#‎ticuntu‬… Bona Pasqua

Al risorger di Cristo si ha la benedizione universale. Un prete in suppiddizza (superpelliceum) o cotta e stola accompagnato dal chierico portante il secchiello dell’acqua santa andava liberalmente per le case impartendo la benedizione. I preti, contro il volere della chiesa, ne fecero ragione di lucro, ed i privati, le femminucce soprattutto, di riprovevoli pratiche. La legislazione ecclesiastica del cinque e seicento minacciò di gravi pene questi ingordi sacerdoti, che con segni, gesti e parole esigevano un prezzo dell’opera loro, ed inculcò che nel lasciare a donnicciuole e ad uomini insipienti l’acqua benedetta, raccomandassero loro di non servirsene, com’era costume, ad usi profani e superstiziosi. La Pasqua è finalmente giunta e fortunato chi la vede! “Miati l’occhi chi vidinu a Pasqua!”. La Pasqua non può esser se non di Domenica , a differenza dei Natale , che può ricorrere in qualunque giorno della settimana, per cui si suol dire: “Pasqua di Duminica, e Natali d’ogni tempu”. Essa viene sempre il domani d’una luna piena; onde il seguente altro proverbio meteorologico: “Nun veni Sabbatu santu si nun è quintadecima”. Un tempo non troppo lontano la Pasqua la si festeggiava a mezzogiorno e a Catania, tra forestieri e non, si soleva baciarsi e abbracciarsi per le strade in segno di buon augurio. La mattina di questo lieto giorno, a Vizzini, si fa incontrare Gesù Cristo risorto con Maria, entrambi condotti in giro da due processioni diverse. Maria non sa che il figlio vada in cerca di lei, e ne riceve avviso qua da S. Pietro, là da S. Giovanni, altrove da S. Maria Maddalena, statue che vengono condotte da Maria a Gesù, da Gesù a Maria, da una chiesa ad un’ altra come fa chi abbia premura di ricongiungere persone amatissime che sospirano d’amore l’uno per l’altro. Avvenuto l’incontro, il Demonio legato con catena di ferro vien trascinato e condotto a mano da S. Michele Arcangelo dietro i simulacri di Cristo e Maria. Un uso che qui non va omesso è questo, che nell’istante in cui Madre e Figlio s’incontrano, dal manto nero che si lascia cadere a Maria volano colombe o tortore od altri uccelli.
E passiamo dal sacro al profano. In casa vi son vivande e cibi rituali, che nessun buon siciliano saprebbe trascurare. È possibile che non si assista alle cerimonie religiose, è facile che non si prenda parte a nessuna pratica della Settimana santa, ma non è presumibile che si resti indifferenti a ciò che per questo sacrosanto dì offre la cucina siciliana. Pel lesso di carne e pollo, passi; nonostante che siavi cotta dentro la pastina di uso; passi per l’agnello, che in un modo o in un altro cucinato s’imbandisce a mensa, documento il proverbio: “A Pasqua pari cu’ ha beddi agneddi, Ed a Natali cu’ ha beddi nuciddi”, ed il motto proverbiale : “Truzza, Martinu, che la Pasqua veni (Martinu è nome comune dell’agnello. Nel linguaggio convenzionale martinu si dice d’un Menelao qualunque);(picureddi o agnellini di mandorle e zucchero — pasta riali — vendono i pasticcieri); ma alla cassata, al pupu cu l’ovu, all’ovu duru, alle ravioli in generale come si rinunzia? La cassata, dolciume che dicono arabo , è una pasta informe rotonda e ripiena di crema dolcissima, di zucca candita tagliuzzata e d’altri ingredienti. “Tintu cu’ ‘un mancia cassati la matina di Pasqua”, esclama un antico motto siciliano; “Tintu cui perdi li cassati dì Pasqua!”, esclama una variante di esso; e quando non si è più in grado o in volontà di fare altrui un bene che altre volte s’è fatto, o d’impartir grazie e favori come un tempo, usa dirsi: “Cui nn’appi nn’appi cassati di Pasqua”. Ed è tale la celebrità di questo dolce che da tempi molto lontani dai nostri esso diede nome alla stessa Domenica di Resurrezione, la quale ebbe il titolo di Pasqua di li cassati . Altro dolce è lu pupu cu l’ovu, che moltissimi mangiano. È una pasta ammollita di forma oblunga e schiacciata con una rilevatura capace di piccolo uovo a un iato, ov’è chiusa della conserva. Meno comune della cassata il pupu cu l’ovu si faceva specialmente in alcuni monasteri , e si mandava come la cassata a qualche sacerdote , per lo più da una penitente o da tutta una comunità. L’uso di far dolci come questi è antico ne’ monasteri siciliani e qualche volta attirò le censure ecclesiastiche! Sotto il nome di cuddura cu l’ova si vende o regala una pasta non dolce in varie forme, per lo più lunga o circolare, con uno, due , quattro o più uova sode dentro. Le famiglie agiate distribuivano de’ cannatuna ai fanciulli o alle bambine dei loro dipendenti. Gli adulti mangiavano il giorno o la sera di Pasqua la cassatedda, cioè un dolce fritto nell’olio composto di pasta con dentro ricotta, sul quale si spande, messo in piatto, del miele, o dello zucchero. Nel cuocere le cassateddi tutta la famiglia accorreva in cucina, radunandosi festosamente intorno al focolare, come facevano le primitive famiglie. Per Pasqua pecorai e boari avevano la vicenda , cioè erano dispensati dal servizio perchè rivedevano la famiglia e adempivano al precetto pasquale : erano donati dal padrone rotoli di pane , vino , ricotta , cacio fresco non salato e salato, un agnello e altro, per far la festa in famiglia. Tutta questa roba dava un gran da fare a forni ed a fornelli, né senza ragione nacque il modo proverbiale: “Aviri cchiù a fari di li furni di Pasqua”, ed il proverbio: “A Pasqua ed a Natali tutti li lagnusi diventani massari”. Oggi malgrado queste usanze sono scomparse la Pasqua riunisce tutte le famiglie, ad ogni modo vi auguro di passare una Buona Pasqua in serenita!
Auguri dalla redazione di “Ti cuntu”

(Immagine tratta dalla raccolta cuginischiantarelli.it)