione, oltre che polo economico e commerciale. I siciliani tuttavia non riuscirono a trovare un punto d’accordo per darsi una costituzione salda e unitaria.
Un ulteriore tradizione riferisce di un episodio avvenuto durante l’infiammarsi della rivolta: per individuare i soldati francesi in incognito, i palermitani chiesero ai sospettati di pronunciare la parola “cicero” (poiché i francesi lo pronunciavano “sisero”), e chi avesse pronunciato la parola scorrettamente sarebbe stato trucidato all’istante.
La parola d’ordine tra gli organizzatori della rivolta era “Antudo”, la cui origine è dubbia, ma che si fa tuttavia risalire alla frase “ANimus TUus DOminus” (“Il coraggio è il tuo signore”) e che divenne presto simbolo della sollevazione del Vespro.
Legata al periodo della rivolta a Catania, e legata agli avvenimenti dello scoppio dei Vespri del 30 Marzo 1282, è invece la storia di Gammazita, una fanciulla catanese bellissima e di grande virtù: si invaghì di lei un soldato francese, che venne tuttavia rifiutato dalla giovane, poiché fidanzata.
Nel giorno del suo matrimonio, Gammazita si recò al pozzo per prendere l’acqua, quando venne aggredita violentemente dal soldato francese; vistasi preclusa ogni via di scampo, la giovane preferì gettarsi nel pozzo piuttosto che cedere al disonore.
Un’altra versione della stessa leggenda pone la storia nell’anno 1278 e narra di donna Macalda Scaletta, bellissima ed orgogliosa vedova del signore di Ficara, che attirava l’attenzione di tutti i cavalieri francesi e siciliani; Macalda, tuttavia, era innamoratissima del suo giovane paggio Giordano, il quale si era tuttavia invaghito della giovane Gammazita, che aveva trovato intenta a ricamare dinanzi alla soglia della sua casa.
L’amore che Giordano provava per Gammazita destò le ire e la folle gelosia di Macalda, la quale si accordò con il francese de Saint Victor per tendere loro un tranello: egli avrebbe dovuto far capitolare Gammazita e Macalda si sarebbe concessa a lui. De Saint Victor preparò numerose imboscate, approfittando delle volte in cui Gammazita si recava al pozzo per attingere l’acqua; un giorno riuscì ad afferrare la fanciulla, ma quale tuttavia preferì buttarsi nel pozzo per difendere il suo onore.
Giordano, appreso l’accaduto, assalì il francese in preda alla disperazione, uccidendolo a pugnalate dinanzi al cadavere dell’amata.
I Vespri siciliani assunsero nel tempo un’importanza simbolica: in particolare durante il Risorgimento si guardò ai Vespri come al simbolo della cacciata dello straniero, l’emblema della lotta per l’indipendenza.

(dipinto “I Vespri siciliani” di Michele Rapisardi (1864-65)